“TUTTO BEIGE”

March 29th, 2008

Sto lasciando il Kuwait alla volta dell’Arabia Saudita. Da li’, con un altro volo, raggiungero’ Valerio in Sri Lanka dove e’ arrivato ieri. Ero venuto a trovare lui, ma ad eccezione della giornata di venedi (quando qui e’ festa) non l’ho praticamente mai visto se non la sera. Lavora tanto, troppo forse. Tutto sommato credevo stesse peggio ed invece non l’ho trovato affatto male. E’ pur vero che si trova qui da 18 mesi ma il posto non e’ poi cosi’ male da come me lo aveva dipinto. Anzi. Io mi sono trovato fin troppo bene in questi giorni. Sara’ che ho fatto il turista ma credo che se anche lavorassi qui riuscirei ugualmente a ritagliarmi i miei spazi. Credo che un accoglienza simile non l’abbia mai ricevuta prima, ed ora che mi ci ero abituato quasi temo il dover affrontare la vera Asia.

La prima sera andiamo a casa di amici di Sama, l’amica di Valerio. In Kuwait non c’e’ vita notturna. A parte nei ristoranti la sera si puo’ passare del tempo in qualche bar o in esclusivi resort. Sicche’ il piu’ delle volte i ragazzi si ritrovano nelle case degli amici per qualche grigliata. Come nel nostro caso. I ragazzi che conosco sembrano tutto tranne che kuweitini. Ascoltano musica occidentale, vestono abiti occidentali ed anche i loro visi non sembrano avere i tratti tipici arabi. La maggior parte di loro e’ infatti meta’ kuweitina e l’altra meta’ europea o Americana. Quasi tutti hanno studiato all’estero e nei migliori istituti e college.  Fra loro preferiscono quasi sempre parlare in inglese ed in nostra presenza l’inglese e’ d’obbligo come forma di rispetto nei nostri confronti. Non disdegnano l’alcoll e alcuni neanche qualche canna. Si mangia carne alla brace (niente maiale) si fuma l’ascisha (?) (il loro narghile’) e si conversa.

A fine serata mi scambio qualche numero di telefono. Di li’ in avanti sara’ un crescendo di amici. Tutti si rendono disponibili a farmi da Cicerone durante il mio

soggiorno nel Golfo. Nei giorni seguenti, mentre Valerio e’ al lavoro, mi vengono a prendere sotto casa o mandano i loro driver. Sabato andiamo al mare sulla costa che prosegue verso l’Arabia Saudita in direzione opposta a Kuwait city. Entro in tre case diverse, rigorosamente affacciate sul mare e tutte con la loro spiaggia privata.  Ovunque troneggiano mega televisori al plasma e tavole imbandite di ottima cucina locale. In una di queste conosco un ragazzo che mi parla in perfetto italiano. Ha studiato molti hanni alla S.Sthepens, la scuola inglese che si trova davanti al mio ufficio di Roma. Frequentava I miei stessi posti ed avevamo persino amici in comune. In quattro giorni di Kuwait ho speso 10 Euro di visto appena arrivato e poi piu’ nulla. Ho provato in qualche occasione ad accennare un tentativo di pagare ma venivo puntualmente anticipato. Tutto mi veniva offerto, anche un pranzo eccezionale nel piu’ noto ristorante libanese della citta’, uno di quelli in cui hai schiere di camerieri pronti a servirti e riverirti.

Affacciato sul mare, con la city alle spalle, ho goduto di una tavola imbandita solo per me di non so quante deliziose portate.

