A ZONZO

April 30th, 2008

Di nuovo a Delhi. Come quattro anni fa. E come quattro anni fa siamo nella stessa guest house affacciata su main Bazar. Stanza 106. La stessa di allora!

In una settimana di India abbiamo già preso due aerei, due treni e tre bus. Urge pertanto un pò d’ordine sul nostro itinerario. Da Cochin, nel Kerala, siamo scesi ad Alleppey per due giorni nelle backwaters. Tornati a Fort Cochin abbiamo preso un treno diretto a Bangalore, nel Karnataka. Avendo acquistato però dei biglietti di seconda classe (e mezzo) senza posti a sedere, ed essendosi il treno riempito esageratamente dopo circa quattro ore, decidiamo di scendere a Coimbatore, nel Tamil Nadu. Da li proseguiamo con un bus per circa sei ore sino a Mysore, mite città del Karnataka e sede storica del Maharaja e del suo imponente palazzo in stile indo-saraceno. Da Mysore con un altro treno giungiamo finalmente a Bangalore. Bangalore à una città in rapida crescita, forse la più sviluppata dell’India e soprattutto principale polo informatico del mondo. A Bangalore vi sono infatti i migliori ingegneri informatici del pianeta (per tutti valga l’esempio della Infosys) cosa difficile da credere se pensiamo di essere nel cuore dell’India. E sebbene la città regga il passo delle più importanti metropoli del mondo si porta con se anche tante delle inevitabili piaghe che affliggono il sub continente. Sovrappopolazione, miseria, traffico insostenibile, inquinamento acustico ed atmosferico. Forse e’ proprio a Bangalore che le contraddizioni di questa India a due marce sono più visibili che nel resto del paese. A fianco delle grosse multinazionali si stagliano fetide baraccopoli e questa nuova generazione di giovani talenti informatici in giacca e cravatta si mischia nei boulevar agli immancabili mendicanti disperati che punteggiano ovunque le strade della città. Dopo due giorni a Bangalore prendiamo un volo che in tre ore ci porta a Delhi. Ad attenderci oltre 40 gradi di sera. Trascorriamo l’indomani nei pressi del main Bazar. Il caldo e’ opprimente. Non possiamo rimanere oltre. Domani all’alba prendiamo un treno che ci porterà a Rihishikesh, nel nord. Sull’Himalaya. A cercare refrigerio in questa India infuocata.

Welcome to India

April 28th, 2008

L’avremo pure pagata 5000 rupie questa barca ma devo dire che se le merita tutte.

Nel Kerala la maggiore attrattiva sono le backwaters, le acque interne, che rappresentano anche una delle esperienze più uniche di tutta l’India. Dopo un paio di giorni a Fort Cochin, antica città coloniale del Kerala centrale, scendiamo in autobus sino ad Alleppey, la “piccola Venezia” ma anche principale snodo da cui partono la maggior parte di escursioni nelle backwaters della regione

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INTO THE JUNGLE

April 22nd, 2008

Immaginando il resoconto di questa tre giorni nella rain forest ero certo di intitolare il post “Into the jungle”. Dopo qualche ora in mezzo alla giungla, di notte, pensavo piu’ ad un qualcosa come “ma chi ce lo ha fatto fare”. Al nostro ritorno in hotel, in tarda notte, stremati e provati mi stavo convincendo infine per un “Alive!”.

Eppure sino alla scarpinata notturna della seconda sera il nostro impatto con la giungla non era stato poi così male. Entrambi ce l’eravamo cavata con un paio di sanguisughe a testa, qualche insetto di troppo e al massimo, ma non troppo, un simpatico cobra di due metri che ci ha attraversato la strada lungo un piccolo sentiero fra la vegetazione. Per il resto rinfrescanti nuotate nel Gin-ganga, il fiume che scende dalla Singaraja forest, escursioni in zattera nel lago Hian, che si snoda nella foresta tropicale, ed emozionanti incontri ravvicinati con gli strani esemplari della fauna locale. L’escursione notturna ha però scombussolato tutto.

