10 pensieri d’Alaska

August 19th, 2011

La prima cosa è il silenzio: assordante.

La prima cosa è il silenzio, la seconda la luce. La luce che non scende mai, che scalcia tra le nuvole perchè anche quest’anno è arrivato il suo ultimo mese di vita e cerca un uscita di scena dignitosa, un ricordo che accompagna la lunga notte artica.

La prima cosa è il silenzio, la seconda la luce, la terza è il disprezzo della gente verso chi non parla la loro lingua, verso chi non ha una pistola in macchina, per se stessi, verso un corpo che continuano ad avvelenare di calorie finquando dell’aspetto umano rimane solamente poco sotto il grasso. Il disprezzo verso i nativi che soccombono sotto il prezzo dell’alcool, verso chi non ha conosciuto il buio del Texas del Nord

La prima cosa è il silenzio, la seconda la luce, la terza il disprezzo, la quarta è un italiano che ha abbandonato tutto per trasferirsi nella base della US Air Force di Anchorage. Ventitre anni e oggi serve lo stato americano mentre in Italia i suoi amici maledicono la loro patria, ventitre anni e la responsabilità di controllare la vista dei piloti che sorvolano i cieli del Nord e che un giorno voleranno sopra qualche guerra lontano dai ghiacci dell’Alaska. Un italiano, ventitre anni e l’onore di essere fermato per strada da chi lo ringrazia di proteggere il loro paese che dista 3000 kilometri, 4 ore di volo dalla loro casa.

La prima cosa è il silenzio, la seconda la luce, la terza il disprezzo, la quarta un italiano, la quinta è la depressione che viene e va insieme alle nuvole che oscurano il sole. La gioia infinita di una mattina di sole che presto diventa un nubifragio di pensieri verso il cielo scuro e pauroso che copre ogni riflesso con un ombra costante. Poi di nuovo sole e di nuovo pioggia, poi le stelle e ancora pioggia finchè non diventa neve e poi nulla, solo buio e ghiaccio. La prima cosa è il silenzio, la seconda la luce, la terza il disprezzo, la quarta un italiano, la quinta la depressione, la sesta è il selvaggio che provo ad affrontare senza una chiara preparazione. La tenda troppo piccola e fredda per passare la notte nelle terre del nord, le zanzare che oscurano la vista e un rumore vicino il mio accampamento. Il cuore si ferma e il corpo rimane vigile ed immobile cercando di capire da cosa sia provocato quel rumore. Il nylon che oscilla e il pensiero che quel panino abbia attirato qualcosa che non conosco e che posso affrontare senza movimenti e con il cuore fermo. Poi solo stanchezza e un riposo felino nella terra selvaggia. La prima cosa è il silenzio, la seconda la luce, la terza il disprezzo, la quarta un italiano, la quinta la depressione, la sesta il selvaggio, la settima è la strada deformata dalla neve che cade durante la grande notte. Le miglia, il nulla, le foto, la pioggia, i motel frequentati da pescatori di salmone che risalgono il fiume la domenica. Ogni tanto la strada e il cielo si apre e si scopre un mondo grandioso di vette innevate e valli rosse d’autunno, a volte la costa.

La prima cosa è il silenzio, la seconda la luce, la terza il disprezzo, la quarta un italiano, la quinta la depressione, la sesta il selvaggio, la settima la strada, l’ottava è un libro che racconta il viaggio in queste terre di un ragazzo che cercando la libertà ha trovato la morte solitaria. Una storia estrema che ha più il sapore della follia che quello dell’impresa, raccontata con parole brillanti che si lasciano seguire con trasporto e passione fino all’ultima pagina letta senza tregua la notte nel selvaggio. Poi guardarsi intorno e capire che la natura è come la legge e non ammette ignoranza. La prima cosa è il silenzio, la seconda la luce, la terza il disprezzo, la quarta un italiano, la quinta la depressione, la sesta il selvaggio, la settima la strada, l’ottava un libro, la nona è la libertà assoluta di fare, di andare, di pensare. La libertà di non parlare, di camminare finchè c’è luce, di dormire su un terreno morbido, di bere e di fumare, la libertà di sentirsi libero e la libertà di tornare nel proprio mondo per averlo scelto. La prima cosa è il silenzio, la seconda la luce, la terza il disprezzo, la quarta un italiano, la quinta la depressione, la sesta il selvaggio, la settima la strada, l’ottava un libro, la nona la libertà, la decima sono io. Solo, in Alaska.

(liberamente tratto da Oceanomare, Baricco)

Touareg, ovvero attraverso il Marocco

September 27th, 2010

Con le foto e l’articolo “Geishe e grattacieli” abbiamo partecipato e vinto premio come miglior reportage fotografico di viaggio del sito Corriere della Sera Viaggi. Ci hanno mandato in Marocco ed ecco il risultato…

L’america è una cicciona che mangia burrito

September 7th, 2009

L’America non era prevista. O meglio, non era prevista ora. In principio questo viaggio era diretto al centro, America,  in cerca di caraibi, di giungle e di rane ma, si sa, quando si viene assaliti dalla follia del viaggiatore tutto può succedere e dalle isole remote di San Blas in pochi giorni ci siamo ritrovati in California. Con una macchina e tante emozioni davanti. È arrivata così l’America, senza bisogno di cercarla, è bastato avvicinarsi un po’ troppo che il suo richiamo è arrivato oltre tutti i confini insieme alla sua offerta generosa ed eccitante. Non ero pronto e quindi mi sono avvicinato con l’ingenuità di un bambino che va a visitare un parco giochi, con tante idee confuse e la testa che era pronta ad affrontare nuovamente la povertà invece dell’abbondanza.

