Kashmir: la ricostruzione del paradiso

June 29th, 2008

Il Kashmir è forse uno di quegli ultimi luoghi del mondo dove si viene assaliti dalla sensazione di essere in un posto ancora da esplorare, un paese che accoglieva migliaia di turisti ma che negli ultimi 20 anni era inavvicinabile perché distrutto da una guerra violenta. In Kashmir sembra di entrare in un altro tempo, dove la maestosità delle montagne ha protetto le bellezze di questo paese anche nei momenti più bui e crudeli. La prima sensazione quando si mette piede nel paese è una particolare eccitazione mista a paura. Il verde delle montagne, il blu del cielo ed il bianco delle vette creano un contrasto indescrivibile, come se il colore fosse stato posato da una mano consapevole e necessaria.  Le prime parole che leggiamo in terra kashmira le troviamo dipinte nei tanti cartelli che danno il benvenuto ai visitatori “Nel paradiso sulla terra”, dove l’orgoglio dei suoi abitanti ancora resiste nonostante il tanto sangue versato. Ci sentiamo persone speciali ad essere giunti in questo angolo di mondo. Non abbiamo più possibilità di comunicare. I telefoni degli stranieri sono disabilitati per contrastare in qualche modo il terrorismo che di quando in quando riaffiora nelle valli e l’unica possibilità di possedere un numero di telefono al momento è effettuare un contratto post-pagato di modo che ogni comunicazione possa essere controllata e riutilizzata in caso di necessità. Di internet neanche l’ombra.

Poco più di 70 anni fa il Kashmir era uno unico stato indipendente ed anche India e Pakistan ancora erano uniti. Regnava un Marhaja indeciso e persone di ogni cultura vivevano libere, come un giardino colorato di tanti fiori diversi. Nel 1947 l’impero britannico abbandona la sua morsa sul sub-continente indiano e, da questa nuova indipendenza, vengono a formarsi due stati distinti: l’India, di religione induista, ed il Pakistan, di religione mussulmana. Da questa decisione segue un esodo di dimensioni inimmaginabili. Milioni di persone di fede mussulmana emigravano verso occidente ed il nuovo stato, mentre nella direzione opposta andavano milioni di induisti. Mentre ogni giorno morivano ammazzati migliaia di persone per la creazione di questi due grandi Stati, al Kashmir fu data la possibilità di scegliere con quale potenza annettersi, ma il Marhaja indeciso non fu in grado di prendere una decisione. Avrebbe dovuto confluire con l’India, lui di religione induista, o avrebbe dovuto scegliere il Pakistan dato che i suoi sudditi erano mussulmani?

La prima guerra indo-pakistana per il Kashmir nasce proprio da questo aneddoto. La storia ufficiale racconta che quando, nell’ottobre del 1947, le milizie pakistane hanno rotto i confini e sono entrate in terra kashmira, il Marhaja ormai aveva deciso di firmare il Trattato di Annessione con l’India, a patto che questo fosse ratificato da un referendum popolare. Il governo Pakistano, interessato non solo alle ricchezze naturali del paese ma anche, e soprattutto, per completare l’unione di tutti i mussulmani sotto un unico stato, ovviamente contesta la legittimità di tale accordo, supponendo che Hari Singh, il Marhaja, abbia agito in cattiva fede. L’India dalla sua parte rivendica la legittimità di tale atto, secondo il quale anche l’attuale territorio del Kashmir sotto giurisdizione pakistana dovrebbe far parte dell’India. L’interesse in questo caso comporta la possibilità di dimostrare come l’India sia un paese dove possono convivere liberamente tutte le diverse culture. Dopo la concessione ai buddisti tibetani della zona di Dharamsala, il Kashmir rappresenta l’unico stato a maggioranza mussulmana che l’India non vuole perdere.

Il Kashmir intanto desiderava solamente la libertà e l’indipendenza di avere un proprio governo regnante. “Ne India ne Pakistan, ma se costretti a scegliere che si opti per coloro i quali garantiranno la più grande autonomia al paese”. L’India in questo caso. Ed è un sentimento questo che non è mai tramontato nella popolazione kashmira, composta per lo più da contadini e piccoli commercianti. Tra loro non esiste il seme della violenza e, piuttosto che combattere una guerra che Dio non permette, sono disposti a cedere parte dell’autonomia per poter vivere in pace nella loro terra. Soprattutto ora che hanno vissuto la guerra nelle loro case.

Quando nel 1989 è esplosa nuovamente la guerra in Kashmir è stata differente dalle altre. Non erano più i due eserciti a combattesi i confini dello Stato, la guerra era in tutti i villaggi, tra i miliziani e l’armeria indiana. I movimenti separatisti erano diventati violenti e, grazie anche alle finanze che erano inviate direttamente dal Pakistan, si erano organizzati in squadre di combattimento capaci di feroci atti terroristici. La gente ricorda con enorme sofferenza gli anni bui della guerra. Ragazze che uscivano da casa per recarsi dall’unico dottore nel villaggio e non vi facevano più ritorno. I saccheggi e le intimidazioni avvenivano ogni giorno da parte dell’esercito e migliaia di ragazzi sono morti per mano di entrambi. Era impossibile riconoscere chi facesse parte delle milizie ribelli e mentre si viveva nella paura e nel dubbio le vie di comunicazione a volte venivano distrutte e nei villaggi non arrivava cibo per settimane.

Ora gli abitanti del Kashmir sono tornati a sorridere. I giardini botanici, orgoglio delle dinastie Mogul, tornano a risplendere e le famiglie vi si recano numerose per godere del soffice tepore dell’estate. Le piccole attività turistiche tornano a ricevere poche manciate di clienti ed i tanti kashmiri fuggiti dalla loro terra vi fanno ritorno per ricostruire insieme il Paese. Il governo indiano nel 2004 ha firmato un armistizio per cui concede una parte di autonomia al Kashmir seppur sotto la legislazione indiana. Ai miliziani separatisti è stato concesso un accordo di cessate il fuoco ed alcuni lavori d’impegno governativo e, seppur l’esercito indiano è ancora presente in massa ed il paese sembra in stato di guerra, ai militari non è dato permesso di sparare.

Solo negli ultimi 20 anni di guerra in Kashmir sono morte circa 60.000 persone, tra civili e militari, e tanto è stato distrutto. Sono stati spesi miliardi di dollari per una guerra sanguinosa e crudele che spesso ha combattuto solo per orgoglio come nella battaglia di Sianchen, un ghiacciaio situato a 5.000 metri d’altitudine dove i militari muoiono e combattono a temperature anche a -50°. Il Paese di trova ancora diviso tra Pakistan, Cina ed India, ma qui per lo meno ha trovato una sorta di stabilità e complicità che sta permettendo al paese di tornare a splendere come i tempi andati. L’impegno per la ricostruzione di ciò che è stato distrutto procede lentamente ma con regolarità. Sono state costruite nuove scuole, strade e sono stati sostituiti i ponti di legno dati al fuoco intempo di guerra. Agli indiani che prima abitavano in queste terre sono stati offerti numerosi incentivi per farvi ritorno ma al momento vince ancora la paura sul desiderio di tornare a casa. Ciò che più spaventa ora nella questione del Kashmir è la possibilità che se il conflitto si riaccendesse potrebbe scatenarsi uno scontro violento tra quelle che oggi sono anche due grandi potenze nucleari. Al momento gli impegni sottoscritti nel 2004 obbligano gli Stati a risolvere in maniera pacifica il contenzioso.

Marco Manieri

IL TREKKING

(dal diario di viaggio, 11 maggio 2008)

L’indomani partiamo per il trekking. Dal villaggio proseguiamo in macchina per circa un ora risalendo il fiume Lidder. La strada procede in salita fra imponenti montagne e verdi vallate. Anche questo lungo tratto dimenticato è pattugliato costantemente. Ogni duecento metri, appollaiato su qualche masso, un giovane ed annoiato militare indiano, con in braccio il suo fucile, trascorre li le sue ore sorvegliando non sa bene chi o cosa. Le differenze culturali e somatiche fra kashmiri e indiani appaiono evidenti. I kashmiri non sono pakistani né tantomeno indiani. Sono semplicemente kashmiri. Hanno una loro lingua, una loro cultura, una loro storia. Ciò nonostante hanno  convissuto pacificamente – e continuano a convivere – con minoranze nomadi, indu’ e sick, ritrovandosi loro malgrado fra due grandi fuochi che spesso divampano. Non impieghiamo molto ad apprezzare la bontà e la semplicità di queste persone. I kashmiri sono dotati di grande tempra derivata in gran parte dalle sofferenze patite e da un clima certamente non facile. Sono persone oneste, leali, fortemente legate alle proprie tradizioni.