Si decide di partire dall’accampamento verso le 17, circa un ora prima che faccia buio. Marco ed io non siamo pienamente convinti, ma in fin dei conti e’ per questo che siamo qui. Il nostro amico Mili e’ un biologo esperto di rane e questo di notte e’ il paradiso dei suoi essere preferiti. Con noi vengono anche due ragazzi singalesi del posto, anche loro esperti di anfibi e rettili endemici. Vivono parte dell’anno nell’accampamento che ci ospita nel mezzo della rain forest. Per raggiungerlo e’ necessario attraversare il Gin-ganga con una zattera assai precaria e proseguire lungo un sentiero. Ed e’ qui che sino a poche settimane prima alloggiava lo staff della National Geographic con il quale Mili collabora. Ma ora ci siamo solo noi. Dopo un ora di cammino in salita verso la montagna passiamo gradualmente per sentieri sempre meno battuti. Ad un certo punto ci invitano ad indossare gli stivali perche’ in procinto di attraversare tratti acquitrinosi e, di conseguenza, infestati di sanguisughe. L’umidita’ e’ altissima. Il cielo e’ grigio e a momenti piove. Siamo un bagno di sudore. Attraversato il piu’ velocemente possibile il tratto paludoso guadagniamo il letto del grosso torrente che scende dalla montagna. Ci leviamo gli stivali e cerchiamo di scacciare le tante sanguisughe che nel frattempo si erano attaccate ai nostri indumenti. La sensazione addosso di questi disgustosi animaletti e’ spiacevolissima. L’”escursione” prevede la risalita del torrente alla ricerca di rane. La visibilita’ e’ ormai nulla e si procede con delle torce legate in fronte. Arrampicarsi su queste grosse rocce viscide incastonate nel corso d’acqua non e’ affatto semplice. Mili ed i due ragazzi singalesi sembrano procedere con disinvoltura riuscendo a scovare anfibi nei posti piu’ impensabili. Marco ed io cerchiamo invece solo di non scivolare sulle rocce e di poggiare mani e piedi (nudi) in arpigli sicuri. Quella che sembra una foglia infatti puo’ essere un enorme ragno e quello che all’apparenza sembra una pietra potrebbe essere invece una rana. La loro abilita’ nello stanarle e’ impressionante. Tutto intorno pullula di vita ed e’ un continuo gracchiare di anfibi o di altre specie che non mi avventuro a catalogare. Cerchiamo di essergli d’aiuto filmando e fotografando gli esemplari che trovano ma in realtà e’ più alla nostra pelle che pensiamo. Questa gita si rivela più ardua di quanto immaginassimo. Più di una volta scivoliamo sulle pietre. Temo per il mio ginocchio. Sulla luce che ho in fronte mi si ammassano stuoli di fastidiose farfalline. Dalle macchie rosse di sangue che si allargano sul mio pantalone chiaro risalgo ai morsi delle sanguisughe. Sebbene si faccia più tardi del previsto e la pioggia cada più insistente i ragazzi non sembrano intenzionati a tornare indietro e noi dipendiamo completamente da loro. Marco ed io abbiamo la sensazione di vivere una situazione surreale e non ci capacitiamo del fatto che il motivo della nostra presenza lì sono delle piccole e strane ranocchiette, molte delle quali in via d’estinzione – d’accordo – ma pur sempre rane. Se prima di avventurarci fra questa natura selvaggia ed ostile rimpiangevamo l’aver dimenticato l’erba in albergo la mattina, ora ne siamo rincuorati. Tanto impervia e’ la situazione che viviamo in condizioni normali che non osiamo immaginare come possa essere dopo un paio di canne. E sulla via del ritorno, se possibile, e’ anche peggio.