In questi giorni allora ho capito tante cose. Ho capito che se in America la benzina deve continuare a costare 2,5 dollari al gallone, 50 centesimi di euro al litro, per far andare avanti le macchine di qua, che sono enormi e che consumano come degli scuolabus, allora devo capire meglio anche la guerra in Iraq. Finche si sentiva solo dire che era una guerra per il petrolio non era facile comprendere come questo Paese sia automobile-dipendente e come possedere una macchina non solo è cosa necessaria ma è una cosa scontata.  Ho capito il sogno americano, l’abbondanza che illude la ricchezza e la tendenza a fare tutto grosso, tutto enorme. Dalle tazze di caffè alle strade, dagli hamburger alle persone, tutto in America è oversize e questo ti fa sentire al sicuro, quasi si inizia a starci bene qua dentro. La cosa più grande tuttavia sono gli estremi. A Venice Beach girano personaggi woodstokniani che predicando erba libera e amore, platonico, per tutti mentre qualche km più a nord ci sono cervelli che frullano nella silicon vally a creare google e la apple. Insieme ad un sacco di soldi. Nelle zone centrali degli States organizzano i Rodeo, fanno un gran casino e cavalcano il toro incazzato ma se vogliono bere birra devono stare al chiuso e portare un documento. L’ambiguità più forte è quella del rapporto tra macchina e strada. Un’ostilità incomprensibile per cui la dove viaggiano in media automobili che possibilmente potrebbero correre ad Indianapolis ci sono strade grandi e grosse nel mezzo del deserto che presentano un limite di velocità di 100 all’ora. Non di più. La polizia in fondo non la si vede un granché ma con la paura di sbagliare ed essere beccato e le persone sembrano riuscire ad autoregolarsi, creando solamente un poco della confusione che noi in italia saremmo capaci. Ho capito come ci si sente a guidare una macchina decapottabile nel deserto. È una sensazione intensa di libertà e potenza. Senza paura, con quella macchina rosso fuoco che sfreccia nella death valley o su per la strada che scappa via da Las Vegas. Ho capito perché ad un americano che prova queste emozioni quotidianamente frega cazzi delle sorti del mondo. Ho capito perché qui in america nascono le Gang e si uccidono per strada. Ho capito che tutta questa gente che arriva è in cerca di una fortuna che non basta per tutti e allora non rimane che ghettizzarsi con i propri simili in qualche postaccio cittadino e costruirsi la propria fortuna con la forza e contro ogni regola. Messicani, salvadoregni, honduregni, colombiani, panamensi, africani, russi, italiani, chi viene rifiutato dalla società di conseguenza rifiuta ogni regola e tutto diventa legge del più forte, la legge di quello che non ha niente da perdere e neanche uccidere gli fa paura. Pensate le difficoltà nel gestire un paese sterminato dove vivono altrettante, se non meno, persone che in Europa, quante le difficoltà nel garantire la sicurezza di tutti quando gli spazi sono immensi e la densità irrisoria. Ho capito che è per questo nasce il primo emendamento e la garanzia ad ognuno di difendersi da solo, comprare un arma e sparare ogni tanto. Ho capito come nasce il modello americano, attraverso i film e le serie tv che tengono davanti lo schermo le facce ebeti di tutto il pianeta. Si costruisce un sogno che parta dalla realtà e la glorifichi fino ad esplodere, un sogno che prima di tutto è rivolto agli stessi americani che nonostante siano così diversi e così lontani hanno bisogno di sentirsi uniti sotto uno stesso stato, devono rincorre un sogno che Hollywood ha già confezionato ma che per la maggior parte degli americani è ben lontano. Scordatevi le bionde tette gli occhi azzurri e poi, scordatevi brad pitt e leonardo di caprio, l’americano medio è così vicino ad Homer Simspon che solo ora ho capito la genialità della sua satira. In spiaggia, per strada o dentro casa si vedono pance grasse a non finire, esseri umani sproporzionati che contro ogni natura raggiungono il peso specifico di un traghetto e iniziano ogni mattina con una bella concentrazione di grassi e bevande gassate da fare invidia alla nostra colazione pasquale. Dopo qualche ora arriva il momento del sogno proibito di ogni uomo: l’aletta di pollo fritta. Solo nel vedere la loro foto da lontano inizia una salivazione plavoniana incontrollabile e il solo pensiero di ungersi le mani con l’olio raffermo che avvolge ogni piccola ala di pollo diventa una sorta di dipendenza. Cesti da 6, 10, 20, 100 alette per un costo irrisorio e una salsa piccante travolgente. È impossibile resistere al richiamo del grasso. Hamburger a 3 piani per 6.99, burritos a 0.99, bacon con il caffè, pancake a volontà fino alle 11 del mattino, isole felici sparse qua e la per gli stati uniti con un orgia di grassi tra KFC, Danny’s, Wendy, El Pollo Loco, Jack in the box, Mr Charlie, Taco Bell. Lasciate perdere il Mc Donald perché qui è passato di moda da un pezzo. Il resto è solo cibo senza amore per stomaci senza orgoglio, con il solo desiderio di riempirsi fino a scoppiare con sapori forti e tanta carne tra due panini per godere di essere ancora l’ultimo anello della catena. La ciccia è ormai diventata un problema importante e anche i grandi marchi sembrano iniziare a preoccuparsene. Forse spinti da un governo che vede il suo popolo velocemente raddoppiarsi, in larghezza non in numero, le pubblicità accennano ad una deriva salutista, poco credibile in realtà. Il pollo fritto del colonnello allora si trasforma in pollo alla piastra, la coca-cola lancia delle fantastiche lattine a zero calorie, le insalate acquistano sempre più visibilità nei banchi del supermercato e sempre più spesso appaiono adesivi “Go Vegan!”, almeno in giro per la California. Peccato che poi il pollo lo si inzuppa nella maionese, la coca-cola dietetica si accompagna bene con un hamburger, le insalate vengono coperte di salse poco raccomandabili e i Vegani spesso sono gli stessi fattoni che da una vita girano dalle parti di Venice Beach.