Giunti al campo base proseguiamo a piedi per un tratto sino al punto in cui si decide di trascorrere la notte. Montiamo le tende e ci avventuriamo lungo il crinale di una montagna per la nostra prima passeggiata. Lo scenario che ho intorno è in assoluto il piu’ bello mai visto prima. Magnifiche montagne dalle vette ancora innevate, tutto ricoperto da un soffice tappeto erboso con il verde che domina incontrastato. Torrenti, ruscelli, cascate. Camminiamo in mezzo a greggi di pecore e mandrie di bufale. Tantissimi sono anche i cavalli allo stato brado. Sembra tutto incredibilmente finto per quanto è bello. Non credo che esista un paesaggio montano come quello che ho davanti. Ho trascorso due settimane di trekking in Nepal ma la straripante forza della natura che ti investe qui non è paragonabile con quella vista allora. Per certi versi ricorda le nostre Alpi di cent’anni fa, prima che venissero lentamente deturpate dall’uomo. Forse la stessa sorte toccherà anche  a queste montagne fra qualche decennio. Ma intanto sono qui, ora, e mi immergo a capofitto in questa natura.

La sera ci dobbiamo procurare la legna per il fuoco mentre i nostri accompagnatori sacrificano uno dei due polli venuti con noi per la cena. Con il calare del sole cala inesorabilmente anche la temperatura che di notte si aggira intorno allo zero. Siamo costretti a coprirci con tutto ciò di cui disponiamo e in aggiunta ci vengono dati i loro tipici copri abiti di lana e delle borse d’acqua calda per la notte. Si vive all’aperto. Dopo cena passiamo qualche ora davanti al fuoco a guardare un magnifico cielo stellato. Nell’oscurità della notte puntiamo casualmente la torcia dietro le nostre spalle illuminando a sorpresa un cavallo bianco fermo immobile a due metri da noi. Anche durante la notte gli animali della vallata non fanno mancare la loro presenza. Ogni tanto vengo svegliato dal ruminare l’erba di qualche mucca giusto a pochi centimetri dalla mia testa, fuori la tenda, oppure dal latrito di qualche cavallo che con passo veloce fa vibrare con gli zoccoli il terreno intorno a dove dormiamo. E quando nel gelo dell’alba metto la testa fuori la tenda per andare a fare pipi, mi ritrovo faccia a faccia con una enorme e paciosa vacca che mi guarda incuriosita piu’ o meno quanto lo sono io nel vedere lei giusto fuori dall’uscio di “casa mia”. La mattina seguente ci si rimette in marcia mentre alcuni cavalli vengono caricati del grosso da trasportare sino al prossimo accampamento. Lungo il tragitto incontriamo sovente qualche pastore nomade che con la sua gente popola da secoli queste montagne. Sono persone fuori dal mondo e per i piu’ piccoli noi rappresentiamo i primi occidentali che vedono. Quando, dopo avergli scattato qualche foto, si rivedono nei monitor digitali delle nostre macchinette sono un esplosione di eccitazione. Un esperienza di trekking in questi luoghi non ha eguali. E’ questo che io considero vero campeggio: camminare per ore in mezzo ad una natura tutta da scoprire, montare le tende quando si è stanchi e in qualche slargo protetto e non in pendenza, andare a cercare la legna, mangiare all’aria aperta, inventarsi un bagno dietro un enorme masso, lavarsi nel torrente ghiacciato, trascorrere la serata davanti al fuoco a chiacchierare. Niente internet. Niente cellulari. Ripenserò a questi momenti quando sarò di nuovo un giorno nel traffico della mia amata Roma. Ne sono certo. Non ora però.

C’è ancora tempo.

Fabio

LA SCALATA

Quando l’istinto di sopravvivenza prevale il tuo corpo improvvisamente cambia. Il battito del cuore accelera ma non fino a farti pensare che potrebbe fermarsi. Ogni altro pensiero scompare lasciando spazio solo a quell’idea centrale di raggiungere l’obiettivo, il prima possibile. Gli altri sensi esplodono. La vista si concentra sul prossimo passo ed i riflessi sfruttano al massimo la tensione interna che si crea in ogni muscolo. Anche il dolore scompare e la respirazione, prima faticosa, improvvisamente sembra non essere più un problema. Esisti solo tu in quel momento. L’egoismo prevale ed il pensiero di metterti in salvo oscura la percezione di chi in quel momento è con te nella stessa situazione.

Il maltempo è arrivato quando eravamo a due ore e mezza dal campo ed una dal ghiacciaio. Un’ombra oscura di pioggia, forse neve, saliva rapidamente verso di noi insieme alla coscienza che quella avanti a noi sarebbe stata una brutta esperienza. Avevamo camminato oltre quattro ore attraversando effimeri ponti di legno, arcate di sola neve e fanghiglia per la maggior parte, ma finché il sole era con noi non si avvertivano i segni della catastrofe.  Abbiamo riparato in una casa disabitata che attendeva una qualche famiglia di zingari kashmiri che in questo periodo dell’anno inizia la migrazione dalle calde valli di Jammu verso le più fresche montagne. Tra le mura di quella bassa abitazione ci siamo scaldati attorno al fuoco mangiando un povero pranzo di uova e patate bollite sperando che durante quell’attesa il mal tempo venisse spazzato via dai venti provenienti da valle. Così non è stato e, non potendo più attendere dato che la notte incombeva, abbiamo iniziato la lunga discesa verso il campo sotto la pioggia battente.

Non posso dimenticare la sensazione di solitudine ed impotenza vissuta in quelle ore. La natura, mai così potente ed aggressiva, non permette un’uscita di emergenza. Nella situazione in cui eravamo non c’era altro da fare che affrontare di petto l’Himalaya cercando di attenuare i danni il più possibile e procedere con passo veloce fino alle tende.  Alcuni attimi era solo il bianco. La possibilità di una crisi nervosa era molto vicina ma al momento di intravedere in lontananza il campo con il fuoco già acceso ad aspettarci, la tensione cala e si trasforma in una voglia sfrenata di ridere e ringraziare quelle poche comodità che d’improvviso paiono un lusso. La notte è poi trascorsa intorno al fuoco ridendo del rischio passato ed il solo pensiero che trascorsa quell’ultima notte in tenda l’indomani ci attendeva una camera con quattro mura ed una doccia calda. Un sogno proibito.

Marco

Come un tempo lontano

June 28th, 2008

In Birmania non si è mai sicuri se la persona con cui stai conversando stia mentendo o ti stia dicendo la verità . Soprattutto nella capitale sembra non ci si possa mai fidare di nessuno.  Non si vede nessun militare nelle strade ma la lunga rete del governo è fatta di spie che si mischiano tra la folla per carpire qualche piccolo accenno di sovversione e mantere nel terrore il paese. Quando iniziamo una leggera conversazione con un monaco vestito di porpora improvvisamente le sue tante domande ci fanno sospettare del suo masticare foglie di betel, vizio decisamente non appropriato per accompagnare la ricerca dell’illuminazione. Anche io in fondo avevo dovuto dire una piccola bugia e per ottenere il visto ho lasciato il mio tesserino da giornalista in Thailandia.