Abbandonato finalmente il torrente attraversiamo nuovamente la foresta in fila indiana. Gli stivali che indossiamo sono scomodissimi. Mili decide di proseguire scalzo offrendo le sue gambe a banchetto per le sanguisughe. Nonostante le dolorose vesciche noi invece resistiamo salvo poi passare alle infradito in punti – a loro dire – meno infestati. Tutto intorno e’ buio pesto e la pioggia cade sempre più copiosa. Più di una volta i ragazzi si stoppano interrogandosi sulla direzione da prendere ed ogni piccola sosta risulta ottimale per calamitarci addosso sanguisughe. Mili in particolare necessita di brevi e continui chek-in alle sue gambe nude, mentre i due ragazzi singalesi non sembrano curarsi più di tanto dei morsi. Marco, avendo perso la sua torcia e dipendendo dalla luce di Mili, perde terreno da noi. I due ragazzi singalesi di contro procedono spediti ed io, indeciso sul da farsi, decido di stare al loro passo piuttosto che aspettare Marco e Mili. Nel camminare su terreni allentati dalla pioggia mi rompo però un infradito perdendo anche io terreno dai due ragazzi di testa. Un po’ come accade nei film horror, quando lo sfigato di turno si perde gli amici nella foresta andando incontro al suo inevitabile e macabro destino senza tentare di rintracciarli urlando, esattamente faccio io. Mi rendo conto che da cinque che eravamo sono rimasto solo e che in tale situazione non e’ poi così consigliabile, ma non faccio nulla per evitarlo. In lontananza vedo qualche bagliore ogni tanto provenire dalle torce dei due singalesi e penso che prima o poi li posso raggiungere. Il problema e’ che però i sentieri sono pressoche’ inesistenti e tutto intorno c’e’ fitta vegetazione. Provo ad affrettare il passo ma con un infradito rotto sono costretto a continuare scalzo. Nell’attraversare un torrente scivolo sbattendo ginocchio destro (non quello operato di recente per fortuna) procurandomi un immediato rigonfiamento tipo bernoccolo (non sapevo potessero venire anche sulle ginocchia). Comincio ad essere seriamente spaventato. Riprendo a camminare senza sosta e senza illuminarmi mai le gambe per timore di vedere quante sanguisughe ho addosso finche’, intravedendo le torce dei due ragazzi comincio ad urlare per richiamare la loro attenzione. Grazie a Buddha mi sentono, mi rintracciano e con loro raggiungo il rifugio. Dopo mezzora giungono anche Marco e Mili. Quando ci rincontriamo siamo ancora eccitati ed adrenalinici. Ci curiamo le ferite e ci raccontiamo le disavventure. Abbiamo passato diverse ore e si e’ fatto tardi. Salutiamo i ragazzi e ci incamminiamo verso la strada principale dopo aver riattraversato il fiume nella zattera piena d’acqua. Attendiamo un ora che passi qualcuno per riportaci al nostro villaggio. E’ incredibile come tu sia sempre e ovunque preso d’assalto da tuk-tuk e quando ne hai veramente bisogno non ce n’e’ nemmeno l’ombra, ma d’altronde, di notte ed in mezzo alla giungla non possiamo avere troppe pretese. Alla fine saranno degli strambi poliziotti di campagna del vicino villaggio a prendersi cura di noi e a rimediarci un passaggio sino alla nostra guest house. Probabilmente gli avremo fatto pena, tutti zuppi, esausti e sporchi di sangue.

Soppravvisuti pero’. Into the jungle. Ma soprattutto… chi ce lo ha fatto fare!