Karim dice che ormai l’europa ha dato quello che doveva dare. Come si può pensare al futuro in un posto che ormai non produce più e dove si trovano 300 milioni di persone, in uno spazio piccolo piccolo, che non fanno più figli e che inizia ad affrontare il problema dell’imigrazione adesso mentre negli USA hanno Obama. C’è troppa differenza, stiamo troppo indietro. Basta pensare a questo paese in cui prendi la macchina, fai 2000 km passando dalle spiagge della california al deserto del nevada e parli sempre la stessa lingua, hai stesse leggi e canti lo stesso inno. Come fai a spiegare a quei due che sono dello stesso paese. americani. E si dovrebbe provare a pensare a quando 100 anni fa per fare quei 2000 km ci mettevi 2 settimane, la gente moriva in quel percorso, e come facevi a spiegargli che quei due erano fratelli, americani, che c’erano leggi comuni che tutti dovevano rispettare, che tutti dovevano votare un presidente solo, studiare le stesse cose e credere nello stesso dio. In europa in 2000 km cambiano le lingue, le abitudini e le fisionomie, passi dalla sicilia all’olanda e ti rendi conto che sono due paesi che tra loro non condividono nulla. L’america allora non ci aspetta più, quella già guarda all’Asia da tempi non sospetti e a noi può giusto invidiare le arti antiche, non certo le nuove tecnologie. Se prima le migliori università erano a disposizione per i nostri meucci e marconi adesso in quegli stessi posti c’è un inflazione di Chan, Yang e Sun senza precedenti. Li prendono in Cina, Taiwan, Singapore, Korea e li trapiantano a Stanford, Yale, Harvard e Berkley. Si creano comunità nuove e si cerca di sfruttare il meglio di quei cervelli in prestito fin quando non torneranno al proprio paese per creare una classe dirigente nuova ed educata. A noi rimane qualche eccellenza, poca roba in confronto alla massa, rimane qualche spicciolo di quell’educazione che noi abbiamo creato e che senza combattere non siamo riusciti a trattenere.

Adesso invece immaginate di guidare nel buio del deserto del Nevada quando la notte è talmente solitaria che non sai più se hai preso la strada nella giusta direzione, solo non vedete l’ora di arrivare e non importa dove. Mentre fate questi pensieri però dietro ad una piccola montagna vedete una cupola di luce innaturale che copre le stelle in quella parte di cielo. Si risvegliano i sensi e continuate a guidare fino a quando quel bagliore non si trasforma in un raggio di luce e piano piano diventa una città. Una città immensa che nasce dal nulla del deserto e che si estende a perdita d’occhio ed è abbastanza il tempo di percorrere la prima arteria che porta verso il centro di questo orgasmo luminoso per capire che quella che si ha davanti non è una città come le altre. Las Vegas non è una città come le altre, Las Vegas è la città del peccato, è la città dell’abbondanza, è la città dove soddisfare ogni vizio del genere umano. Tutto è funzionante 24 ore su 24, potete giocare un centinaio di euro alla roulette del Bellagio nel primo pomeriggio e andare ad infilare qualche dollaro nel perizoma di una ballerina dopo qualche ora, potete mangiare piatti di prima scelta, a volontà e per pochi soldi, in uno dei tanti Buffet offerti dagli alberghi, potete andare al cinema o a teatro, utilizzare sostanze, bere whisky, correre in macchina, vedere macchine correre, potete andare a cavallo nel deserto alle 3 del mattino per aspettare l’alba, potete giocare 100 dollari alla roulette e qualche soldo nel perizoma delle ballerine. Las Vegas è la città del vizio senza virtù, se non quella di aver creato un posto del genere, la città dell’abbondanza a poche miglia dalla Valle della morte, dove tutto è denaro e dove anche l’uomo medio può sentirsi un signore per qualche giorno. In tempo di recessione gli alberghi tagliano i prezzi e accaparrano clienti che accecati dall’eccitazione si spera getteranno un po’ dei loro risparmi nell’orgia di luci e rumori dei casinò. Una stanza all’Hilton quindi non costa più di 40 dollari e la soddisfazione di lasciare le chiavi della macchina al parcheggiatore quando si arriva ti fa vivere momenti di superiorità raramente conosciuti. Come è particolare intraprendere la Strip di Las Vegas e dirigersi verso queste opere monumentali che sono i casinò che ricostruiscono Parigi, New York o l’antica Roma, ognuno con la sua stranezza e la sua roulette. Qui nasce anche questa storia molto interessante e ve la racconto perché a me ha colpito non poco. Terry Fato, ventriloquo, figlio di un bidello del Texas, a 43 anni suonati ha trovato il successo ed ora è definito il più grande intrattenitore del pianeta. La sua arte è incredibile e vi suggerisco di cercare i suoi video su youtube prima di continuare a leggere. Quando l’ho visto la prima volta non riuscivo a crederci. Sembra banale ma quest’uomo con i suoi pupazzi di pezza è riuscito a creare uno spettacolo mai visto prima. Riesce a cantare ed imitare 100 voci diverse senza muovere le labbra e lo show è talmente trascinante che non sembra essere una sola persona ad averlo congeniato. La storia di Terry è un altro grande sogno americano. Inizia a cimentarsi come ventriloquo all’età di 16 anni ma non raccoglie mai il successo sperato e tocca il punto più basso della sua professione quando al suo primo spettacolo a teatro si presenta solamente un bambino di 12 anni. La sua carriera continua per lo più in macchina dove si vergogna a cantare mentre guida e quindi inizia a farlo senza muovere le labbra, suscitando lo stupore degli altri autisti e nel 2007 prova il disperato tentativo di iscriversi ad American Got Talent, da noi ribattezzato XFactor. Da allora è un trionfo continuo. Vince l’edizione dello show e porta a casa un milione di dollari e una serie di inviti a teatro e feste private finche quest’anno non arriva la consacrazione: firma un contratto di cinque anni con il casinò Mirage di Las Vegas per un totale di 100 milioni di dollari. Mica male per uno che fa parlare un calzino. Un altro sogno americano.