A Kuwait city non c’e’ un granche’ da vedere. La maggiore attrattiva, se non il simbolo del paese, son le due Sultan Towers. Due torri appunto, quasi gemelle, che non rappresentano nulla. Carine. Vi e’ poi, sempre nei pressi della city, il mercato antico. Durante le preghiere tutte le saracinesche vengono chiuse per riaprire un quarto d’ora dopo. Vendono un po’ di tutto. Nulla di interessante. La cosa forse piu’ “eccitante” e’ il mercato del pesce. Ho potuto vedere solo quello di Mangaf (il quartiere di Valerio) e sebbene fosse assai piu’ piccolo di quello di Kuwait city e’ stato comunque impressionante. Vagonate di enorme pesce del Golfo a prezzi assai convenieneti rispetti a noi. Un abbondanza e una qualita’ che non avevo mai visto prima. Il colore dominante in Kuwait e’ il beige. Beige e’ il deserto che ovunque si staglia all’orizzonte. Beige sono la maggior parte dei palazzi. Beige e’ tal volta il cielo, allorche’ si alza ilvento che inesrobaile alza la sabbia creando un tutt’uno con  l’orizzonte.

Se c’e’ una cosa che probabilmente mi macherrebbe vivendo qui e’ il verde. Non c’e’ vegetzione in Kuwait, e quella poca che si puo’ scorgere proviene dale residenze private o dalle piccole aeree del centro alle quali si vuole dare una parvenza di normalita’. Ma questa regione non e’ normale. Qui c’e’ tanto caldo. Qui c’e’ petrolo ma non acqua. Qui c’e’ il deserto.

E qui ci sono io.

In Kuwait.

ma KUWAIT o Q8?

March 29th, 2008

Sino a vent’anni fa il Kuwait era un emiro moderatamente islamico. Le donne vestivano abiti occidentali, nei bar e fuori dai ristoranti si potevano ordinare alcolici e piu’ in generale non vi era una stretta osservanza dei precetti religiosi. L’invasione irackena del ’90 che ha culminato nella prima Guerra del Golfo e la conseguente liberazione da parte degli americani hanno sensibilmente cambiato lo stato delle cose. La popolazione ha vissuto l’evento come un segno ineluttabile di Dio. Sentendosi in dovere di ringraziarlo ha deciso di rinchiudersi in se stessa tornando ad una piu’ attenta devozione al Corano. Il Kuwait e’ un paese estremamente ricco. La disoccupazione e’ pari allo 0%. E’ il governo stesso a trovarti un occupazione nel momento in cui raggiungi l’eta’ per lavorare. Se ti nasce un figlio lo stato si cura di farti avere una casa. Periodicamente avvengono dei condoni fiscali: se l’Emiro lo ritiene opportuno tutte le pendenze nei confronti dello stato vengono abolite.

[Per maggiore chiarezza: ancora devo capire se il Kuwait sia retto esattamente da un Emiro, da un Principe o da un Sultano. Nella sostanza poco cambia ma:

1)      I cittadini possono considerarsi sudditi?

2)      Le tasse da pagare possono considerarsi pendenze? Debiti? (maledetto diritto tributario…)

3)      Scrivere “Q8” e quivale a scrivere “Kuwait”?]

Anyway.

Il Kuwait e’ una democrazia. Vi e’ un parlamento ed un primo ministro nominato pero’ dall’Emiro (questa e’ la differenza sostanziale con altre monarchie della regione quali Bahrein o Arabia Saudita stessa). La vita politica e’ di conseguenza fittizia. L’attuale Emiro appartiene ad una delle tre famiglie messe a capo dagli inglesi (negli anni ’50 se non ricordo male) i quali hanno anche dotato il Kuwait di una costituzione. La quasi totalita’ della ricchezza del paese proviene dal petrolio di cui e’ ricco il sottosuolo. A parte qualche sporadica attivita’ di import-export l’economia kuweitina e’ stagnanate, il che lascia presagire che il giorno in cui il petrolio finira’ cambieranno molte cose qui (difficilmente il paese intraprendera’ la strada di Dubai, la Las Vegas araba).