Into the Jungle secondo Marco

Siamo partiti da Mirissa con l’idea dell’avventura, andare nella giungla in cerca delle rane endemiche (cioe’ rane che vivono solo i questo paese, solo in quella giungla, solo in quella pozza d’acqua) dello Sri Lanka. Le premesse erano ottime. Mili, il nostro amico serbo, ci avrebbe organizzato due pass speciali per entrare di notte nella giungla di Hiyare e dormire nel rifugio della stazione di ricerca. A causa delle lunghe feste per il capodano buddista il paese e’ stato letteralmente immobile per oltre una settimana e percio’ i nostri permessi sono finiti nel dimenticatoio di qualche ufficio a Galle. La giornata e’ stata comunque molto piacevole, con una arrangiata ed instabile barchetta ci siamo inoltrati nel lago ed abbiamo trascorso un buon pomeriggio scattando foto e riparando sotto qualche albero quando improvvisamente arrivava la pioggia. La sera stessa ci siamo trasferiti ad Udugama, l’unico paesino nelle vicinanze, con la promessa che il giorno successivo avremmo seguito il nostro amico al lavoro con tutta la squadra. Effettivamente il mattino dopo ci siamo recati, grazie ad un’altra precaria barchetta, nella stazione dove il nostro amico aveva speso oltre tre mesi e subito la giornata sembrava aver preso la giusta direzione. Addentrati solo di poco nella giungla ci siamo trovati di fronte un bellissimo torrente in cui poter fare il bagno in compagnia di un simpatico vecchietto locale che ogni giorno andava a lavarsi in quelle acque. Abbiamo trascorso alcune ore molto piacevoli a nuotando nel fiumiciattolo, facendo foto e facendoci raccontare tutti i segreti delle foreste pluviali Srilankesi e delle sue rane. Il tempo cominiciava a mettersi buio e non era chiaro quali sarebbero stati i programmi per la serata. Mili, entusiasto di portarci nel regno degli anfibi, nel frattempo aveva organizzato delle piccole torce di fortuna e, dopo nostra insistita richiesta, anche alcune paia di stivali di una o due taglie piu’ piccole della nostra. Il tramonto scendeva e senza farci troppe domande, o meglio senza sapere a cosa andavamo incontro, ci siamo infiltrati nella fitta vegetazione di Kanneliya, regno degli anfibi ma anche di sanguisughe e di serpenti. Giusto il pomeriggio Fabio si e’ trovato improvvisamente a tu per tu con il suo terrore atavico verso questi animali quando quasi non calpesta un cobra di qualche metro sbucato dai lati del sentiero. La strada notturna per trovare queste famose rane ci ha fatto rendere conto immediatamente di quello che stavamo per fare. Il buio totale e la paranoia delle sanguisughe ci innervosiva, ma soprattutto ci ha fatto sentire in uno stato di perenne allerta per cui non potevamo sbagliare un solo passo. Rimanere indietro al gruppo significava perdersi nel buio della giungla insidiosa e aggressiva. Le prime sanguisughe le abbiamo prese quasi subito e la sensazione di schifo che ti lasciano nel corpo e nella mente ci ha fatto capire decisamente che non sarebbe stato facile. Raggiunto un torrente il nostro gruppo ci ha fatto capire che li saremmo stati al sicuro, per lo meno dalle sanguisughe, ma non era certo finita li. Se volevamo vedere le rane bisogna risalire le roccie viscide e scivolose del torrente. Intanto intorno era sempre piu’ buio e qualche gocciolina di pioggia cominciava a cadere sui nostri zaini. La sola idea di dover ripercorre la strada fatta fin ora per tornare al rifugio sembrava la peggiore delle torture ma fortunatamente l’idea che prima o poi quella giornata sarebbe finita ci ha dato la forza di proseguire a denti stretti senza chiederci piu’ niente. Alcuni attimi di scoramento pero’ si sono presentati in rapida sucessione. I pantaloni di Fabio all’improvviso si sono riempiti di sangue all’altezza della coscia per colpa di una sanguisuga scappata al check periodico che ci facevamo alle gambe. Su una roccia un ragno velenoso grande quanto una mano ed io poco dopo ho perso l’equilibrio e sono scivolato salvando per lo meno la macchinetta fotografica. Attimi di panico. La pioggia sempre piu’ forte e le torce piano piano si sono consumate rimanendo una ogni due persone. Stavamo per riprendere la via di casa ma le vesciche causate dagli stivali erano quasi peggiori del ribrezzo causato dalle sanguisughe. Scalzi abbiamo cominciato a correre nella foresta salterellando per evitare di finire con i piedi in qualche pozza da cui saremmo usciti completamente ricoperti. Il gruppo andava a velocita’ diverse ed in breve io sono rimasto in dietro solo con Mili mentre di Fabio non avevo piu’ notizie ne visione. Alla fine siamo tornati al rifugio sotto la pioggia battente e le gambe con i segni della lotta contro la natura. Sembrava tutto finito ma la disorganizzazione del nostro amico non aveva mai fine e ci ha costretti nella notte a cercare riparo nella piu’ vicina stazione di polizia per chiedere diperatamente un passaggio fino a casa..abbiamo riposato qualche ora ed il giorno seguente, dopo tre autobus ed un taxi di fortuna, alle 4 del mattino abbiamo iniziato la scalata di 5600 gradini fino alla vetta dell’Adam’s Peak….ma questa e’ gia’ un’altra storia….