Tanto per non farmi mancare nulla del sogno americano oggi sono andato in ospedale. Con il brutto ricordo del film Sicko di Michael Moore e un’assicurazione sanitaria non fatta perché come al solito tendo a rimandare una spesa di 45 euro da pagare su internet, oggi ho vissuto una bella e stressante esperienza nella ricerca di far dare un’occhiata, a gratis, alle bolle rosse e grosse che da qualche giorno vengono fuori dappertutto. Ho iniziato facendo una piccola ricerca su internet e ho appuntato i due o tre ospedali di Los Angeles che la rete definisce gratuiti. Uscendo di casa, la stanza del motel, vedo che dall’altra parte della strada c’e la migliore soluzione al mio problema: Clinica di Dermatologia di Santa Monica. Fantastica l’America, sempre un risposta a tutto. Entro per spiegare la mia situazione e dietro lo sportello reagiscono come fosse entrato un cavallo a chiedere per il bagno. Non hai l’assicurazione? Non sei nemmeno americano? Guarda, puoi fare un consulto con il medico, poi lui ti fissa un appuntamento per i test e poi le medicine. Più o meno saranno 500$, più tasse. Rispondo un bel beicojoni e chiedo se conoscono un ospedale che può visitarmi gratuitamente e loro rispondono a mezza bocca che posso provare più in la, un certo Carson. Ore13. Inserisco nel GPS gli indirizzi appuntati e arrivo in mezzo a Los Angeles al “Free Clinic of Sunset Boulevard”. Perfetto, non c’è fila, trovo parcheggio facilmente e quando entro all’accoglienza non sono sorpresi. Mi parlano in spagnolo. Comunque sia faccio vedere le bolle ma mi dicono subito che oggi il dottore non c’è, posso prendere un appuntamento e alla fine mi danno una lista di almeno 10, dei 30 totali, ospedali pubblici con pronto soccorso gratuito nella Contea di Los Angeles. Arrivo al primo ospedale e qui subito si nota una certa differenza. Accanto a me non c’è nessun americano medio, nessun bianco e biondo neanche nel personale, sembra di essere precipitati di nuovo in centro america e in ospedale c’è solo gente che parla spagnolo. Ma nonostante questo neanche qui mi accettano e mi danno una lista di 3 ospedali che sono gratuiti ma accettano anche stranieri non residenti. Il cerchio si stringe. Ore 15. Vado alla fine allo stesso Carson che mi aveva suggerito la prima signora e la situazione forse è ancora peggio. Sembra il Sant’Eugenio all’ora di punta con un po’ più di casino e sebbene fossi tentato di andarmene e tenermi le bolle faccio l’accettazione,  mi danno subito una carta e mi metto li ad aspettare tempi memorabili. Mi guardo attorno tutta la serie di personaggi su cui potresti montare un film: quello grosso e babbeo, il vecchietto vestito anni ottanta, la guardia che dorme, la cicciona che sbrocca, il tossico che vuole un tranquillante e l’infermiera Laverne con cui alla fine ho instaurato una sincera amicizia. Diciamo che al finale sono uscito di li alle 19 con qualche pillola che sembra faccia il suo dovere e un’esperienza che fa tornare l’America un po’ più vicina all’Europa. Il momento più brutto tra l’altro è arrivato quando dopo tutta questa giornata arrivo finalmente davanti alla dottoressa. Mi alzo la maglietta per mostrarle le nuove venute e lei mi guarda con una faccia tra l’inorridito e lo stupefatto. Inizio a pensare che lei non ha mai visto niente del genere e infatti è proprio quello mi dice. Figurati io. Gli rispondo. Tant’è che chiama la collega che a sua volta chiama un’altra collega e alla fine dopo un po’ di consulto e qualche domanda mi danno tre pillole per una reazione a qualcosa. Ora va meglio, speriamo che c’hanno preso.

Mi ricordo quando otto anni fa ero tornato da uno dei miei primi lunghi viaggi. Stavo facendo colazione quando ho visto in televisione il secondo aereo schiantarsi contro le torri. Avevo provato anche uno strano senso di soddisfazione in quelle immagini. Si perché l’America in realtà non mi andava un gran che giù quel periodo e, anche se non è bello da ammettere, ho pensato che se lo fossero meritato dopotutto. Oggi ero a New York e nonostante avessi sulle spalle la stanchezza di un lungo viaggio e di poche ore di sonno scomodo sono voluto andare a vedere cosa è rimasto oggi di quella tragedia. Scendendo dalla metro credevo di non sapere bene dove dirigermi ma appena salite le scale mobili è impossibile non rendersi conto di come ci sia un grande buco la dove tutto intorno fanno da parete degli alti grattacieli. Ho camminato intorno a Ground Zero in senso orario, come fanno i buddisti intorno ai loro Stupa, per cercare di immaginare cosa fosse successo dalle diverse angolazioni. In realtà è difficile pensare a cosa c’era prima di questa enorme fossa, bisognerebbe pensare all’altezza maestosa di quelle due strutture alzate nel centro della città e che dovevano sovrastare non di poco tutte le costruzioni che avevano intorno, se no non si spiega come quegli aerei non abbiano intruppato contro qualche altro grattacielo mentre puntavano le torri. Fatto sta che oggi mi è sembrato difficile sentire la sofferenza che quell’11 settembre di otto anni fa ha causato nella vita di migliaia di famiglie americane. Anzi, ancora una volta è sorto in me un fievole ma fastidioso dubbio che continuava a farmi chiedere come sia possibile che dopo otto anni qui ci sia ancora un buco? Ho pensato all’America, alla potenza, alla ricchezza e alla forza di ottenere quello che vuole quando vuole. Ho pensato che in otto anni al posto di quel buco l’America avrebbe potuto costruirci un gigantesco memoriale, delle torri ancora più alte, una piscina o anche solo un parco che racconti al mondo quella tragedia. Invece niente. C’è ancora un buco li. Un pacchiano memoriale è stato arrangiato dentro una sala nei dintorni del World Trade Center che fu e dentro l’area recintata ci sono diverse gru immobili e pochi operai disinteressati che se la prendono con i turisti che vogliono portare a casa una foto. Non lo so, mi è sembrato un po’ strano tutto questo. Ho ripercorso allora nella memoria tutte le possibili occasioni in cui se avessi voluto avrei potuto far saltare in aria un pezzetto d’America. Nella metro di New York come nei casinò di Las Vegas, all’aeroporto di Los Angeles come sul ponte di San Francisco, nessuno ha mai controllato la mia macchina o il mio zaino, sebbene questo fosse gonfio come un pallone. Sono d’accordo che non è possibile vivere nel terrore e che un paese qualunque non andrebbe più avanti se ogni persona diventi un possibile pericolo per la comunità, però l’America mi è sembrata fragile sotto questo aspetto e per garantire un estrema libertà a tutti corre il rischio giornaliero che qualcuno dalle idee poco chiare voglia dimostrare quello che lui pensa dell’America.