L’immigrazione e’ costituita da  indiani, cingalesi, nepalesi e filippini, per natura gente mansueta che ben si adatta in un paese assai diverso per cultura dal loro. La comunita’ filippina in particolarea (l’unica Cristiana) sembra stia superando per numero quella kuweitina. Agli immigrati vengono lasciati ovviamente i lavori piu’ umili, quelli che i kuweitini non vogliono fare. Le differenze sociali in tal senso sono molto marcate. Il Kuwait non ha una veria e prorpria cultura e ben poco di caratteristico. Come quasi tutti i paesi arabi ha origini beduine. Dopo la liberazione Americana il paese ha deciso di rifarsi il trucco. Nella city sono stati costruiti pomposi grattacieli. Lungo la 30a – la main road del paese – e nelle zone limitrofe si possono scorgere le imponeneti residenze delle famiglie piu’ facoltose, molte delle quali di dubbio gusto architettonico. Non essendoci un autentico stile kuweitino i ricchi signori di qui si fanno costruire le loro ville secondo le mode del momento, magari dopo averle viste in qualche rivista occidentale. Ecco quindi che a fianco di una casa ultra moderna se ne erge un’altra in stile barocco o un’altra ancora in stile vittoriano. A tratti pacchiane. Sicuramente appariscenti.

Lungo le strade sfrecciano machine dai costi inaccessibili per noi comuni mortali e di cui, non essendo un conoscitore, non sapevo neanche dell’esistenza. Alle volte fa strano vedera al volante di un qualche enorme Suv 4×4 una donna coperta dal suo burka nero. I kuweitini sono persone cortesi, educate e fondamentalmente ben istruite. Anche qui e’ molto sentita la distinzione fra sciiti e sunniti. Sebbene il paese subisca una forte influenza Americana, la maggior parte della popolazione sembrerebbe volere una impronta piu’ islamica. Ovviamente rimangono sostanziali differenze sociali con quella che e’ la culla dell’Islam, l’Arabia Saudita, che dista solo una manciata di km da qui.

Voglio chiudere il mio escursus sul Kuwait con una chicca che pure gia’ conoscevo prima di venire qui: mondiali di calcio Spagna ’82. Il Kuwait partecipa alla fase finale. In una delle tre partite del girone di qualificazione la squadra sta perdendo sonormanete. Gli viene pero’ annullato un gol. L’Emiro, allora in tribuna, non ci sta e scende sino in campo facendo interrompere l’incontro. Stupore generale. La partita riprende dopo qualche minuto. Il gol viene convalidato.

P.S. I fatti e gli eventi qui riportati sono frutto di conversazioni avute questi giorni. Tutte in inglese. Non me ne voglia qualcuno se ho riportato delle inesattezze.

E poi senno’ veniteci voi in Kuwait!

Buona Pasqua a tutti!

IL PEGGIOR VOLO DELLA MIA VITA

March 22nd, 2008

Forse è destino che questo viaggio vada fatto via terra, allorchè il fato mi sta rendendo i voli un vero e proprio incubo.

Istanbul-Sharjah: il peggior volo della mia vita.

A dire il vero tale lo consideravo ancor prima di partire e devo dire che anche in volo non sta tradendo le aspettative. Negli ultimi anni prendere un aereo è cambiato moltissimo. Da una parte gli attentati del 2001 hanno irrigidito sino all’inverosimile le misure di sicurezza sui voli e negli aereoporti, dall’altra il diffondersi in ogni parte del mondo di compagnie low cost ha reso accessibile l’aereo a chiunque.

Questi due fattori combinati fra loro hanno cretao un mix esplosivo.  Dopo aver passato non so quante ore in quel triste aereoporto sembra arrivare finalmente il momento del check-in. Alchè succede però qualcosa di poco logico. Fra tutti i passeggeri in attesa di imbarco – e non solo del mio volo – viene creata una enorme ed inutile fila.

Le operazioni vengono condotte da una sorta di sceriffo dell’aereoporto che si agita, impartisce ordini, intrattiene la gente con battute e risate fragorose. Si va a rilento di non so quanto. Nessuno sa bene cosa fare senza che lo sceriffo (per inteso un omone di due metri per 200 kg) non dia il benestare. Le due operazioni più semplici per prendere un aereo – check-in ed imbarco – risultano essere improvvisamente insormontabili. Di personale è pieno ma tutto inetto e idiota. Nel frattempo fuori diluvia ed il nostro volo subisce ovviamente un ritardo. Veniamo fatti mettere più volte in fila senza motivo. Sembriamo un branco di pecorelle che obbedisce agli ordini senza che nessuno si ponga domande per le quelle inutile manovre. Tranne me.

