
Immaginando il resoconto di questa tre giorni nella rain forest ero certo di intitolare il post “Into the jungle”. Dopo qualche ora in mezzo alla giungla, di notte, pensavo piu’ ad un qualcosa come “ma chi ce lo ha fatto fare”. Al nostro ritorno in hotel, in tarda notte, stremati e provati mi stavo convincendo infine per un “Alive!”.
Eppure sino alla scarpinata notturna della seconda sera il nostro impatto con la giungla non era stato poi così male. Entrambi ce l’eravamo cavata con un paio di sanguisughe a testa, qualche insetto di troppo e al massimo, ma non troppo, un simpatico cobra di due metri che ci ha attraversato la strada lungo un piccolo sentiero fra la vegetazione. Per il resto rinfrescanti nuotate nel Gin-ganga, il fiume che scende dalla Singaraja forest, escursioni in zattera nel lago Hian, che si snoda nella foresta tropicale, ed emozionanti incontri ravvicinati con gli strani esemplari della fauna locale. L’escursione notturna ha però scombussolato tutto.
Si decide di partire dall’accampamento verso le 17, circa un ora prima che faccia buio. Marco ed io non siamo pienamente convinti, ma in fin dei conti e’ per questo che siamo qui. Il nostro amico Mili e’ un biologo esperto di rane e questo di notte e’ il paradiso dei suoi essere preferiti. Con noi vengono anche due ragazzi singalesi del posto, anche loro esperti di anfibi e rettili endemici. Vivono parte dell’anno nell’accampamento che ci ospita nel mezzo della rain forest. Per raggiungerlo e’ necessario attraversare il Gin-ganga con una zattera assai precaria e proseguire lungo un sentiero. Ed e’ qui che sino a poche settimane prima alloggiava lo staff della National Geographic con il quale Mili collabora. Ma ora ci siamo solo noi. Dopo un ora di cammino in salita verso la montagna passiamo gradualmente per sentieri sempre meno battuti. Ad un certo punto ci invitano ad indossare gli stivali perche’ in procinto di attraversare tratti acquitrinosi e, di conseguenza, infestati di sanguisughe. L’umidita’ e’ altissima. Il cielo e’ grigio e a momenti piove. Siamo un bagno di sudore. Attraversato il piu’ velocemente possibile il tratto paludoso guadagniamo il letto del grosso torrente che scende dalla montagna. Ci leviamo gli stivali e cerchiamo di scacciare le tante sanguisughe che nel frattempo si erano attaccate ai nostri indumenti. La sensazione addosso di questi disgustosi animaletti e’ spiacevolissima. L’”escursione” prevede la risalita del torrente alla ricerca di rane. La visibilita’ e’ ormai nulla e si procede con delle torce legate in fronte. Arrampicarsi su queste grosse rocce viscide incastonate nel corso d’acqua non e’ affatto semplice. Mili ed i due ragazzi singalesi sembrano procedere con disinvoltura riuscendo a scovare anfibi nei posti piu’ impensabili. Marco ed io cerchiamo invece solo di non scivolare sulle rocce e di poggiare mani e piedi (nudi) in arpigli sicuri. Quella che sembra una foglia infatti puo’ essere un enorme ragno e quello che all’apparenza sembra una pietra potrebbe essere invece una rana. La loro abilita’ nello stanarle e’ impressionante. Tutto intorno pullula di vita ed e’ un continuo gracchiare di anfibi o di altre specie che non mi avventuro a catalogare. Cerchiamo di essergli d’aiuto filmando e fotografando gli esemplari che trovano ma in realtà e’ più alla nostra pelle che pensiamo. Questa gita si rivela più ardua di quanto immaginassimo. Più di una volta scivoliamo sulle pietre. Temo per il mio ginocchio. Sulla luce che ho in fronte mi si ammassano stuoli di fastidiose farfalline. Dalle macchie rosse di sangue che si allargano sul mio pantalone chiaro risalgo ai morsi delle sanguisughe. Sebbene si faccia più tardi del previsto e la pioggia cada più insistente i ragazzi non sembrano intenzionati a tornare indietro e noi dipendiamo completamente da loro. Marco ed io abbiamo la sensazione di vivere una situazione surreale e non ci capacitiamo del fatto che il motivo della nostra presenza lì sono delle piccole e strane ranocchiette, molte delle quali in via d’estinzione – d’accordo – ma pur sempre rane. Se prima di avventurarci fra questa natura selvaggia ed ostile rimpiangevamo l’aver dimenticato l’erba in albergo la mattina, ora ne siamo rincuorati. Tanto impervia e’ la situazione che viviamo in condizioni normali che non osiamo immaginare come possa essere dopo un paio di canne. E sulla via del ritorno, se possibile, e’ anche peggio.