Ora  me ne vado dall’America con un po’ di consapevolezza in più del mondo. Accanto a me c’è una donna abbondantemente sovrappeso che alla richiesta della hostess di servirci qualcosa da bere gli fa “have you something like diet sprite?”. Neanche un minuto dopo ha tirato fuori un burrito doppio che ora lo prende a morsi con gusto. Questa è l’America, una grande, grossa e giuggiolona signora che mangia un burrito con una bevanda dietetica. Credevo che l’America fosse un mostro cattivo che piano piano volesse mangiarsi il mondo accanto a lei invece ora mi rendo conto che il suo è un bullismo che nasconde l’insicurezza di essere un paese di persone mediocri, persone per la maggior parte ignoranti ed inconsapevoli del mondo esterno e che spesso non conoscono bene neanche il loro mondo interno. È un paese di distrazioni e compromessi, di cibo e velocità, dove il collante che tiene unito il paese non è una storia condivisa  ma è soltanto il benessere. Forse si potrebbe anche avere un po’ paura di questo mondo ricco e potente abitato in prevalenza da mediocri. La speranza è che se i mediocri votano Obama forse allora non tutto e perduto.

Un viaggio schizofrenico

August 24th, 2009

Davvero non so in quale altro tempo sarebbe stato possibile realizzare il viaggio che oggi sto facendo. Sono partito i primi di agosto in direzione New York  con l’intenzione di incontrare dopo qualche giorno in Costarica sia Fabio che Karim, provenienti rispettivamente uno da Panama e uno da un lungo viaggio in bus dal Messico attraverso Guatemala, Nicaragua, Salvador e Honduras. Se non fosse stato per l’incompetenza degli aeroporti di Roma, che nel giorno più caldo dell’esodo estivo hanno mandato in tilt i terminali obbligandomi a fare ore di ritardo e perdere i voli successivi, non avrei avuto nulla di cui lamentarmi e tutto sarebbe stato più facile ed economico. Purtroppo così è andata e nonostante un paio di cento euro perse a causa dello spietato gioco delle coincidenze, con un giorno di ritardo ci siamo incontrati tutti e tre a bere una fresca Imperial in un bar di Puerto Viejo, come fosse la cosa più naturale del mondo. La stagione delle piogge però non è stata tanto clemente con noi e, sebbene un’inaspettata giornata di sole, in poche ore abbiamo deciso di spostarci ancora più a sud, a Panamà in cerca delle isole di San Blas di cui avevamo sentito raccontare solamente delle belle storie e una leggenda che parlava di un microclima differente in quell’arcipelago a poche ore dalla Colombia. Ci mettiamo quindi in marcia di mattina con in mano un numero di telefono e tanta speranza, la direzione è Panama City dove una jeep ci avrebbe aspettato per portarci nella Comarca di Kuna Yala e, come capita solo quando il destino ti assiste, nel giro di 24 ore, 3 bus, 1 jeep e una barca fatiscente ci siamo ritrovati su l’isola, il posto che tutti sognano e che non sanno dove cercare, una piccola spiaggia emersa nel mar dei caraibi ricoperta di palme da cocco e non più di dieci capanne. Davanti a noi un’altra isoletta e davanti a questa ancora un’altra e così via fino ad arrivare a 365 isole, solo sabbia e cocco, lontani dal mondo e vicini alla Colombia. Mancano allora quasi dieci giorni di viaggio e siamo sempre più dalle parti dell’equatore, per lo meno siamo ancora in America Centrale che non è un continente sterminato ma sempre troppo grande per poterlo attraversare in dieci giorni senza pensare di non riuscire a viverlo in così poco tempo. Intanto siamo rimasti in due e tornati in città ci affidiamo all’invenzione più utile creata dall’uomo e su internet troviamo tutte le risposte al nostro desiderio continuo di viaggiare, di spingerci sempre più in la e, possibilmente, evitare di prendere altra pioggia: la California. Per poco più di cento euro, cosa impensabile pochi anni fa, saliamo su un volo che in otto ore ci porta a Los Angeles dopo un piccolo scalo a Denver, dove per una cifra irrisoria abbiamo prenotato una macchina cabrio che ci porterà a giro per gli Stati Uniti. Un viaggio schizofrenico che però vale la pena di vivere.

San Blas

August 20th, 2009

La Comarca di Kuna Yala è un lembo di terra sulla costa atlantica del Panama di cui fanno parte le 365 isole che formano l’arcipelago di San Blas, a poche ore di navigazione dalle coste di Cartagena in Colombia e forse uno dei posti più belli al mondo dove scappare e godere del sole dei caraibi. In questo luogo remoto vivono i Kuna, l’unica comunità indigena del Panama che nel tempo è riuscita ad organizzarsi con un proprio sistema politico e sociale che garantisce ai Kuna una propria autonomia e la possibilità di preservare le proprie terre dalla speculazione americana ben visibile nel resto del paese. Delle centinaia di isole la maggior parte di queste non sono altro che una piccola distesa di sabbia ricoperta di palme da cocco, i cui frutti fino a non molto tempo fa costituivano la sola merce di scambio per i Kuna, e solo 50 di queste isole sono stabilmente abitate da piccole comunità o da famiglie dedite alla pesca e ad accogliere i turisti che da pochi anni iniziano a scoprire le meraviglie di questa parte di mondo.

Lamerica

August 9th, 2009

Lamerica. Potresti raccontarla per stereotipi e non rischieresti di essere mai banale. Potresti parlare di quelle famiglie del sud italia che caricano le valige dei propri figli di salumi e formaggi per ingraziarsi lo zio che inamerica ha trovato fortuna. Un mito senza tempo, lo zio d’america di cui si raccontano ricchezze e bontà d’animo, del quale si parla con rispetto ed un pizzico d’invidia e soprattutto si aspetta il momento in cui poter spedire qualche settimana i figli con la speranza che l’amore parentale obblighi lo zio a trovare una via d’uscita anche per quei nipoti mai visti e conosciuti.