LA SCALATA

La scalata dell’Adam’s Peak è cominciata alle 4 della notte successiva essere stati nella Jungle. Il viaggio per arrivarci è stato veramente lungo e faticoso dato che nel mattino abbiamo preso 3 autobus locali per percorrere pochi km in più di 5 ore. Fortunatamente in serata abbiamo trovato un bravo e costoso driver che ci ha portato per i successivi 200 e passa kilometri. Morale della storia è che in piena notte ci siamo trovati di fronte 5600 scalini da salire in meno di 2 ore per arrivare in cima in tempo per vedere l’alba salire dalla nebbia e dare così un senso alla nostra ammazzata. Ci tenevamo ad affrontare l’impresa proprio quel sabato perché era un giorno Poya, di luna piena, percui importante per i fedeli buddisti che venerano il monte e vi si recano in pellegrinaggio per espiare lo spirito. Dopo la lunga scalata, sotto pressione, capiamo che 5600 scalini sgomitando tra i pellegrini singalesi più che pulire lo spirito uccidono il corpo ed alla sola idea di doverne scendere altrettanti barcolliamo qualche minuto. Fortunatamente non molliamo mai e dopo aver riposato un poco in cima, assistendo ad un particolare ma poco affascinante rito buddista, cominciamo a scendere tra gambe che tremano e l’aria fredda che ci asciuga il sudore. Due giorni dopo abbiamo lasciato finalmente lo Sri Lanka alla volta del Kerala, India del Sud, stato comunista ed affascinante…

Vecchi pensieri

April 21st, 2008


In attesa di una connessione decente riporto alcuni pensieri scritti la scorsa settimana per urloweb. Unawatuna – In Sri Lanka ognuno ha una sua storia da raccontare sullo tsunami abbattutosi in questa parte di mondo il 26 Dicembre del 2004. C’è chi ha perso ogni cosa in quel giorno. C’è chi ha perso un amico, chi la casa e c’è chi, perdendo ogni cosa, ha perso anche la speranza e spesso pensa che sarebbe dovuto affondare anche lui insieme a tutto ciò che aveva costruito nella sua vita. Nei pochi minuti in cui l’onda anomala si ruppe sulle strade e le case della costa provocò circa 50.000 morti, 1.500.000 sfollati, oltre che un numero imprecisato di danni e dispersi.