La Birmania oggi è un paese messo in ginocchio da un regime vigliacco e bastardo che sta spremendo le ricchezze e del paese ed esasperando il suo popolo, da sempre conosciuto dal mondo per la sua dignità e tolleranza. Ora qualcuno si è arreso, ma molti non sopportano più l’ingenua repressione di  una giunta militare che mai come oggi sembra essere allo sbando. Purtroppo queste povere persone sono consapevoli di non essere in grado di sovvertire la situazione da soli e aspettano con speranza l’intervento di un paese estero che sia in grado di intervenire per garantire i diritti umani, anche fosse solamente per giustificare tutto il male fatto per il petrolio. I giovani ragazzi arruolati nelle file dell’esercito per “elevare la moralità del paese”, come cita il giornale di propaganda, non sono più entusiasti ed eccitati dall’ideologia dittatoriale e sarebbero pronti ad abbandonare la loro fedeltà al regime non appena si presenti in vista qualche problema e quindi verrebbe chiesto loro di lottare e combattere. Inoltre la zappa sui piedi la Giunta se l’è data nel settembre del 2007 quando ha deciso di aprire il fuoco contro le migliaia di monaci che pacificamente protestavano per le vie di Yangon contro i diritti negati ma soprattutto contro l’aumento ingiustificato dei prezzi che nel giro di una notte ha visto aumentare anche del 500% beni come il riso o la benzina. Le immagini e le voci della repressione che si rincorrevano tra i villagi della Birmania hanno definitivamente allontanata il popolo dal suo governo, accusato giustamente di comportamenti sacrileghi contro uomini santi, “Godsend”, come cercano di spiegarci in inglese.  In quei giorni la “rivoluzione zafferano” sembrava aver risvegliato anche la coscienza del mondo e molti paesi hanno cominciato a domandarsi se la Birmania non fosse stata dimenticata da troppo tempo dalle agende internazionali, camuffando poi in indignazione questo senso di vergogna. In pochi giorni un osservatore dell’ONU è stato inviato nel paese e con grandi difficoltà ha potuto effettuare uno stralcio di conversazione con la leader del popolo, quella Aung San Suu Kiy che ha trascorso 18 anni della sua vita agli arresti domiciliari, nobel per la pace in absentia ed ancora amata da ogni birmano. “Possibile che l’ONU non si sia accorto di niente?” ci chiede il nostro autista ed effettivamente ci troviamo in difficoltà nel cercare una risposta perchè poche ore nel paese sono sufficienti per rendersi conto che in Birmania tira una brutta aria malsana nonostante il trucco di facciata che il governo ha utilizzato nelle vie principali e nella capitale.

Se parli male del governo vai in prigione. Se parli troppo con uno straniero vai in prigione. Se in tasca hai un coltello vai in prigione. Se sbagli una qualunque piccola cosa vai in prigione. La storia emblematica di questa situazione ce la racconta un amico il cui nonno con gravi problemi di udito ha accidentalmente acceso la radio e sintonizzato la BBC. I militari sono arrivati qualche minuto dopo e lo hanno tenuto in carcere per tre mesi. Per questo la gente è esasperata, nonostante in questo momento più che mai la popolazione sia riuscita ad organizzarsi e liberare per lo meno le menti dall’oppressione ideologica del regime, essendo alcuni in grado di utilizzare internet ed aggirare le censure che il governo ha imposto ma che non riesce a tenere sotto controllo. Ma la vita in Birmania è costellata ogni giorno di ingiustizie e dolore. Per acquistare una macchina del 1984 lo stato chiede anche diecimila dollari, duemila per ottenere un telefono cellulare (che però, assicura la propaganda, sarà di tua proprietà per tutta la vita) e talmente sono tante le limitazioni che nessuno può permettersi di essere proprietario di una casa. A Yangon la notte vige il coprifuoco e sono vietati assemblamenti di più di tre persone, l’università è stata chiusa e dislocata all’esterno della città per evitare che gli studenti possano incontrarsi e montare nuove proteste. La benzina viene distribuita due galloni al giorno ad ogni autista e la continua richiesta di soldi per il pedaggio delle strade sfocia nel ridicolo dato che la maggior parte di esse somiglia più a vecchie mulattiere che non a percorsi asfaltati.

Intanto il regime ha distrutto ciò che restava delle ricchezze naturali del paese svendendo le sue foreste di TEK e i quadri dirigenti vivono nel lusso nella nuova capitale fatta costruire tra le montagne perchè Yangon è stata ritenuta un bersaglio troppo facile nel caso di un intervento via mare da parte delle forze straniere. La follia di queste persone è tutta rinchiusa nella costruzione di questa nuova città che rappresenta un’oasi nel deserto. Dopo ore di macchina al buio e nel degrado, d’improvviso appare una città illuminata da lampioni piantati a distanza di pochi metri e le villette a schiera che possiamo vedere all’inizio della città ricordano che questo non è un luogo per la gente comune. Non possiamo avvicinarci perchè la zona è off-limit per gli stranieri. Ci raccontano però che al suo interno tutto funziona e tutto è pulito, gli impianti per la televisione satellitare sono gratuiti e possono viverci solamente rappresentanti del governo con le loro famiglie.

Una volta un giornalista sul Corriere della Sera scriveva che il regime odia i birmani e forse non c’è niente di più vero in questo momento. Il disprezzo che la Giunta ha per il proprio paese, che piano piano sta morendo schiacciato dalla sua avidità, ha fatto si che quando il mondo si è reso disponibile per aiutare la Birmania dopo la tragedia del ciclone Nargis il governo ha prima negato di averne bisogno, poi a fatto entrare gli aiuti per poterne sequestrare la parte più grande prima che questi arrivassero a chi veramente ne aveva bisogno. Ora però è stato superato anche il limite della tolleranza e fonti attendibili ci fanno sapere che sono in programma nuove manifestazioni previste per i mesi dopo le piogge. Se continuerà a lottare da solo il popolo birmano perderà ancora tante vite ma forse oggi sono così tante le persone pronte a morire per la propria libertà che la Giunta in breve potrebbe trovarsi a governare un paese senza più cittadini.

Myanmar

June 27th, 2008

Quando nel 1962 la giunta militare conquistò il potere con un colpo di stato, il Myanmar si chiamava ancora Birmania e la giovane repubblica cercava a stento una propria identità dopo i domini inglesi prima e giapponesi poi. La via birmana verso il socialismo intrapresa dai militari però, si rivelò ben presto fallimentare portando il paese ad isolarsi dal mondo e facendolo sprofondare in un abisso senza fine.

A Bangkok otteniamo inaspettatamente il visto per entrare in Myanmar. Il governo ha deciso infatti di riaprire da poco le porte ai turisti dopo la sciagura del ciclone abbatutasi sul paese oltre un mese fa. Ai pochi giornalisti che si avventurano in Myanmar sono interdette molte zone e sono spesso costretti ad omettere la loro professione. Veniamo a sapere che l’esercito ha l’abitudine di sequestrare macchine fotografiche e telecamere nel caso sorprenda qualcuno ad immortalare siti considerati strategici o semplicemene qualche militare, sicchè decidiamo di lasciare parte del nostro equipaggiamento a Bangkok. E’ incredibile come in poco piu di un ora di volo si passi dalla scintillante e moderna capitale thailandese alla fatiscente Yangon. Qui ci aspettavamo di trovare una città presidiata dall’esercito, ed invece dei militari neanche l’ombra. Ci informano però che gli uomini del governo sono un po’ ovunque, in borghese, a presidiare i quartieri e pronti ad “informare”, se necessario, i militari. Queste voci ci mettono addosso nei primi giorni una insolita diffidenza nei confronti della gente. Durante la visita alla magnifica pagoda Shwedagan troviamo in parte riscontro a queste voci, allorchè accettiamo di farci fare da guida – a pagamento ovviamente – da un tizio all’ingresso. I suoi modo risultano da subito alquanto servili nei confronti del governo, cercando di propoinarci verità quantomeno discutibili. A suo dire infatti i monaci si sarebbero resi conto dell’errore commesso nel protestare contro la giunta militare in settembre e per la vergogna si sarebbero ritirati nelle campagne. Questo giustificherebbe la loro scarsa presenza per le vie di Yangon. Ma cosa sia successo realmente a centinaia di monaci dopo la famosa “rivoluzione zafferano” non è dato saperlo. Fortunatamente riusciamo ben presto a scollarci di dosso tanta circospezione scoprendo di lì a poco  un popolo estremamente dolce ed ospitale. A Yangon, come nel resto del paese, facciamo fatica a trovare delle connessioni ad Internet e laddove le troviamo i maggiori portali – fonti di scomode informazioni – sono bloccati. I giovani ragazzi birmani hanno trovato tuttavia i modo di aggirare questi blocchi attraverso laboriosi codici informatici. Anche i cellulari stranieri sono inutilizzabili non avendo campo. Per ottenere un numero birmano si deve pagare oltre 2000 dollari.  La censura non risparmia ovviamente neanche televisione e radio, ed i pochi canali disponibili sono sotto il controllo del regime. Ma il meglio di se la giunta lo fa con i giornali. Ci capita di sfogliare il “New Light of Myanmar”, il quotidiano di riferimento del paese: un elogio sconfinato e paradossale dell’operato del governo con conseguente esaltazione dei disastri dei governi ostili. Verrebbe da ridere a leggere tante idiozie se non ci fosse il pensiero di un popolo che da quasi 50 anni vive di stenti a causa proprio di questo regime crudele. Lo stesso regime che pochi giorni prima del nostro arrivo aveva dichiarato che Aung San Suu Kyi avrebbe meritato la fustigazione per le sue posizioni (non violente) contro la giunta. Aung San Suu Kyi – premio nobel per la pace nel 1991 e figlia di Aung San, celebre eroe dell’indipendenza assassinato nel 1947 – è il leader carismatico dell’opposizione democratica. Più volte incarcerata ha preferito gli arresti domiciliari nel suo paese che l’esilio all’estero. In Birmania pronunciare oggi il suo nome può causare non pochi problemi e come lei sono banditi anche gli U2, la celebre rock band irlandese, “rea” di aver dedicato una canzone proprio ad Aung San Suu Kyi.