Lamerica però potresti anche non raccontarla perché pur non essendoci mai stati Lamerica tutti la conosciamo bene. La Fifth Avenue, TImes square, il nero che balla l’hip hop e i suv che intasano le strade. Poi Broadway, il ponte di Brooklyn e il Madison Square Garden, i taxi giallo guidato dal Sikh con il turbante celeste e le vetrine di Tiffany nel cuore di Manhattan. Conosciamo tutto del Lamerica e a New York quasi sembra di sentirsi a casa seppure in realtà non c’è niente di più diverso e lontano da casa. Solo qualche ora, troppo poco per raccontarla Lamerica ma forse abbastanza per sentire di farne parte. Un poco.

P.S. in via del tutto straordinaria lamiaasia questo mese si trasferisce nelle americhe proseguendo il suo lavoro di foto, video e scritti con la speranza che qualcuno ancora ci segua con piacere. Si parte dal costarica per poi sconfinare in panama e risalire su fino in messico. stay tuned..

Speciali

November 30th, 2008

Dai serpenti dello Sri Lanka alle vacche dell’India, dagli elefanti della Thailandia agli orangi tanghi di Sumatra, passando per le bufale del Kashmir sino ai cammelli e alle aquile della Mongolia. Insetti disgustosi, rettili temibili, felini affascinanti. Ma anche pesci e tartarughe acquatiche ammirate nelle profondità dei mari del Borneo o anfibi in via d’estinzione scovati nei meandri delle foreste pluviali sri lankesi. Gli animali sono stati una costante di questi mesi in Asia. A ritmo di valzer ve li presentiamo in tutta la loro bellezza

Uno sguardo ammiccante, un sorriso complice, una tele camerina ed il gioco era fatto. Attirare i bimbi era diventata quasi un’arte ed il risultato pressocchè garantito. Nel rivedersi in quel piccolo monitor i bambini impazzivano. La curiosità iniziale lasciava spazio dapprima ai sorrisi e poi alle risate fragorose. Dai bimbi monaci della Birmania ai nomadi dell’Himalaya, dai pastorelli vietnamiti agli scugnizzi di Phnom Penh, nessuno resisteva al fascino di quel scatoletta che riproduceva la loro immagine.

Friends of lamiaasia

November 3rd, 2008


Il giorno del rientro credevo non dovesse arrivare mai. Lo vedevo come un entità astratta, distante, da non prendere neanche in considerazione. Non importava dove mi trovavo e non mi preoccupavo di dove sarei andato. La mia vita erano il susseguirsi dei momenti, l’alternarsi imprevedibile di emozioni e di incontri. La mia vita era l’oggi, al massimo il domani. E quella vita mi piaceva da impazzire. La mia ultima notte in Asia l’ho trascorsa a Ulanbatar, in Mongolia. La sera prima avevamo mangiato dell’ottima cucina mongola in un tipico ristorante della capitale. All’alba la sveglia. Il mio zaino già pronto, il taxi che mi aspettava di sotto. L’abbraccio con Marco. Scene già viste; in questi mesi ci eravamo salutati tante volte e altrettante ci eravamo rincontrati, in altri paesi, a spasso per l’Asia. Ma questa volta era l’ultima. Il prossimo incontro sarebbe stato in Italia.

Da Ulanbatar a Mosca, da Mosca a Budapest, da Budapest a Roma. Neanche salendo su quell’ultimo aereo avevo realizzato che il mio viaggio stava volgendo al termine. L’ennesimo volo, come tanti ne avevo presi in quegli ultimi mesi, solo che l’aeroporto di destinazione non sarebbe stato di una qualche remota città del sud-est asiatico, ma il glorioso Leonardo da Vinci di Fiumicino. Al controllo dei passaporti non avrei trovato strambi ufficiali dagli occhi a mandorla ma elegantissimi finanzieri delle Fiamme Gialle. All’uscita non avrei più visto schiere caotiche e strombazzanti di tuk-tuk ma un ordinata fila di taxi con i loro aitanti autisti a conversare fra  loro in perfetto romano. Ero di nuovo in Italia.

Sebbene quel momento credevo non dovesse arrivare mai, molte volte avevo pensato al rientro. Immaginavo come potesse essere strano ritrovare d’un tratto la propria vita, le proprie abitudini, i propri cari, le proprie comodità, i comfort, gli agi e tutto il resto. Ero sicuro che sarebbe stato sconvolgente venire scaraventati da quel mondo così lontano ad un altro – che pure già mi apparteneva – diametralmente opposto. Niente di tutto ciò.

Con grande disinvoltura mi sono riappropriato della mia vecchia vita. Senza colpo ferire. Quasi mi sforzavo nel ritrovare gioia dai piaceri quotidiani per lunghi mesi negatimi. Poco o nulla riusciva veramente ad emozionarmi. Tanta facilità con cui mi ero ripreso la mia vita mi faceva dubitare di essere realmente partito. Avevo timore di scordarmi presto di tutto quello vissuto sino ad ora, avevo timore che fosse stato solo un sogno. Un lungo e piacevole sogno.

 Eppure c’era al tempo stesso un disagio crescente, un qualche vuoto non del tutto colmato, come se i tempi del rientro non erano stati completamente maturi. Un giorno è stato sufficiente per concludere una storia di cinque anni. Due sono bastati per esaurire la curiosità dei miei amici. Cinque per farmi prendere la macchina e fuggire da Roma per vagabondare senza meta precisa. In una settimana ho percorso 3500 Km. Tante lunghe ore da solo al volante attraversando vecchi paesini fra strade di campagna per riacclimatarmi gradualmente e prendere del tutto coscienza di quello che mi sarebbe aspettato una volta rientrato definitivamente a casa.

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Ad un mese e mezzo dal rientro la mia vita si è quasi completamente assestata. Ho ripreso tutte le cose lasciate in sospeso, ho tenuto fede a tutti i buoni propositi impostimi nei lunghi mesi di Asia. Le giornate sono piene, i ritmi a volte forsennati ed il tempo per me stesso sempre meno. Di tanto in tanto rincontro qualche amico. Le domande sul viaggio all’incirca sempre le stesse. “Com’erano le sanguisughe?”, “Il bungy jumping?”, “Il posto più bello?” ,“Ora che farai?”. Immancabile anche la classica “quante donne hai avuto?”. La più inaspettata però è stata quella di una amica: “Qual è il segreto?” Secondo lei infatti nel viaggiare così tanto in Asia avrei dovuto per forza trarre un insegnamento….