La maggior parte delle strutture nel raggio di 500 metri dal mare è stato distrutto, le fogne sono esplose ed il rischio sanitario per i mesi successivi è stato altissimo. “Quando abbiamo visto la prima onda abbattersi sulle nostre case abbiamo pensato fosse arrivata la fine del mondo” ci dicono le persone a cui chiediamo di raccontarci cosa è in grado di pensare un uomo di fronte ad una simile forza della natura. Come cinicamente accade di fronte ad una tragedia di tali dimensione qualcuno è riuscito a guadagnarci qualcosa, o per lo meno chi era già benestante è stato in grado di fronteggiare il destino, mentre non vi è stata una via di scampo per i più poveri che nulla avevano da perdere se non la propria dignità. Dopo soli quattro anni nelle spiagge teatro della più grande catastrofe naturale del XXI secolo sembra non esserci nessun segno tangibile di quella terribile mattina del 26 Dicembre. La gente sembra essersi già dimenticata di quella tragedia e le strutture alberghiere sono state ricostruite a ridosso della costa senza alcun minimo rispetto di quelle che sono le regole morali ed architettoniche in previsione di un altro evento del genere. Gli aiuti provenienti in gran parte dall’Europa ed altri stati occidentali sono stati utilizzati per lo più per affrontare l’emergenza di chi improvvisamente senza più un tetto dove riparare non aveva neppure pochi soldi per comprare del cibo. Le nuove abitazioni ricostruite sopra quelle che furono si riconoscono facilmente dal colore giallo paglierino delle mura ed una particolare disposizione a schiera che ricorda i quartieri benestanti occidentali. Ciò che concerne il turismo invece sembra essere stato pensato per approfittare dell’anarchia dei giorni seguenti ed espandere ancor di più la propria morsa intorno ai paradisi naturali che l’isola dispone. Parlando con alcuni rappresentanti di questa industria addirittura qualcuno riesce a pensare che lo Tsunami sia stato un’ottima pubblicità per lo Sri Lanka. Il mondo ha conosciuto grazie alla tragedia un posto esotico ed in gran parte sconosciuto, reso famoso fino ad allora solamente per la vittoria ottenuta nel mondiale di Cricket oltre dieci anni indietro. Dimenticare sembra essere un atteggiamento comune ed il suo ripetersi costantemente dimostra come le menti dello Sri Lanka siano più impegnate nella lotta alla sopravvivenza che nel mantenere una memoria storica condivisa. Gli unici che sembrano ricordare costantemente la tragedia del 26 Dicembre sembrano essere i mendicanti che ogni momento fanno leva sul senso di compassione dei pochi turisti che oggi ancora giungono nel Paese. Il vero Tsunami, secondo i locali, è la guerra che giornalmente si consuma tra il governo e le forze indipendentiste Tamil. Quest’organizzazione terroristica è stata da poco nominata dalla maggioranza degli stati la più violenta e sanguinosa organizzazione terroristica attualmente attiva, prima anche della più famosa Al-Qaida. Principalmente gli obiettivi dell’LTTE sono funzionari di governo ma molto spesso per colpirne uno i terroristi colpiscono anche i cento innocenti che si trovano di intralcio al loro scopo. La guerra civile che da circa 30 anni attanaglia il Paese ha provocato migliaia di morti negli scontri avvenuti tra le forze indipendentiste e le forze governative nel nord dell’isola, rivendicato dalle Tigri del Tamil come di loro diritto e proprietà date le sofferenze che la loro etnia ha subito da parte della popolazione Singalese. Le strade della capitale sono perennemente assediate dall’esercito armato in formazioni che potrebbero ricordare le trincee nella Grande Guerra. I check point sono pressoché ogni 500 metri e la tensione che si respira attorno gli obiettivi sensibili sembra ricordare che ogni momento potrebbe essere adatto per un attacco terroristico. Gli abitanti credono fermamente che sia questa guerra la causa del basso afflusso di turisti nell’isola ed è poco interessata all’esito del conflitto, purché esso abbia fine. In realtà non immaginano che nel resto del mondo la gente è poco attenta a ciò che avviene s quest’isola e men che meno conosce la ferocia dei ribelli Tamil. Non immaginano che il giorno in cui sono stati sviluppati accordi bilaterali tra Italia e Sri Lanka per fronteggiare il terrorismo Tamil i funzionari italiani dichiaravano di non essere assolutamente a conoscenza di tale violenza e forza del terrorismo esistente in nella vecchia Ceylon. Marco Manieri

LA GRANDE ONDA

April 4th, 2008

Previously, on Mirissa…

5o giorno

Le mie giornate qui sono piuttosto abitudinarie. La sveglia ufficiale e’ alle 8 ma gia’ dalle 6, da quando cioe’ mi si sveglia tutta la fauna intorno, rimango praticamente in dormiveglia. Dalle prime luci dell’alba infatti il cortile della mia guest house si anima pian pianino. La voce grossa la fanno i tanti uccelli, ognuno con la sua personale melodia. Ieri sono riuscito finalmente a fotografare quello che indubbiamnete rompe di piu’ le palle con il suo canto forte ed insistenete (Valerio lo ricordera’). Se non fosse che e’ molto bello lo avrei gia’ fatto fuori. Piu’ tardi sono gli scoiattolini a farsi sentire nel loro convulso salire e scendere le palme. Verso le 7 si sveglia il cagnolino della casa attaccando anche lui a piagnucolare. Quando anche le tre bambine sono in piedi poi il sonno e’ ufficialmente terminato. Andando comunque a dormire molto presto non mi posso lamentare delle mie ore di riposo. Verso sera invece il cortile si anima di ranocchiette, grossi granchi e lucciole.

Mentre aspetto la colazione mi metto a leggere sull’amaca. Finito di mangiare, doccia e via in spiaggia per la mia corsetta delle 9. Quindici – venti minuti ogni mattina, ossia tutta la baia andata e ritorno. Sono le mie prime corsette dopo l’intervento e non potrei fare rieducazione migliore che qui. La giornata prosegue fra lunghe nuotate, qualche palleggio con il pallone che ho comprato appena arrivato, una partitella improvvisata a cricket e nel tardo pomeriggio del sano body surf. Praticamente non sto mai fermo. Il ginocchio risponde benissimo (anche se a volte esagero con gli sport) e il tono muscolare della gamba cresce giorno dopo giorno.