Durante il nostro soggiorno conociamo piu di un ragazzo impegnato nelle ONG di stanza nel paese. Qualcuno è riuscito ad andare lungo la costa, nella zona del delta, la parte piu colpita dal ciclone. Visite di un giorno al massimo, sotto la supervisione dell’esercito. Nessuna foto, nessuna testimonianza concreta dell’apocalisse consumatasi relamente e che il governo ha cercato sfacciatamente di minimizzare. Ci riferiscono di una situazione drammatica. Ad oltre un mese di distanza si possono ancora vedere i cadaveri delle persone galleggiare nei corsi d’acqua. Il governo del Mynamar aveva rifiutato nelle prime settimane l’ingresso delle organizzazioni umanitarie che in massa chiedevano di poter prestare aiuto  nonostante le vittime si contavano a decine di migliaia. Un ragazzo a Yangon ci spiega che è sempre piu difficile trovare pesce nei ristoranti per paura di contaminazioni dopo che gli stessi pesci hanno cominciato a mangiare i cadaveri incontrati in mare.

Dalla capitale Yangon decidamo di spostarci al nord noleggiando una macchina con driver per una settimana. Buttatoci alle spalle il centro urbano le baracche lasciano presto spazio a distese sterminate di risaie e campi. Oltre il 90% della popolazione vive di agricoltura. Le infrastrutture sono allo sfascio. Spostarsi via terra risulta un impresa ardua. Ciò nostante ogni ora circa di strada siamo costretti a pagare un pedaggio. Il governo spreme sino all’osso la popolazione nonostante i servizi siano quasi inesistenti. A poche ore da Yangon, in piena campagna, vediamo un enorme stradone perfettamente asfaltato ed illuminato condurre ad una distesa di altre luci in un area presidiata da numerosi posti di blocco. Mohmammed, il nostro autista, ci spiega si tratta di Pyinmana, la nuova capitale amministrativa fatta costruire ex novo dalla giunta in sostituzione della vecchia. Qui, nelle loro case super moderne, vive tutto il gotha del Myanamr, alla faccia della miseria che dilaga nel resto del paese. Mohmammed è costretto a prendere in affitto la disastrata macchina con cui stiamo viaggiando per 250 dollari al mese, non potendosi permettere l’acquisto. Possedere un auto in Myanmar è infatti un lusso per pochi. Nonostante abbia ancora la guida a destra nel paese si procede ora nel senso opposto. Il regime ha deciso infatti da un giorno all’altro di eliminare ogni minimo retaggio del passato coloniale, motivo che spiega anche il cambio del nome al paese (Myanmar significa letteralmente “terra di nessuno”). Dopo una travesrata infinita giungiamo al lago Inle. Qui spendiamo due giorni rilassanti fra visite in barca ai villaggi galleggianti e ai loro animati mercati. Strada facendo incrociamo un lungo via vai di tir che trasportano tek. Il Myanmar è  il primo produttore di questo legno pregiato con circa il 90% delle risorse mondiali. Il governo disbosca selvaggiamente le foreste del nord per rivendere il legno all’estero, soprattutto in Cina, paese che piu’ di tutti sfrutta le risorse del Myanmar. La stessa Cina appoggia la giunta senza curarsi del mancato rispetto dei diritti umani (ma d’altronde…) e anzi ponendo spesso il veto all’Onu su questioni riguardanti il Myanmar in qualità di membro permanente. Dopo un’altra lunga traversata in macchina giungiamo a Bagan, uno dei siti piu’ sorpendenti del pianeta, capace di rivaleggiare per magnificenza con Ankor, in Cambogia. Bagan è una distesa infinita di oltre 2000 tempi e pagode (molti sono andati distrutti nei secoli). La visita al tramonto dalla cima di uno di questi è emozionante. Dopo oltre una settimana in giro per il paese decidiamo di fare ritorno a Yangon per poi volare di nuovo in Thailandia. Il viaggio verso la capitale è però qualcosa di massacrante. Un esperienza difficile da scordare.

Ma questa è un’altra storia…

Bangkok

June 15th, 2008

Ero stato a Bangkok per la prima volta ne 2002 e il ricordo che mi portavo dietro era di una città al collasso: inquinata, rumorosa e piena di topi. Tornarci ora sembra che la vecchia Bangkok sia stata rasata al suolo per dare vita ad una nuova metropoli funzionale e multiculturale, dove treni sospesi tagliano i cieli della città, i rifiuti sono spariti ed i centri commerciali sempre pieni di persone pronte ad acquistare ogni superfluo. Un tempo famosa per il rumore costante dei clacson ed i tuk-tuk che sfrecciavano con poca cura delle regole stradali. Ora invece le strade sono silenziose ed ordinate ed i tuk-tuk sono relegati ad uso e consumo dei turisti che per poco più di 1 euro vengono guidati attraverso i magnifici templi della città con sosta forzata ad uno shopping center compiacente con l’autista. È vietato fumare in ogni luogo pubblico e spesso anche all’aria aperta, mentre se si butta un mozzicone di sigaretta in terra si rischia una multa fino i 40 euro. A Bangkok ce n’è per tutti gusti e per tutte le tasche e le persone vivono insieme con rispetto e sintonia.

Non è difficile vedere uomini in giacca e cravatta trascorrere la pausa pranzo in strada tra gli ambulanti di zuppa e spaghetti e poi magari andare a cena al sessantunesimo piano di un grattacielo. I parchi all’alba e alle ore del tramonto sono pieni di gente che si tiene in forma partecipando ai corsi di fitness, yoga o rei-chi che ogni giorno gli insegnanti tengono all’aria aperta del parco Lumphini. Gratuitamente vengono messe a disposizione anche attrezzature per la palestra, il fitness ed lo spettacolare gioco del sepaktakraw, un misto tra il calcio e la pallavolo in cui i thailandesi solamente riescono a fare acrobazie incredibili palleggiando una piccola palla di plastica. Alle 6 della sera, puntuale, gli altoparlanti suonano l’inno nazionale ed ogni thailandese d’improvviso interrompe ciò che stava facendo per attendere sull’attenti la fine della musica nazionale. La prima volta che si assiste ad una scena del genere sembra di essere la vittima di una ben riuscita candid camera poichè pare impossibile che così tante persone riescano a rimanere immobili e ripartire con tale sincronia.

In generale sembrerebbe che ci sia stata una specie di rivoluzione negli ultimi anni e che tutto sia cambiato drasticamente da un giorno all’altro. In realtà questo potrebbe essere solamente il risultato di una storia politica e culturale che fa di oggi la Thailandia un paese con un discreto stato di benessere. La dinastia reale è sempre stata capace di proteggere il proprio popolo dalle invasioni colonialiste e, nonostante spesso abbia fatto concessioni esagerate alle nazioni straniere, ha sempre evitato di essere coinvolto in qualche guerra violenta.

La via thailandese al buddismo fa di loro un popolo pacifico e poco incline alle rivoluzioni ma questo modo di essere spesso va  a scapito dell’orgoglio nazionale. Basti pensare che in Thailandia negli ultimi 60 anni ci sono stati ben 15 colpi di stato, praticamente uno ogni quattro anni come le olimpiadi. Questi rovesciamenti quasi mai questi sono stati violenti e durante l’ultimo golpe, avvenuto nel 2006, i carriarmati dell’esercito erano circondati di gente che voleva farsi una foto insieme a quel pezzo di artiglieria puntato verso il parlamento. Oggi è tornato al potere quel governo che in malo modo era stato cacciato dalla giunta militare, sotto l’ombra di Thaksin, il “Berlusconi d’Asia”, che nel bene e nel male ha influenzato il cambiamento di questo paese negli ultimi 10 anni. La sua vita politica è stata costellata di scandali, dalla chiara acquisizione di voti in cambio di denaro all’acquisto del Manchester City per oltre 120 milioni di Euro, Thaksin è stato in esilio per quasi due anni a seguito del colpo di stato del 2006 e quando nel febbraio del 2008 ha fatto rientro in Thailandia è stato arrestato liberato con una cauzione di circa 150 mila euro. Inutile indagare sulla dubbia moralità di questo personaggio ma oggi è innegabile che la Thailandia, o per lo meno Bangkok, si un posto migliore di quello che era alcuni anni fa, dove la qualità della vita è notevolmente aumentata mentre piano piano si sta sviluppando una classe media sempre più numerosa e potente.