Dopo non so quante peripezie saliamo su un autubus. Giusto il tempo di mettere in moto però che si è già fermato, in quanto l’aereo era proprio di fronte a noi. Si aprono le porte e tutti di corsa verso le scale dell’aereo. Qualcuno scivola, le donne urlano. La pioggia cade battente e non la si può evitare nell’attesa di essere dentro. Quando finalmente sono, zuppo, ma dentro, capisco anche il motivo di tanto rallentamento: una simpatica hostess all’interno del velivolo bloccava la fila sulle scale per vedere inutilmente i tagliandini di ciascun passeggero e ripetere ad ognuno:”Si ok, sei dei nostri; prosegui e cercati il tuo posto”. La mia insofferenza raggiunge livelli inauditi. Sono stanco, zuppo ed affamato.

Mi sembra di essere tornato in India per lentezza ed inefficienza. Lì almeno c’era Marcolino con cui sfogare il mio malessere, qui invece sono solo e non posso che imprecare in solitario. Ed infatti è quello che faccio ormai da qualche minuto senza curarmi di farlo a alta voce. La gente mi guarda incuriosita. Nessuno sembra soffrire questi disagi a parte me. Ovviamente sono l’unico occidentale sull’aereo. Decido di scansare fisicamente e di peso ogni essere che si frappone fra me ed il mio posto lanciando occhiate minacciose a destra e sinistra e continuando ad inveire ad alta voce. L’aereo è il più brutto su cui sono mai salito. Colorito beige-sporco, illuminazione fiacca, sedili stretti e sgarrupati, poggia vivande unto e traballante.

La pioggia presa ha aumentato il cattivo odore delle persone che ho intorno. Sono le due del mattino ad ho davanti a me diverse ore di volo. Mi domando se riuscirò ad arrivare a destinazione. Una volta decollato, l’aereo emette un sibilo preoccupante tipo i giri della moto che sembrano effettivamente aumentare e diminuire come se scalasse le marce. Le turbolenze non si contano. L’aereo oscilla paurosamente. Esattamente dietro, avanti e al mio fianco,  come in un disegno malvagio, mi ritrovo tre pargoli di neanche un anno che producono nelle mie orecchie un eccellente effetto dolby sorround di pianti acuti e lamenti. Cerco spesso i loro sguardi, ma la loro innocenza non gli consente ancora di legere nei miei occhi minacciosi la rabbia ed il fastidio di tanto frastuono.

Odio tutti.

Le tre brutte hostess del volo si scambiano sorrisini compiaciuti guardandomi. Non capisco se è perchè piaccio loro o perchè si divertono a vedermi così sofferente. Un fantomatico stewart palliduccio e pelosetto dall’andatra goffa ed incerta si avvicina con il carrello delle vivande domandando stranamente solo a me se gradisco qualcosa. Senza pensarci gli indico la prima cosa che vedo, un impresentabile panino scuro con dei pezzettini di pollo arancione “arricchiti” da indecifrabili verdurine. Nell’avvinghiarmi un pò disgustato sulla mia misera cena mi accorgo però che lo stewart bamboccione mi borbotta qualcosa. Capisco che vorrebbe del denaro per quello schifo di panino e capisco anche perchè non aveva offerto nulla agli altri passegeri, dando per scontato che non avrebbero preso alcunchè. Lo guardo tra il seccato e lo sbalordito.

“I don’t have money” gli rispondo con tono che non ammette repliche menre riprendo indifferente ad azzannare il sandwich. Il ragazzetto capisce e se ne va anzi scusandosi di non avermi avvertito prima che si pagava. Saggia decisione.