Nell’aerea sud occidentale dello Sri Lanka il monsone Yala giunge in maggio, portando abbondanti pioggie, circa 4000 mm l’anno, che ne fanno la regione con il tasso maggiore di piovosita’. La stagione secca termina ufficialmente a marzo. Ora siamo quindi in una sorta di limbo ma d’altronde si sa, aprile e’ pazzarello. Non e’ raro infatti che una giornata dal cielo limpidissimo si traformi d’improvviso in una giornata piovosa. Il cielo si annuvola in men che non si dica e senza che te ne accorgi piove. Magari solo mezz’ora. E poi non guasta. Tutto il giorno sotto al sole non si puo’ stare. Io sono praticamente gia;’ nero ma a vari strati, risultato delle quotidiane spellature.

Qui a Mirissa non c’e’ mai silenzio. Neanche di notte. Il tempo e’ scandito dale onde. Come un in moto perpetuo le onde rompono sulla spiaggia sviluppando un continuo frastuono amplificato dalla conca della baia. Le onde che son qui sono poca roba rispetto ad altri posti. Ma e’ pur sempre l’Oceano Indiano. Alle volte mi capita di prenderne una male e venire scaraventato sotto acqua con tale violenza che una persona come me di 90 kg sembra un fazzolettino di carta. E’ in quei frangenti che comprendo quail danni possa aver provocato l’onda che si e’ abbattuta qui a fine 2004. Un po’ come tutti noi “amiamo” ricordare sensazioni e ricordi della mattina del 11 settembre 2001, qui ogni ragazzo cha la sua storia da raccontare di quel 26 dicembre 2004. Il giorno dello Tsunami. Il giorno della grande onda.

Te’LankaRtamo

April 3rd, 2008

Valerio se n’e’ andato. Sono un po’ triste. Siamo stati bene questa settimana e il tempo e’ volato. Da Colombo abbiamo proseguito lungo la costa sud-occidentale verso le spiaggie piu’ belle dello Sri Lanka. La strada correva parallela al mare fra milioni di palme ed una vegetazione fitta e rigogliosa. La foresta pluviale e’ straordinaria. Il tratto di costa che percorriamo e’ stato duramente colpito dallo Tsunami. Solo in Sri Lanka ci sono state 30000 vittime e piu’ di un milione di senza tetto. In alcuni punti si puo’ vedere con chiarezza la devastazione  che ha provocato quell cataclisma sui villaggi e le case a ridosso delle spiagge. Qua e la ci sono dei piccoli cimiteri improvvisati ai bordi della strada che percorriamo. In generale la costa e’ bella ovunque. In alcuni tratti pero’ non vi sono attrezzature per ospitarti, in altri sono andate distrutte e nei centri troppo caotici preferiamo non fermarci. Facciamo quindi delle brevi soste a Galle (in cui vi e’ il famoso forte portoghese) a Unawatuna dove mangiamo qualcosa e infine a Mirissa. Mirissa e’ un sogno. Il tipico paesaggio da cartolina. Una baia di un paio di km di sabbia bianca orlata di palme. Ci sistemiamo a trenta metri dalla spiaggia in una deliziosa guest-house a gestione famigliare. Lungo tutta la baia giusto una ventina di turisti piazzati qua e la’. L’atmosfera e’ idilliaca. Mangiamo ottimamente. Passiamo qui tre giorni di puro relax. Da Mirissa decidiamo di partire verso la Hill Country, nel centro dell’isola, per spendere li’ gli ultimi giorni insieme. La strada che da Colomo porta  a Kandy procede in salita. L’aria si fa leggermente  piu’ respirabile e la temperatura scende di qualche grado  ma la vegetazione e’ sempre fittissima. Kandy e’ la seconda citta’ dello Sri Lanka ma forse la piu’ importante storicamente. Fu infatti l’ultima a cedere al gioco coloniale, cadendo solo nel 1815 per mano dell’impero britannico e dopo aver respinto per tre secoli i tentativi di conquista di portoghesi prima e olandesi poi. La Hill Country meriterebbe almeno 5 giorni di visita se si includesse anche una giornata all’Adam’s Peak con relativa scalata dei suoi 2243 m. durante la notte e una puntata ad Nuwara Eliya, affascinante cittadina coloniale posta a 1889 m. sul livello del mare. L’incantevole lago artificiale creato nel 1807 dall’ultimo sovrano di Kandy e’ il cuore della citta’. Sulla sponda settentrionale del lago sorge il Tempio del Sacro dente, che custodisce appunto un dente del Buddha, la piu’ preziosa reliquia buddhista dello Sri Lanka. L’interno ma anche i giardini circostanti sono molto belli. Ovunque ci sono fedeli che depositano fiori o accendono incensi. I loro gesti delicati e l’essere cosi’ assorti nella preghiera e’ molto commovente. Poco fuori Kandy c’e’ l’orto botanico di Peradiniya, probabilmente il luogo piu’ bello visto fin d’ora. Un immenso giardino di 60 ettari contornato di viali, pergole, serre e i piu’ grandi alberi che abbia mai visto. La vegetazione in Sri Lanka e’ decisamente diversa da quella mediterranea e qui se ne puo’ avere un esempio lampante. Una delle principali attrazioni e’ il ficus gigante di Giava, che copre una superficie di 1600 metri. Praticamente da un unico enorme fusto partono dei rami con tanto di quell fogliame da poter fare ombra a tutto il mio giardino di Bolsena e forse piu’. Dovrei suggerirlo a Nevio, altro che meli, prugni e ciliegi.