Pensavo che avrei parlato per ore e per giorni di questi mesi. Avrei così tante storie da raccontare che da un semplice “come è andato il viaggio?” potrei cominciare e non finire più. In genere invece dopo un paio di minuti la curiosità si esaurisce e presto si finisce per parlare d’altro. A pensarci bene in effetti non posso avere la pretesa di spiegare anche marginalmente “come è andato il viaggio”. Spesso incontro persone che non sanno neanche che sono partito. Magari non ci vediamo da sei mesi e per loro quel periodo è stato come il resto della loro vita. Per me invece è stato il più bello della mia vita. Ma perché provare a renderli partecipi.

Con il sito ci abbiamo provato, tenendo una sorta di diario, allegando foto e video. Quello che mi ha lasciato questo viaggio però non sarà mai possibile da raccontare e forse mai ci proverò realmente. Come posso spiegare del sorriso di un bambino, della bellezza di un tramonto, dell’ospitalità di un nomade, dell’abbraccio di un vecchio, della sensazione di pace che ti da una vallata verde, della libertà che provi andando a cavallo per ore nel deserto o in bicicletta fra le risaie. Non si possono raccontare certe emozioni.

Ancora oggi ho spesso la sensazione che il viaggio sia stato solo un lungo sogno. Ho il timore che la frenesia e i ritmi di tutti i giorni mi facciano dimenticare quanto vissuto. Poi però basta una foto, una parola, un video e tutto ritorna, tutto è dentro di me. Indelebile. E allora mi abbandono per qualche minuto al ricordo di quei mesi. Di ogni singolo istante di quei mesi passati in Asia.

Friends of lamiaasia 2

October 23rd, 2008


Succede che durante questi lunghi giorni di viaggio si pensa spesso di star facendo qualcosa di grande ed unico e vivendo l’Asia ogni giorno arriva un momento che anche l’Asia comincia a vivere dentro di te. È passato un mese dal giorno del rientro in Italia e quelle sensazioni sono scomparse anche se mai avrei creduto di poter dimenticare i tanti pensieri fatti in così breve tempo. In un mese di viaggio riuscivamo a visitare quasi quattro paesi diversi, incontrando ogni giorno nuovi amici e conoscendo sempre qualcosa in più del mondo. Erano sensazioni belle e contrastanti in cui si alternava la stanchezza del vagabondare e l’avidità di voler andare sempre più lontano, il sogno di continuare a vedere il mondo come una grande partita a risiko. La mia Asia è fatta di emozioni ed immagini che abbiamo tentato di raccontare ma che con difficoltà potranno essere carpite completamente da chi durante questi mesi ha avuto il piacere di leggerci. Abbiamo mostrato foto e video per aiutare le nostre parole, ma ancora non basta. La mia Asia si è costruita dentro di noi con piccoli cambiamenti nati nell’esperienza della diversità, dal rapporto quotidiano con popoli differenti che raccontano un nuovo stile di vita dove le priorità degli uomini sono altre e tanto lontane dalle nostre in Europa. Come siamo cambiati lo scopriremo solo ora nel confrontarsi con la vita che era già nostra e che durante questi sei mesi sembra rimasta immobile mentre velocemente tornano i problemi e le delusioni che tempo fa ci fecero pensare a questo grande viaggio. A volte sembra essere stato solamente un gran lungo sogno e se non avessi chiaro in mente alcuni momenti semplici di vita reale potrei lentamente accomodarmi su questo pensiero e lasciarmi  condurre a dimenticare questa grande esperienza.  Credo però che in me l’Asia tornerà sempre fuori prima o poi. Che sia la capacità di tollerare il traffico cittadino o di provare rispetto per un’altra vita umana, che sia apprezzare con gusto ogni cosa posso mangiare differente dal riso con pollo o guardare l’orizzonte immaginando i palazzi scomparire per somigliare a quel mondo in cui l’uomo non è che un piccolo animale carnivoro. L’Asia si riconoscerà nei mie gesti e pensieri perché l’Asia insegna qualcosa ogni giorno, lentamente e mai con violenza, come il vento che modella la pietra è solo con il tempo che ci si rende conto se il risultato sarà un’opera d’arte o solamente una roccia scolpita. La mia Asia è fatta di persone e luoghi fantastici, di lunghi giorni in treno e camminate in montagna, di città futuristiche ed isole deserte, la mia Asia è un posto completo che nessun libro o documentario potrà mai raccontare perfettamente anche se per lo meno ci abbiamo provato. Ora capita di essere un po’ tristi e demotivati, bambini che hanno vissuto un mondo così grande e a cui ora sta stretto vederlo in televisione, ma con la consapevolezza di saper attendere quel breve tempo prima di tornare a scoprire gli stimoli di cui è piena la nostra realtà.Friends of lamiaasia 2

Lamiaasia è stato un lungo viaggio in oriente durato 180 giorni nei quali abbiamo percorso 35.517 km, attraversando 18 stati e visitando 44 città. Abbiamo speso 12.000 euro, conosciuto 500 persone e parlato almeno con altre cinquemillz. Abbiamo scattato 10.800 fotografie, 1900 video per un totale di 77 gigabyte di archiviazione. Abbiamo scritto 78 articoli, 94.848 parole e pubblicato 24 carrellate di fotografie e 10 montaggi video. Torniamo parlando una lingua in più (l’inglese) e abbiamo imparato a dire grazie, buongiorno e perfavore in almeno 8 modi diversi (dopo non è più possibile ricordarli). Abbiamo ottenuto 17 visti e un totale di 40 nuovi timbri sul passaporto. Siamo stati felici e abbiamo pianto, ci siamo incazzati e ci siamo ammazzati dalle risate. Abbiamo aspettato ore infinite, abbiamo dormito in macchina, in tenda, in nave, in aereo, per terra, a casa di amici, in alberghi di lusso e in camere piene di scarafaggi. Abbiamo preso 21 aerei, 12 treni, 5 macchine e 3 navi. Abbiamo riposato in 110 camere diverse, siamo stati ospiti 4 volte e 22 notti le abbiamo passate in bianco viaggiando da un posto all’altro. Abbiamo cambiato 16 monete e abbiamo perso solamente una carta di credito e un telefono cellulare. Abbiamo letto 12 libri, 8 guide turistiche, guardato 6 film e 2 serie televisive. Abbiamo portato avanti le lancette dell’orologio per 8  volte e per altrettante l’abbiamo riportate indietro. Per 4 volte ci siamo separati e per 4 volte ci siamo rincontrati in paesi diversi dell’Asia. Abbiamo scalato 4 montagne, fatto 5 immersioni e lanciati da 1 torre. Abbiamo fatto surf, siamo andati a cavallo, abbiamo affittato 8 motorini, 1 furgoncino e abbiamo bucato 2 ruote nostre e 4 volte si sono bucate quelle di chi ci trasportava. Abbiamo visitato 28 templi, 5 moschee, 4 chiese, 20 luoghi indicati come patrimonio dell’umanità. Abbiamo fatto tante cose che non serve elencare ma soprattutto questo viaggio rimarrà un piccolo capolavoro che abbiamo avuto la fortuna di poter raccontare, sperando di avervi fatto viaggiare un po’ con noi in queste indimenticabili avventure.