Chi è espatriato per stabilirsi a Bangkok raramente si pente della scelta fatta e apprezza con sincerità la vita di tutti i giorni, composta di un perfetto mix di abitudini occidentali e mentalità asiatica che al momento rende la città tra le più belle e visitate al mondo.

Kolkata

June 15th, 2008

Ci siamo. Siamo dentro l’aereo. Se non ci sono intoppi fra venti minuti decolliamo per essere a Bangkok fra poco piu’ di due ore. Dopo un mese e mezzo lasciamo finalmente l’India. Da Port Blair, capitale delle Andamane, siamo giunti a Kolkata (Calcutta) dove abbiamo speso i nostri ultimi due giorni indiani. La disperazione che abbiamo trovato a Kolkata supera di gran lunga quella incontrata fin d’ora nei nostri soggiorni in India.  Eppure la città appare in crescita e potrebbe benissimo reggere il confronto con le varie Delhi, Bangalore o Mumbay, solo che la densità è maggiore ed è dunque piu’ tangibile la miseria che si incontra ad ogni angolo di strada.

A Kolkata andiamo a visitare le “Missionarie della carità”, il centro di Madre Teresa. Una suora accetta di accompagnarci per un breve tour dell’edificio. Si tratta di un orfanotrofio. Nella prima camerata in cui ci introduce ci sono  neonati ed altri bimbi molto piccoli. La maggior part di essi sono malformi o presentano qualche malattia e sono per questo motivo tenuti in un ambiente diverso dagli altri. Si tratta di bimbi senza genitori, molte volte abbandonati o trovati per strada. L’impatto con loro è toccante. Salendo al piano di sopra troviamo invece bambini piu’ grandi, tutti con disturbi mentali. Per loro sarà ovviamente piu’ difficile trovare una famiglia adottiva e tutt’ora mi domando che fine facciano una volta cresciuti. Passiamo poi ad un’altra ala dell’edificio. In un grande stanzone ci ritroviamo insieme ad un esercito di bimbi fra i due ed i tre anni. Non ci sono solo indiani ma anche birmani, filippini ed altri bimbi dai tratti piu’ asiatici finiti lì per chissà quale motivo. Giochiamo con loro per qualche minuto. Sembrano tutti dei piccoli zombie nel loro modo ancora incerto e goffo di camminare. Cercano lentamente di avvicinarci e quando ci riescono ci si attaccano alle gambe. Tenendone qualcuno in braccio mi domando quale destino infame lo abbia portato lì. Come si possa mettere al mondo una creatura e poi abbandonarla. Molti di loro sono frutto probabilmente di stupri e violenze, ma l’ignoranza che consente di far rimanere incinte tante giovani ragazze che non hanno mezzi di sostentamento neanche per se stesse è inaccettabile.

In India come in tanti paese del terzo mondo. Questi esseri sono delle vittime e l’opera caritatevole di queste suore è una manifestazione d’amore infinita. Ma quanti di loro, una volta adulti, andranno ad ingrossare le file di quell’esercito sterminato di disperati che stagna in India? Quanti di questi sfortunati esseri metterà al mondo un giorno altri esseri sciagurati e senza avvenire? Tanti sicuramente.

Per ultimo visitiamo il piano superiore del secondo edificio. Qui i bambini hanno dai tre ai cinque anni e sono i “fortunati” che hanno superato una sorta di selezione naturale e dispongono dei requisiti minimi per poter essere adottati. Ad un invito della suora ci salutano all’unisono muovendo le manine con sguardo curioso. Ai loro occhi potremmo essere le nuove persone venute per portarli via di lì per sempre o giusto altri volontari con cui giocare per un breve periodo, oppure semplicemente dei visitatori che una volta usciti da quella stanza non rivedranno mai piu’. Qualunque cosa pensino mi lasciano dentro l’amara e cruda sensazione che provai da piccolo quando

andai a visitare con mia madre il canile comunale uscendo con le lacrime agli occhi. Difficile da scordare.

La Nirmala Shishu Bhavan – la casa per i bambini – è solo una delle case istituite dalle Missionarie della Carità di Madre Teresa, fra cui vi sono anche la Nirmal Hriday (la casa dei morenti) e la Shanti Nagar (la casa dei lebbrosi). La salma di Madre Teresa riposa ora sotto una semplice lapide nella Casa Madre. L’unico ornamento è una piccola lastra di marmo che reca inciso il suo nome e la frase: “Amatevi l’un l’altro come io ho amato voi”.

BENVENUTO NICOLAS!

10, 100, 1000 milioni di indiani

June 13th, 2008

In India tutto sembra essere abbandonato a se stesso. A volte viene da pensare che anche la speranza sia scappata da questi posti e non sia lecito sognare una vita migliore o lottare per dotare di qualità i giorni trascorsi a sopravvivere.
Agli indiani interessa morire come sono nati e vivere nel modo in qui aveva vissuto loro padre mentre la scalata sociale avviene nel mondo spirituale, nel quale ognuno può avventurarsi al termine della vita trascorsa tra le fiamme dell’inferno terreno. Spesso l’India è desolante. Tutto scorre lento, gli intoppi dell’iter burocratico ed il lassismo dei burocrati lasciano senza fiato chiunque abbia sposato la causa occidentale.  Quando si chiede qualcosa non si ha mai la certezza di come poi andrà a finire e per prendere un taxi i prezzi oscillano del più o meno 50% a seconda degli umori e del tempo trascorso a contrattare prima che si possa iniziare la corsa.

L’India che aveva affascinato intere generazioni piano piano sta scomparendo sotto l’ombra delle stesse persone che stanno commercializzando questa antica spiritualità. Gli Ashram sono sempre più popolati esclusivamente da occidentali ed i corsi di yoga sono organizzati da vecchi americani “illuminati”. L’India era la terza via. L’idea che un mondo diverso era possibile, un inno alla libertà dove avveniva una sintesi perfetta tra il mondo reale ed il mondo metafisico. L’immagine più bella dell’India è un anziano che, trascorsa la sua vita più o meno comune, abbandona ogni cosa per andare alla ricerca della saggezza attraverso il pellegrinaggio nei  luoghi sacri del paese e vivendo del rispetto del suo popolo. Lavorare duramente una vita e quando poi arriva il momento del meritato riposo d’improvviso lasciano ogni bene, salutano la famiglia e cominciano da soli una nuova vita interiore. Fantastico. Un pensiero bellissimo che da solo stimola la curiosità necessaria per andare a visitare l’India e, ancora oggi, è possibile che incontrando un gruppo di questi Sadhu tra loro vi sia un ingeniere, un brahamino ed un semplice venditore che condividono un pasto mentre da sempre sono stati separati dalla società.

Purtoppo questa magia non basta da sola per mandare avanti un paese dove le infrastrutture sono per lo più fatiscenti e lo sviluppo urbanistico è ancora inadeguato in un paese che conta oltre un miliardo di persone. Basti pensare che in India, nonostante sia stata governata dagli inglesi fino a poco più di cinquanta anni fa, la metropolitana a Nuova Delhi è stata innaugurata nel 2002 per una tratta di soli pochi chilometri. A Londra questo avveniva nel 1863. Per il momento l’impatto sul traffico è stato pressochè nullo e descrivere la giungla urbana di Delhi è quasi impossibile dato che è un misto di odori, rumori e movimento, ognuno al suo massimo livello. Quando si cerca di prendere un areo in India si oltrepassano ogni volta dai 4 ai 10 posti di controllo e ad ognuno si riceve un adesivo ed un timbro, così che fin quando si salgono le scalette dell’aereo il bagaglio acquista inchiostro e pecette in maniera esponenziale. Nonostante questo però per ben tre volte ho imbarcato con me un coltello d’acciaio dimenticato nella borsa, superando anche l’esercito appostato nell’aeoporto di Srinagar, in Kashmir.