Kandy non e’ Colombo ma e’ pur sempre la seconda citta’ del paese. Il traffico nelle vie del centro e’ anche qui duro da tollerare. Con Valerio testiamo un metodo efficacissimo per rendere piu’ sopportabile la confusione. Due Lion Lager gelate consecutive e via nella calca con il sorriso sulle labbra a schivare persone e tuc-tuc.  A Kandy decido di non rimanere ulteriormente e cosi’ me ne riparto insieme a Valerio di nuovo verso Colombo. Lungo la strada per il ritorno ci fermiamo a vedere una fabbrica/fattoria che produce te’. La Hill Country e’ praticamente una unica grande piantagione di te’ che in queste colline e con questo micro clima sembra esprimersi al meglio. Ci mostrano tutte le fasi della produzione e non ci fanno mancare ovviamente anche una degustazione.

Ma il tempo volge ormai al termine. Arriviamo a Colombo nel pomeriggio ed io prenoto subito una stanza al Juliana Hotel. Prima di salutarci ci andiamo a prendere le ultime due Lion Lager (avremo toccato quota 100?) nel giardino sul mare del Galle Face Hotel. E con la luce del crepuscolo l’ultimo abbraccio e poi ognuno per la propria strada.

Sii forte piccolo Valerio. Gliela abbiamo incartata anche qui, o meglio….Te’LankaRtamo*

* copyrights Valerio Colone.

P.S. per gia appassionati di tormentoni, prpongo una breve rassegna dei tormentoni di questi giorni adottati dal mago dei tormentoni, Valerio.

-         Too Hot, Too Easy

-         Galllllle

-         Facciam su?

-         Evviva la France

-         Ehi my friend!

-         Vero monsterrrr?

LA MIA NUOVA CASA

April 2nd, 2008

Ok gente, giusto due righe per tranquillizzare le migliaia (o milioni) di lettori e affezzionati che cercano di avere mie notizie. Valerio e’ partito da due giorni ed io sono solo a Mirissa, lungo la costa sud-occidentale dello Sri Lanka. Il posto e’ paradisiaco e non mi manca nulla (la foto e’ cio’ che vedo in questo momento). Marco e’ partito oggi e sara’ qui la settimana prossima. Io lo aspettero’ esattamente qui, sulla mia sdraio a 10 metri dal mare.

Dalla prossima settimana saranno sul sito anche tutte le foto che ho fatto fin d’ora di Kuwait e Sri Lanka.

P.S. ho appena appreso del risultato della Roma. Quasi un giorno dopo. Pazzesco. L’importante e’ che la mia Tigrese continui a vincere anche in mia assenza