Transiberiana

September 24th, 2008

La transiberiana è stata un’esperienza bella e stancante. In poco più di quattro giorni mi sono lasciato alle spalle l’Asia per approdare lentamente in Europa. Ho cercato di tenere un diario di quei lunghi giorni in treno..

Giorno 1

13.50 Ulan Bator – Siamo partiti da pochi minuti. Piano piano la città sovietica si trasforma in baracche, poi in tende, poi più niente. Solo il deserto e i cavalli.

19.20 Siamo quasi al confine con la Russia. Fin ora ci siamo fermati solo una volta per poco meno di 30 minuti. Il paesaggio però è fantastico e credo che un tramonto come quello di oggi non lo avevo mai visto.

23.00 Confine Mongolia. La situazione è molto divertente. Gli ufficiali doganieri chiedono ai passeggeri di mostrare un fogliaccio che avresti dovuto ricevere all’entrata nel Paese. Se lo hai perso, come la maggior parte dei miei compagni di viaggio, inizia uno strano gioco di intimidazioni che, come prevedibile, si conclude con la parola magica che apre ogni porta: ten dollar! Nel frattempo fuori piove e tira un vento forte e ghiacciato. Ci hanno sequestrato i passaporti non ci lasciano scendere dal treno che, ironia della sorte, ferma la mia finestra proprio di fronte ad un duty free pieno di chissà cosa….ho fame!

00.50 Confine Russia. L’uscita dalla Mongolia è andata bene. Ora però un russo grande, grosso e forse ubriaco mi ha fatto uscire ed è entrato per ispezionare la mia cuccetta. Intanto altri anno preso il mio passaporto…ora vediamo..

02.07 Il passaporto è tornato, tutto a posto

04.00 Si parte! Finalmente entro in Russia!

Giorno 2

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11.30 Passiamo il lago Baikal. Uno spettacolo unico. Per circa un ora costeggiamo questo lago immenso che è anche la riserva d’acqua potabile più grande al mondo. Mi dicono che se dovesse finire l’acqua nel mondo tutti gli esseri umani del pianeta potrebbero bere le acque di questo lago per ancora 40 anni…intanto ho chiesto un caffè nel vagone ristorante al modico prezzo di 3.50$

13.30 Piccolo stop in Russia. È strano vedere tante facce occidentali dopo tanta Asia..

16.30 Irkutz – Sono scesi quasi tutti dal treno. In effetti sono in pochi quelli che fanno tutta una tirata fino a Mosca e sono rimasto da solo nel vagone di 1°Classe ma guardando bene anche la 2° è praticamente vuota..intanto ciò che rimane dell’Asia sono solo le coppe di noodle liofilizzati..

20.00 3NMA – La mia ipotesi ora è confermata. Sono l’unico “straniero” rimasto sul treno. Il resto sono per la maggior parte mongoli e qualche russo. Certamente partendo da Mosca verso oriente sarebbe stato diverso..

21.00 Questo treno sembra sempre più un viaggio nel tempo. Dal medioevo della Mongolia ora sono nel ‘700. Il vagone ristorante suona una vecchia musica jazz e tutto intorno un ambiente così antico e sovietico…ho fatto anche una simpatica scoperta: alcuni film russi, spero non tutti, sono doppiati da una sola voce che fa uomini e donne, in più senza neanche un minimo accenno ad interpretare ciò che succede nel film!

Giorno 3

11.00 Un tempo davvero bruttissimo. È proprio il caso di dire che fuori fa un freddo siberiano da quello che sembrava essere l’autunno ora è pieno inverno

18.00 Fuori vedo nuovamente l’autunno. Gli alberi tristi e le foglie che cadono. Comincia a salire la noia..

20.00 La cosa più difficile ora è tenere il tempo. Sto attraversando lentamente 4 ore di fuso orario e la cosa più intelligiente da fare mi sembra quella di spostare indietro l’orologio di un’ora ogni giorno..così però è ancora più lunga!

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Giorno 4

10.30 Comincia ad essere un po’ ripetitivo. Il paesaggio è uguale a ieri sera che era uguale a ieri mattina. Anche svagare con il cibo è improponibile: un pezzo di pollo e formaggio per 33$ !

15.15 E il treno va..Facciamo fermate di soli 20 minuti e giusto il tempo di sgranchirsi le gambe e respirare un po’ d’aria pulita che il freddo ti fa battere i denti e desiderare di tornare nel mio ovulo andante

21.20 Ormai mi sono creato le mie regolarità. L’unico modo di superare questo viaggio è la matematica. Una sigaretta 10 minuti, una puntata di qualcosa dai 20 ai 45 minuti, la cena circa mezz’ora, leggere non più di 45 minuti perchè sennò finisco il libro subito..

Giorno 5

10.00 Ormai mi chiedo se riuscirò più a dormire senza il cullare del treno. Penso che ci siamo quasi. Ormai si passa per vecchi villaggi sovietici e la siberia sembra lontana

13.30 Adesso che manca solamente un’ora mi sembra non passi più. Inizio a fremere per camminare un po’ e mangiare un pasto caldo, anche se in verità la russia un po’ mi spaventa

14.38 MOSCA! Ci siamo, anche questa è andata..