Ad uno stato sovrano che funziona in maniera superficiale si aggiunge il disprezzo che gli indiani sembrano avere per l’igiene. Le strade, dove si svolge l’intera vita di gran parte degli indiani, soffocano a causa dello smog e dalla puzza di merda di vacca che ti accompagna pre tutta la giornata. Inoltre non è difficile vedere un  indiano gettare la propria sporcizia in un fiume e, quando gli si fa notare l’errore, spesso sono sufficienti pochi minuti perchè questo aspetti di allontanarsi qualche metro e gettare il tutto in un altro angolo. Sembra che l’educazione stia arrivando molto più lentamente del necessario ed una nuova potenza economica rischia seriamente di implodere, anche se in tempi non necessariamente rapidi. L’economia vola e cresce più di tutti gli altri ma ciò nonostante non riescono ad arrivare sostanziosi benefici adatti a supportare il collettivo India.

Al momento se ci sono regole nessuno le rispetta e quando si è costretti a rispettarle spesso si deve pagare qualcosa in più perchè tutto vada bene ed andare a fondo la mente di un indiano non è cosa facile poichè il suo ondeggiare con la testa disorienta ogni tentativo di comprensione e il più delle volte ti lascia con un interrogativo ancora più ampio del precedente. Spesso viene da pensare che l’India non abbia ancora trovato il giusto modo di adattare la propria cultura alle esigenze della vita moderna, il che evidentemente non vuol dire conformarsi alla società globalizzata ma effettuare un profondo cambiamento, necessario per questo paese rappresenta da solo circa un quinto dell’intera popolazione mondiale

Marco Manieri

Troppa India

June 11th, 2008

Oltre un mese di india è tanto, troppo. Stiamo per volare per le Andamane. Queste isole appartengono politicamente all’India anche se sono piu’ vicine alle coste thailandesi. Sarà dunque ufficialmente la nostra ultima settimana nella patria di Ghandi. E direi che era ora. Siamo al limite della sopportazione. Scrivo di getto queste righe per non far affievolire il sentimento di odio che mi permea l’animo nei confronti di questo popolo. Sono giunto alla conclusione che non hanno futuro. Sono senza speranza. Sono oltre un miliardo e continuano a riprodursi a ritmi vertiginosi. Hanno stimato che entro il 2035 avranno superato i cinesi. Le città stanno scoppiando e le baraccopoli si moltiplicano. Vivono in condizioni igieniche inaccettabili. Almeno in Cina hanno compreso la gravità del problema e cercano in qualche modo di controllare le nascite. In india no. La famiglia è alla base della società. I figli sono considerati benedizioni e poco importa non gli si potrà offrire un futuro dignitoso essendo il paese fondato prevalentemente su un sistema di caste. Ed il governo non fa nulla per arginare questo come tanti altri problemi che attanagliano il paese. Anzi, se possibile riesce a peggiorare le cose. Con la burocrazia. E’ incredibile come ogni singola operazione tu debba fare in India risulti così incomprensibilmente complicata. E’ come se uno staff di strateghi amministrativi elaborasse con ingegno i sistemi più articolati per far funzionare le cose. Per questo motivo proliferano nel paese le figure degli “intermediari”, persone che dietro compenso si accollano la briga di svolgere per te una qualunque operazione, dall’allaccio del gas all’attivazione di un numero di cellulare, dal conseguimento della patente al pagamento di una tassa. Inutile dire come in questa inarrestabile entropia divampi corruzione in ogni strato sociale.

Gli indiani sono stupidi, arcigni, inetti. Fanno le cose con una sufficienza disarmante. Ordini qualcosa ad un indiano in un luogo pubblico in cui è li per servirti e lui se lo scorda. Oppure gli parli e lui si distrae o si mette a parlare con qualche d’un altro o semplicemente non ti capisce e ti fa si con la testa. O magari mentre gli parli comincia a fare altre cose e automaticamente si scorda che è li per servirti. Oppure non gli va di servirti e delega ad altre persone. E tu sei li che ti domandi come si possa essere cosi inefficienti. Ma è possibile. E’ la normalità. Gli indiani sono svogliati. Fanno le cose a metà. Eppure dovrebbe essere l’opposto: laddove non c’è lavoro c’è povertà e laddove tu hai un lavoro dovresti fare il possibile per essere efficiente e non farti scalzare da un altro che ne è sprovvisto e vorrebbe prendere il tuo posto. Ed invece no. Quello che lavora lo fa tanto per fare e tutti gli altri gli si fanno intorno per osservarlo. Oppure se ne stanno appollaiati tutto il giorno nella loro tipica posizione fetale ad osservare la gente, le macchine e le mucche che passano. Perché gli indiani sono curiosi. Estremamente curiosi. Ovunque sei e qualunque cosa fai gli indiani vogliono curiosare. Ti si piazzano davanti e ti guardano. Magari a gruppi. E lo fanno senza pudore, con quell’espressione da bamboccioni. Ti puntano da lontano per venirti a vedere da vicino. Vogliono sapere cosa leggi, che musica stai ascoltando, cosa sono le immagini che scorrono nel tuo portatile. O semplicemente vogliono farti domande. E’ come se gli indiani avessero bisogno di stare in mezzo ad altra gente. Se sei solo su una spiaggia deserta per km loro ti si piazzeranno giusto al tuo fianco e se sei all’aeroporto seduto da solo con numerose sedie libere intorno loro si siederanno esattamente vicino a te. Se c’è un piccolo assemblamento di persone per strada a breve si sarà raddoppiato perché tutti accorreranno a curiosare sentendosi bene nello stare in mezzo a tanti altri simili. E’ come se traessero forza nello stare in massa. Se dovessi immaginare uno spot pubblicitario sull’India probabilmente sarebbe: “India, dove nessuno si fa i cazzi suoi. Ma proprio nessuno!”.

Gli indiani sono pessimi investitori. Non riescono ad investire nonostante potenziali infiniti. Non sanno trattare e non concedono sconti di sorta. Gli indiani ti sfiancano, ti esauriscono, ti rendono aggressivo. Se da Roma vedessero come trattiamo queste persone stenterebbero a credere ai loro occhi. Il mite e pacifico Marco si è trasformato con le settimane in scontroso ed autoritario, facendo emergere aspetti del suo carattere prima ignoti. Ma come biasimarlo. Con il tempo abbiamo capito che una buona strigliata ad un indiano fa bene a lui e  a noi. Non potendo ancora mettergli apertamente le mani addosso, usiamo ora percuoterli, strapazzarli, in aggiunta alle ordinarie offese irriverenti. È solo così che sembrano alle volte capire. E se ne percuoti uno davanti ad altri indiani, questi osserveranno tacitamente senza accennare al ben che minimo dissenso. Colpirne uno per educarne cento! E se poi magari il piu’ delle volte non educhi neanche quell’uno, almeno ti sei sfogato. Perché gli indiani sono pacifici. Per fortuna aggiungerei. Se un popolo così numeroso e costretto a vivere a stretto contatto avesse un indole aggressiva credo ci sarebbero non pochi problemi (anche se a pensarci bene potrebbe essere un buon modo per farne diminuire il numero). Penso al traffico ad esempio. La completa anarchia che regna per strada rende la viabilità un girone dell’inferno. E questo so che non è un problema esclusivo dell’India ma di gran parte dei paese in via di sviluppo. Solo che qui gli indiani sembrano a loro agio nel traffico. La confusione non li turba. Strombazzano il clacson  a piu’ non posso e senza motivo. Ora in Italia se qualcuno ti strombazza insistentemente in quel modo quanto meno ti innervosisce di parecchio. Qui non solo non fanno una piega ma quando poi si affiancano neanche si guardano. Si ignorano. Neanche un occhiata di rimprovero del tipo: “Ma che ti suoni” o “Ma come cavolo guidi”. Niente. In Italia si imbraccerebbe il crick seduta stante e via fuori dalla macchina.

Dicono che la televisione sia lo specchio della società. Ebbene se guardi la televisione indiana per almeno un ora al giorno diventi scemo. Ad una prima occhiata disattenta i programmi televisivi sembrerebbero essere destinati ad un pubblico di bambini ed invece sono i normali format che tanto fanno impazzire la gente. Le trasmissioni di Maria de Filippi a confronto sono approfondimenti culturali. E non è tanto  la pochezza dei temi trattati a colpire, quanto  l’infantilità dei protagonisti che la trattano, siano essi conduttori o ospiti della trasmissione. Si parla d’amore e gossip per inciso. Sempre. C’è poi musica, tanta musica. E balli. Gli indiani adorano ballare. Dove possono inseriscono uno stacchetto. Solo che i balli stanno via via perdendo quei caratteri distintivi della tradizione indiana per lasciare il posto a ritmi piu’ moderni che molto attingono dai successi planetari delle pop star americane o inglesi. Il risultato finale è un ibrido penoso. Come queste nuove generazioni di ragazzi indiani. Ibride. Meno spirituali dei loro genitori ma neanche “cool”, neanche moderni come vorrebbero essere. Se la Gialappa’s si sintonizzasse sui canali indiani ne trarrebbe materiale infinito per le sue trasmissioni.