Abbandonato finalmente il torrente attraversiamo nuovamente la foresta in fila indiana. Gli stivali che indossiamo sono scomodissimi. Mili decide di proseguire scalzo offrendo le sue gambe a banchetto per le sanguisughe. Nonostante le dolorose vesciche noi invece resistiamo salvo poi passare alle infradito in punti – a loro dire – meno infestati. Tutto intorno e’ buio pesto e la pioggia cade sempre più copiosa. Più di una volta i ragazzi si stoppano interrogandosi sulla direzione da prendere ed ogni piccola sosta risulta ottimale per calamitarci addosso sanguisughe. Mili in particolare necessita di brevi e continui chek-in alle sue gambe nude, mentre i due ragazzi singalesi non sembrano curarsi più di tanto dei morsi. Marco, avendo perso la sua torcia e dipendendo dalla luce di Mili, perde terreno da noi. I due ragazzi singalesi di contro procedono spediti ed io, indeciso sul da farsi, decido di stare al loro passo piuttosto che aspettare Marco e Mili. Nel camminare su terreni allentati dalla pioggia mi rompo però un infradito perdendo anche io terreno dai due ragazzi di testa. Un po’ come accade nei film horror, quando lo sfigato di turno si perde gli amici nella foresta andando incontro al suo inevitabile e macabro destino senza tentare di rintracciarli urlando, esattamente faccio io. Mi rendo conto che da cinque che eravamo sono rimasto solo e che in tale situazione non e’ poi così consigliabile, ma non faccio nulla per evitarlo. In lontananza vedo qualche bagliore ogni tanto provenire dalle torce dei due singalesi e penso che prima o poi li posso raggiungere. Il problema e’ che però i sentieri sono pressoche’ inesistenti e tutto intorno c’e’ fitta vegetazione. Provo ad affrettare il passo ma con un infradito rotto sono costretto a continuare scalzo. Nell’attraversare un torrente scivolo sbattendo ginocchio destro (non quello operato di recente per fortuna) procurandomi un immediato rigonfiamento tipo bernoccolo (non sapevo potessero venire anche sulle ginocchia). Comincio ad essere seriamente spaventato. Riprendo a camminare senza sosta e senza illuminarmi mai le gambe per timore di vedere quante sanguisughe ho addosso finche’, intravedendo le torce dei due ragazzi comincio ad urlare per richiamare la loro attenzione. Grazie a Buddha mi sentono, mi rintracciano e con loro raggiungo il rifugio. Dopo mezzora giungono anche Marco e Mili. Quando ci rincontriamo siamo ancora eccitati ed adrenalinici. Ci curiamo le ferite e ci raccontiamo le disavventure. Abbiamo passato diverse ore e si e’ fatto tardi. Salutiamo i ragazzi e ci incamminiamo verso la strada principale dopo aver riattraversato il fiume nella zattera piena d’acqua. Attendiamo un ora che passi qualcuno per riportaci al nostro villaggio. E’ incredibile come tu sia sempre e ovunque preso d’assalto da tuk-tuk e quando ne hai veramente bisogno non ce n’e’ nemmeno l’ombra, ma d’altronde, di notte ed in mezzo alla giungla non possiamo avere troppe pretese. Alla fine saranno degli strambi poliziotti di campagna del vicino villaggio a prendersi cura di noi e a rimediarci un passaggio sino alla nostra guest house. Probabilmente gli avremo fatto pena, tutti zuppi, esausti e sporchi di sangue.
Soppravvisuti pero’. Into the jungle. Ma soprattutto… chi ce lo ha fatto fare!
Into the Jungle secondo Marco
Siamo partiti da Mirissa con l’idea dell’avventura, andare nella giungla in cerca delle rane endemiche (cioe’ rane che vivono solo i questo paese, solo in quella giungla, solo in quella pozza d’acqua) dello Sri Lanka. Le premesse erano ottime. Mili, il nostro amico serbo, ci avrebbe organizzato due pass speciali per entrare di notte nella giungla di Hiyare e dormire nel rifugio della stazione di ricerca. A causa delle lunghe feste per il capodano buddista il paese e’ stato letteralmente immobile per oltre una settimana e percio’ i nostri permessi sono finiti nel dimenticatoio di qualche ufficio a Galle. La giornata e’ stata comunque molto piacevole, con una arrangiata ed instabile barchetta ci siamo inoltrati nel lago ed abbiamo trascorso un buon pomeriggio scattando foto e riparando sotto qualche albero quando improvvisamente arrivava la pioggia. La sera stessa ci siamo trasferiti ad Udugama, l’unico paesino nelle vicinanze, con la promessa che il giorno successivo avremmo seguito il nostro amico al lavoro con tutta la squadra. Effettivamente il mattino dopo ci siamo recati, grazie ad un’altra precaria barchetta, nella stazione dove il nostro amico aveva speso oltre tre mesi e subito la giornata sembrava aver preso la giusta direzione. Addentrati solo di poco nella giungla ci siamo trovati di fronte un bellissimo torrente in cui poter fare il bagno in compagnia di un simpatico vecchietto locale che ogni giorno andava a lavarsi in quelle acque. Abbiamo trascorso alcune ore molto piacevoli a nuotando nel fiumiciattolo, facendo foto e facendoci raccontare tutti i segreti