Mentre malinconicamente e rassegnato mi faccio cullare dai vuoti d’aria con i lampi che illuminano di tanto in tanto lo sfondo buio dell’igloo, immagino che tristezza debba essere precipitare con un tale volo in qualche remota regione tra l’Iraq e l’Arabia Saudita. Cadessi con un qualche caro al mio fianco per stringergli la mano negli ultimi istanti di vita sarebbe almeno una magra consolazione. Anche l’idea di salvarci miracolosamente per poi vivere con questa brutta gente su un isola introvabile tipo Lost non è che mi entusiasmerebbe tanto. Ma tant’è.

Che Dio mi aiuti. (O siamo già in territorio di Allah?)

P.S. la prossima volta un bel volo diretto e passa la paura. Basta compagnie strane

Una telefonata accorcia la vita

March 21st, 2008

Delhi – “Salve, vorrei una ricarica da 200 rupie per Vodafone”, “Ma il suo è un numero di Delhi?” “No, l’ho acquistato a Bangalore”, “Allora mi dispiace ma non è possibile ricaricare”.

Questa è solo una delle tante follie che comporta possedere un numero di cellulare in India. Nel Paese esistono 37 differenti circuiti telefonici per cui se, ad esempio, abbiamo comprato una SIM card a Bangalore potremmo rivolgerci solamente al call center di Bangalore e ricaricare solamente nella città di Bangalore. Capito questo strano problema avevo ormai abbandonato i miei sogni di ricarica ma il negoziante prontamente mi comunica che in realtà una possibilità esiste. Potrebbe lui inviare parte del suo credito al mio numero di telefono, con il rischio che però parte di esso vada perso nell’etere.  Senza una chiara percezione del dove vadano a finire questi soldi, già di per se virtuali, tento anche questa pur di poter comunicare con il mio vecchio cellulare. Digitiamo 200 rupie sul telefono di lui e, come per incanto, nel mio arriva subito un SMS “Complimenti ha effettuato una ricarica di 178 rupie”. Poco male, penso che poteva andarmi anche peggio. Ma come ho detto prima questa è solo una delle follie indiane.

Ore 9.25. Squilla il telefono. Di corsa a cercare la fonte di quel suono per rispondere ad una di quelle rare telefonate che ricevo al numero indiano. “Hello! Hello!” ma dall’altra parte risponde solo una di quelle irritanti musiche d’attesa che usano le compagnie telefoniche che introduce una voce registrata che promette di mandare messaggi a basso costo.

Ore 11.15. Stessa scena. Questa volta posso scegliere di chiamare gratis tre numeri amici.

Ore 12.40. Uguale.

Ore 13.15. Ancora una volta gli SMS.

Ore 14.30. Squilla il telefono. Arrabbiato e nervoso prendo il telefono ed imposto il silenzioso e non rispondo. Cessata la vibrazione arriva un messaggio “Vodafone ha cercato di raggiungerti per offrirti….”. Haaa!.

Così è tutti i giorni. La domenica sono più discreti e ti inviano solo i messaggi. Penso che una cosa del genere non sia possibile e, dopo 10 giorni di scatti dal letto al telefono, mi decido a chiamare l’ufficio clienti Vodafone, numero verde 111, felici di aiutarmi. Peccato che il numero non funzioni. Uno squillo e cade la linea. Dopo scoprirò di non poter chiamare il numero verde perché mi ero già spostato dalla regione di residenza del mio numero di telefono, ma il quel momento ho pensato tutto il male possibile e ho chiamato il numero Vodafone trovato nel libretto d’istruzioni. A pagamento, chiaro. Read the rest of this entry »

NO TICKET, NO PARTI

March 21st, 2008

“Bianchi, Bianchi….. Mmmmmm. Strano. Abbiamo un Bianchi Ovidio, una Bianchi Teresa e una Bianca Bianchi (uno di quei casi in cui i genitori si divertono all’anagrafe). Nessun Fabio”.

E mentre la signorina del chek-in chiamava il collega per fra luce sul guazzabuglio io prendevo nota del fatto che ancora dovevo partire e che se tale impasse mi fosse accaduta un paio di voli seguenti – chessòio, ad esempio in Arabia Saudita – non avrei ben saputo cosa fare.