Questo condensato distorto di vita a cui l’India anela – ma che in realtà non le appartiene – è sublimamente rappresentato nei film. L’industria cinematografica indiana vanta un pubblico mondiale di circa 3,7 miliardi di persone contro i 2,6 miliardi di Hollywood, il che la posiziona al primo posto al mondo per bacino d’utenza e Mumbay, la capitale dei film in lingua hindu, viene affettuosamente soprannominata “Bollywood”. E questo non mi fa stare sereno.

Se il cinema riveste un ruolo da protagonista nella società indiana, il cricket non è da meno. Non credo di esagerare dicendo che è considerato come una religione, e quando la televisione non trasmette qualche programma per ritardati mentali certamente trasmette una partita di cricket. Tutti vanno pazzi per questo gioco. I bambini si cimentano sin da piccolissimi in ogni posto possibile. Sui giornali capeggiano in prima pagina le foto degli eroi dell’ultimo match – che per dovere di cronaca può durare anche qualche giorno – mentre le chiacchiere post partita vanno avanti per giorni (altro che Processo di Biscardi). Ora io credo che lo sport, qualunque esso sia, nobiliti l’uomo, lo elevi. Ma di cricket alla lunga francamente non se ne può piu’. E non voglio compararlo con la spettacolarità dell’amato calcio o di altri sport. Sarebbe troppo facile. Ma almeno che si vari. Che si appassionino di altri giochi. Hanno uno sport – e per di piu’ importato dagli inglesi – e basta. Tutti pazzi per il cricket. E che palle! Poi però ci si domanda come possa una nazione di oltre un miliardo di persone vincere una sola misera medaglia nelle ultime olimpiadi. Nel tiro a volo maschile! Almeno in Cina te li selezionano da piccoli i bambini per ogni sport. Siamo tanti? Distribuiamo le energie. E via a far sgobbare disciplinatamente i pargoli che glorificheranno un giorno di medaglie la grande madre Cina. In India non ci pensano proprio. Dagli una mazza ed una pallina e sono tutti contenti!

Mi ero ripromesso di non parlare di religione. Non piu’. Ma come si può parlare di India senza contemplare la religione. La loro vita è impregnata di religione. E voglio risparmiare considerazione del tipo “si muoiono di fame e venerano le mucche”. Piuttosto vorrei soffermarmi sull’iconografia delle loro divinità. Il Dio Brahma ad esempio ha quattro teste e si sposta sul dorso di un cigno mentre sovente ama emergere dall’ombellico di Vishnu seduto su un fiore di loto. Il simpatico Vishnu invece ha quattro braccia ed il suo mezzo di trasporto è Ganda, una creatura metà uccello e metà animale, mentre a Shiva piace avvolgersi il collo di serpenti mentre cavalca il suo fido toro Nandi. C’è poi il paffuto e gentile Ganesh, una delle divinità piu’ amate dagli indiani. Costui ha la testa di elefante, in quanto l’originale gli è stata tagliata dal padre Shiva il quale non lo aveva riconosciuto ma che ha pensato bene poi di riparare all’errore sostituendola con quella del pachidermide. E noi che ci facciamo tante storie per la nascita di Gesu’ dal grembo della vergine Maria. Ora queste storielle potevano andare bene 2000 anni fa. Ma venerare ancora oggi queste divinità – frutto di una mente malata – non va piu’ bene. E le storie assurde di questi personaggi vengono subdolamente inculcate nelle menti dei bambini attraverso i cartoni animati con cui vengono costantemente bombardati. E allora mi domando come possono crescere questi bambini dovendo credere ad un tipo con la testa d’elefante che se ne va in giro sul dorso di un cigno? Quali turbe coveranno nell’animo? Che percezione deviata ed alienante avranno della religione e della vita?

Sono tante le cose che non sopporto di questo popolo. Non sopporto che sputino in continuazione. Non sopporto quando masticano per ore le foglie di betel mischiate con non so quale intruglio che gli produce un pappone rosso e disgustoso in bocca. E soprattutto non sopporto quando sputano quel pappone rosso tinteggiando le già sudice strade di rosso. Non sopporto neanche quando rispondono con quel leggero dondolio della testa (sembra che si stiano liberandosi dell’acqua che gli è entrata nelle orecchie, secondo Paul Theroux). Perché a noi potrebbe significare un “no” poco convinto, ma per loro potrebbe significare “va bene”, ma anche “niente affatto” oppure “probabilmente”, o “forse”, o “chi lo sa?” o (il piu’ delle volte) “mi rendo conto che mi stai chiedendo qualcosa, ma purtroppo non riesco a capire cosa, perciò sorrido, sto in silenzio e spero che tu riesca a risolvere il problema per conto tuo”.

Jawaharlal Nehru, eletto primo ministro dopo la dichiarazione di indipendenza, definì sagacemente l’essenza del paese come “un fastello di contraddizzioni tenute insieme da fili resistenti ma invisibili”. A distanza di sessanta anni, trovo questa definizione quanto mai attuale.

L’ultimo degli andamani

June 9th, 2008

Dal mare, d’improvviso un enorme mostro metallico si avvicina all’isola ed insieme un rumore assordante cresce tra le palme. Gli uomini del villaggio, sconvolti ma eccitati da tale vista, imbracciano le prime armi che trovano a portata di mano ed insieme, senza paura, tentano l’assalto per scacciare indietro quel pericolo così grande per le loro famiglie e le loro case. Frecce, lance, pietre e bastoni contro l’elicottero dell’ONU che portava con se gli aiuti umanitari destinati a quei luoghi che duramente sono stati colpiti dallo Tsunami del 26 Dicembre 2004: le isole Andamane.

La tribù dei Sentinelese abita una piccola isola, delle 572 che formano l’arcipelago delle Andamane e Nicobare, grande poco più di 72 kmq chiamata North Sentinel Island. Non si conosce con precisione il numero dei suoi appartenente ma da una stima approssimativa effettuata dal governo indiano nel 2001 si contavano 39 individui, di cui 21 maschi e 18 femmine, poi c’è stato il maremoto e niente si conosce più. I Sentinelese insieme alle tribù degli Onge, 100 individui, i Jarawa, 250-350, gli Andamani, 24 e gli Shompen, 380, rappresentano gli ultimi “selvaggi”, quei gruppi tribali di cui ancora non è possibile conoscere abitudini ed organizzazioni. Il loro linguaggio non è mai stato tradotto e la loro atitudine ad allontanare in maniera violenta ogni staniero dal loro villaggio non ha mai permesso gli antropologi di studiare da vicino i loro riti o tradizioni. Dall’osservazione effettuata a distanza  e gli scatti di alcune fotografie mostra che uomini e donne vivono nudi, prevalentemente di caccia, utilizzando armi di stampo primitivo.

I Jarawa, in particolare, sono di pelle nera e completamente diversi dagli altri selvaggi. Questa tribù, esteticamente simile ai pigmei africani, ha da sempre stimolato l’interesse di studiosi ed antropologi. Inizialmente si ipotizzava che il loro insediamento alle isole Andamane derivasse dalla fuga di un piccolo gruppo di schiavi africani da una nave negriera, ma gli studi effettuati sul loro DNA hanno permesso di scoprire la loro discendenza diretta dal primo homo sapiens, indicando che un tempo forse queste isole erano raggiungibili via terra. La storia riporta pochi frammenti. Gli inglesi raccontano diaver trovato gli unici uomini che non ancora conoscevano il fuoco, mentre Marco Polo scrive di essere sbarcato sulle queste isole nel 1296 e di aver incontrato “uomini selvaggi della peggior brutalità, con occhi, faccia e denti simili a cani. Sono molto crudeli ed uccidono e mangiano qualunque straniero su cui riescano a mettere le mani”.Storicamente sembra che Marco Polo non sia mai arrivato realmente alle isole Andamane e Nicobare e riferisca di alcuni racconti del tempo, ma ciò poco importa perché l’atteggiamento di queste tribù persiste fino ad oggi ed ha permesso la conservazione della propria storia dall’influenza straniera.