delle foreste pluviali Srilankesi e delle sue rane. Il tempo cominiciava a mettersi buio e non era chiaro quali sarebbero stati i programmi per la serata. Mili, entusiasto di portarci nel regno degli anfibi, nel frattempo aveva organizzato delle piccole torce di fortuna e, dopo nostra insistita richiesta, anche alcune paia di stivali di una o due taglie piu’ piccole della nostra. Il tramonto scendeva e senza farci troppe domande, o meglio senza sapere a cosa andavamo incontro, ci siamo infiltrati nella fitta vegetazione di Kanneliya, regno degli anfibi ma anche di sanguisughe e di serpenti. Giusto il pomeriggio Fabio si e’ trovato improvvisamente a tu per tu con il suo terrore atavico verso questi animali quando quasi non calpesta un cobra di qualche metro sbucato dai lati del sentiero. La strada notturna per trovare queste famose rane ci ha fatto rendere conto immediatamente di quello che stavamo per fare. Il buio totale e la paranoia delle sanguisughe ci innervosiva, ma soprattutto ci ha fatto sentire in uno stato di perenne allerta per cui non potevamo sbagliare un solo passo. Rimanere indietro al gruppo significava perdersi nel buio della giungla insidiosa e aggressiva. Le prime sanguisughe le abbiamo prese quasi subito e la sensazione di schifo che ti lasciano nel corpo e nella mente ci ha fatto capire decisamente che non sarebbe stato facile. Raggiunto un torrente il nostro gruppo ci ha fatto capire che li saremmo stati al sicuro, per lo meno dalle sanguisughe, ma non era certo finita li. Se volevamo vedere le rane bisogna risalire le roccie viscide e scivolose del torrente. Intanto intorno era sempre piu’ buio e qualche gocciolina di pioggia cominciava a cadere sui nostri zaini. La sola idea di dover ripercorre la strada fatta fin ora per tornare al rifugio sembrava la peggiore delle torture ma fortunatamente l’idea che prima o poi quella giornata sarebbe finita ci ha dato la forza di proseguire a denti stretti senza chiederci piu’ niente. Alcuni attimi di scoramento pero’ si sono presentati in rapida sucessione. I pantaloni di Fabio all’improvviso si sono riempiti di sangue all’altezza della coscia per colpa di una sanguisuga scappata al check periodico che ci facevamo alle gambe. Su una roccia un ragno velenoso grande quanto una mano ed io poco dopo ho perso l’equilibrio e sono scivolato salvando per lo meno la macchinetta fotografica. Attimi di panico. La pioggia sempre piu’ forte e le torce piano piano si sono consumate rimanendo una ogni due persone. Stavamo per riprendere la via di casa ma le vesciche causate dagli stivali erano quasi peggiori del ribrezzo causato dalle sanguisughe. Scalzi abbiamo cominciato a correre nella foresta salterellando per evitare di finire con i piedi in qualche pozza da cui saremmo usciti completamente ricoperti. Il gruppo andava a velocita’ diverse ed in breve io sono rimasto in dietro solo con Mili mentre di Fabio non avevo piu’ notizie ne visione. Alla fine siamo tornati al rifugio sotto la pioggia battente e le gambe con i segni della lotta contro la natura. Sembrava tutto finito ma la disorganizzazione del nostro amico non aveva mai fine e ci ha costretti nella notte a cercare riparo nella piu’ vicina stazione di polizia per chiedere diperatamente un passaggio fino a casa..abbiamo riposato qualche ora ed il giorno seguente, dopo tre autobus ed un taxi di fortuna, alle 4 del mattino abbiamo iniziato la scalata di 5600 gradini fino alla vetta dell’Adam’s Peak….ma questa e’ gia’ un’altra storia….
LA SCALATA
La scalata dell’Adam’s Peak è cominciata alle 4 della notte successiva essere stati nella Jungle. Il viaggio per arrivarci è stato veramente lungo e faticoso dato che nel mattino abbiamo preso 3 autobus locali per percorrere pochi km in più di 5 ore. Fortunatamente in serata abbiamo trovato un bravo e costoso driver che ci ha portato per i successivi 200 e passa kilometri. Morale della storia è che in piena notte ci siamo trovati di fronte 5600 scalini da salire in meno di 2 ore per arrivare in cima in tempo per vedere l’alba salire dalla nebbia e dare così un senso alla nostra ammazzata. Ci tenevamo ad affrontare l’impresa proprio quel sabato perché era un giorno Poya, di luna piena, percui importante per i fedeli buddisti che venerano il monte e vi si recano in pellegrinaggio per espiare lo spirito. Dopo la lunga scalata, sotto pressione, capiamo che 5600 scalini sgomitando tra i pellegrini singalesi più che pulire lo spirito uccidono il corpo ed alla sola idea di doverne scendere altrettanti barcolliamo qualche minuto. Fortunatamente non molliamo mai e dopo aver riposato un poco in cima, assistendo ad un particolare ma poco affascinante rito buddista, cominciamo a scendere tra gambe che tremano e l’aria fredda che ci asciuga il sudore. Due giorni dopo abbiamo lasciato finalmente lo Sri Lanka alla volta del Kerala, India del Sud, stato comunista ed affascinante…