Una fragorosa risata della hostess di terra portava però ben presto chiarezza sul mistero. Il mio nome era si sul volo della Turkish Airlines delle 11:40 del giorno 19, ma non di marzo, bensì di aprile.

Gelo.

La nota alternanza di lucidità del mio fedele amico Marco aveva fatto si che in uno dei suoi momenti di black out andasse a prenotare il mio primo biglietto per il mese seguente a quello previsto. Fortuna ha voluto che sul volo in questione fosse rimasto giusto un posto libero da noi (da lui) prontamente acquistato per la modica cifra di più del totale dei tre voli che avrei dovuto prendere di li a pochi giorni.

La mia avventura è iniziata così fra le molteplici e ripetute imprecazioni di Marco, il quale, preso coscienza della cifra costatagli quella su amnesia, tentava un vago quanto improbabile tentativo di attribuire all’accaduto il concorso di colpa.

Poco male.

L’importante è stato partire. Che sia stato fatto premeditatamente per ritardare la mia partenza? Mmmm… Il dubbio rimane. Forse farò meglio a fidarmi meno di quel Marco nei mesi prossimi…

P.S. C’è una cosina che ancora non mi è del tutto chiara: quel biglietto lo dovrò pagare in parte anche io?

GOOD BYE ATATURK

March 20th, 2008

Sarà che sono alla terza pinta di birra, sarà che in torno a me tutti hanno una sigaretta accesa in bocca, ma sento che se rimango ancora un pò qui ricomincio a fumare.

Ancora mi domando como ho fatto ad arrivarci. Ho passato una serata su in rete prima di partire cercando info su come raggiungere il secondo aereoporto di Istanbul dopo quello di Ataturk (nel quale sono arrivato da Roma) senza trovare però risposte. Il mio inglese non è perfetto, lo riconosco, ma il problema è che qui in pochi lo parlano, sicchè alla fine mi sono fidato di un omino dalla faccia simpatica con grandi baffi che mi ha consigliato di prendere un autobus. Detto fatto, dopo un ora di strada sono stato fatto scendere in mezzo ad uno stradone con la romessa che di lì a poco sarebbe passato un altro bus che mi avrebbe portato al Sabiha. Ho cominiciato a pensare da subito che fidarsi degli omini dai grandi baffi non è sempre la scelta giusta. Ero lì, solo, con la mia enorme sacca (p.s. allegerire subito il carico a Q8 city) in mezzo ad uno stradone trafficatissimo in chissà quale angolo della città, con il buio che avanzava congiuntamente al freddo. Poi però, come per magia, si è materializzato il famoso bus che, prelevatomi, mi ha portato al mio aereoporto dopo un altra ora di cammino.

Avevo lasciato una grigia Istanbul qualche anno fa e nel grigiore l’ho ritrovata (a pensarci bene era anche lo stesso periodo). Forse non ho bene il senso della misura, ma credo di non avere mai visto una città tanto grande. In due ore di bus, da aereoporto ad aereoporto, non sono riuscito a scorgere la fine della città. Ed io che mi lamento di Roma. Istanbul è un vero e proprio cantiere a cielo aperto. Ovunque c’è un edificio in costruzione. Grattacieli nacono come funghi ai lati di quartieri che sembrano formicai. La vecchia e gloriosa Costantinopoli ha lasciato spazio ad una megalopoli proiettata prepotentemente verso occidente ma forse ancora troppo prematura per entrare in Europa. E come spesso accade sono queste palesi contrddizioni a colpirmi. Da una parte la città al passo con le altre capitali europee che vuole crescere, che si spande, che vuole apparire moderna, appariscente. Dall’altra la Turchia islamica, le donne con il velo, i minareti che si ergono un pò ovunque a ricordare le origini di questo paese, la troppa arretratezza che si respira in ogni angolo, il fondamentalismo.

Ataturk…

Beh non so cosa c’entri lui. Magari ordino un’altra birra e continuo dopo, tanto ho ancora altre quattro ore da passare in questo simpatico bar dell’aereoporto.

P.S. ma perchè qui fumano tutti e c‘hanno tutti i baffi?