Al momento non c’è possibilità di entrare in contatto con nessuna delle tribù presenti nelle isole Andamane. Per quanto si faccia richiesta per ottenere un permesso, le autorità indiane rispondono sempre nello stesso modo: “No way”. La chiusura del governo indiano in primo luogo cerca di tutelare questi uomini così diversi dal loro tempo dalle possibili minacce che il contatto potrebbe causare. Un semplice raffreddore potrebbe essere fatale per un intera tribù, sopravvissuta con i suoi uomini più forti, ma senza antibiotici. In maniera velata però è la posizione strategica dell’arcipelago che il governo indiano vuole assicurarsi.

Le isole Andamane appartengono politicamente all’India ma geograficamente fanno parte del sud-est asiatico distando soli 150 km dall’isola di Sumatra e 50 km dalle Coco Islands in Myanmar contro i 1.200 km di lontananza dalla madre patria. L’importanza politica di queste isole dunque interessa maggiormente del loro valore in quanto luogo unico al mondo per biodiversità ed interesse antropologico. È impossibile visitare molte delle isole, nonostante queste siano disabitante, ed arrivano informazioni che ogni anno l’esercito indiano si radica sempre più nel territorio, tanto che la presenza di militari nelle isole Nicobare viene scherzosamente indicata come la nuova tribù delle Andamane.

Le maniere forti adottate dail’organizzazione militare ha obbligato i pochi indigeni rimasti in riserve o piccole isole, il che si sta rivelando fatale i gruppi vivena nomadi spostando di continuo il proprio villaggio. L’estinzione di questi uomini purtoppo forse avverrà lentamente  insieme con gli istinti più antichi dell’uomo, mentre sull’isola rimarranno nient’altro che molti indiani in divisa.

Andamane

June 8th, 2008

Partiamo da Chennai la mattina del 23 maggio e giungiamo a Port Blair, capitale delle Andamane, nel primo pomeriggio. Qui rimaniamo una notte ed il giorno dopo con un traghetto di due ore e mezzo approdiamo ad Havelock Island. L’isola è un incanto. Fitta vegetazione tropicale, lunghe spiagge deserte di sabbia bianca, acqua trasparente, pace e tranquillità. Havelock incarna nell’immaginario collettivo lo stereotipo di isola dei sogni. Le Andamane sono isole paradisiache situate nel Golfo del Bengala in mezzo all’Oceano indiano e fortunatamente ancora sconosciute al turismo di massa. A convincerci definitivamnete a visitarle era stato Mili, in Sri Lanka. Di lì in avanti il nostro viaggio era stato in un certo qual modo pianificato in vista del nostro approdo qui, tenendo conto che il monsone sarebbe giunto ufficialmente a partire dalla seconda metà di maggio. Negli ultimi anni tuttavia, il suo arrivo sta gradualmente ritardando dando tregua ai pochi turisti presenti anche anche agli inizi di giugno. Tentiamo anche noi la sorte e veniamo decisamente ripagati, non tanto durante il nostro soggiorno qui ma precedentemente. Se fossimo giunti prima infatti, avremmo subito con ogni probabilità gli effetti del ciclone che ha devastato la Birmania e la cui forza dirompente – seppur con minore intensità – ha portato piogge e vento anche qui. Durante il giorno non mancano i rovesci che finiscono per rappresentare però dei piacevoli inetrmezzi alla calura generale. Il tempo cambia repentinamente, così come i fantastici colori che sprigiona il mare quando c’è il sole. Lo stesso mare non è mai uguale, subendo gli effetti delle maree, sicchè se al mattino ci facciamo il bagno giusto fuori la nostra capanna di legno sulla spiaggia, al tramonto dobbiamo percorrere quasi un km a largo per poterci immergere completamente. Le giornate ad Havelock scivolano via liete e serene. Conosciamo i circa i dieci turisti che popolano l’isola con noi, per di piu’ giovani coppie europee o australiane. Ci si incontra in spiaggia, in paese e la sera per godere del pesce fresco nel ritorantino designato all’unisono. L’isola è piccola e in moto la si circumnaviga in un paio d’ore. Una mattina decidiamo di andare a fare diving. È la mia prima esperienza mentre Marco è già bello navigato (o divingato?). Non sarà fra i fondali più strabilianti al mondo ma per essere la mia prima volta la barriera corallina che ho davanti mi regala belle emozioni. Si vedono centinaia di pesci dai colori sgargianti che sembrano essere disegnati dalla mano di un artista. Dopo una settimana abbondante decidiamo di salutare le Andamane per fare ritorno in India, a Calcutta, e di lì a Bangkok; il prima possibile. Non visitiamo il nord con alcune altre isole dell’arcipelago. Ma in fondo, perchè avventurarsi in cerca di altri splendidi lidi dopo cotanta bellezza?

Goa

June 5th, 2008

Gli esploratori portoghesi furono i primi europei a raggiungere l’India dopo essere partiti dalle coste orientali dell’Africa e aver navigato attraverso l’Oceano Indiano. Il leggendario Vasco de Gama gettò l’ancora vicino Calicut, nel Kerala settentrionale, il 20 maggio del 1498. Il Goa fu conquistato per la prima volta nel 1510 andando a formare con altre regioni limitrofe il primo impero lusitano in India. Grazie ai suoi approdi naturali e agli ampi fiumi, il Goa crebbe sempre di piu’ di importanza nel tempo, rappresentando la base ideale per assumere il controllo della rotta sulle spezie dall’Oriente. Alla fine del XVIII secolo i portoghesi furono quasi sconfitti dai Maratha, un popolo stanziato nell’India centrale, e durante le guerre napoleoniche in Europa ci fu un breve periodo di occupazione britannica. Tuttavia fu solo nel 1961 che l’esercito indiano riuscì finalmente a occupare il Goa e a mettere fine al dominio portoghese. Inutile sottolineare come sia tuttora evidente nella regione la secolare presenza lusitana. La fatiscente Old Goa insidiava nel XVI secolo Lisbona per magnificenza. L’architettura coloniale è presente un po’ ovunque. Molte indicazioni stradali ed esercizi commerciali mantengono ancora la dicitura portoghese e persino il cricket qui non sembra suscitare particolare interesse come nel resto dell’India, spodestato dal calcio. In nessun altro luogo del paese il retaggio culturale è così forte come nel Goa, dove non è raro vedere crocefissi appesi alle pareti accanto a immagini di Shiva o imbattersi in gruppi di anziani che conversano in portoghese.

Negli anni 60 il Goa divenne una delle destinazioni preferite dagli hippy di tutto il mondo. Qui trovarono infatti lunghe spiagge intatte orlate di palme, un ambiente rilassante e permissivo e ovviamente droghe. Tante. Con il passare degli anni quello scenario non è poi così cambiato da allora, anche se se le spiagge del Goa sono state progressivamente “contaminate” da un turismo piu’ commerciale. Non è raro imbattersi tuttavia negli irriducibili hippy di allora i quali, ormai sessantenni, continuano a frequentare le stesse spiagge di trenta anni fa.

Per non essere da meno decidiamo di affittarci un pulmino per il nostro soggiorno qui. Non è  il mitico Wolsvagen fricchettone ma uno sgangherato Suzuky Maruti, non sarà dipinto di fiori colorati ma di un azzurrino opaco e non avrà neanche il simbolo della pace sulla fiancata, ma fa comunque molto “freak”. L’alta stagione nel Goa va da novembre a marzo e durante il periodo natalizio raggiunge il suo apice. Da aprile il clima diventa incredibilmente umido e in luglio cominciano le prime piogge monsoniche. Non giungiamo dunque in alta stagione, ma una situazione così desolante francamente non ce la aspettavamo. I turisti si contano sulle dita di una mano e per di piu’ sono di quella categoria in cerca di una qualche e vaga dimensione psichedelica. Oltretutto la ripartita dei turisti occidentali coincide con la venuta di quelli indiani, che con l’abbassarsi dei prezzi si riversano nelle spiagge del Goa. E i turisti indiani sono molto fastidiosi. Abituati a ben altri lidi le spiagge non risultano poi neanche invitanti. Zizzaghiamo dunque boccheggianti per una settimana con il nostro Maruti in cerca di un senso al nostro soggiorno, ma con scarsi risultati. Dei posti girati sin d’ora, il Goa è quello che senza meno ci ha deluso di piu’. Un bel bluff direi. Ma anche l’unico per fortuna.