Kashmir: la ricostruzione del paradiso
June 29th, 2008Il Kashmir è forse uno di quegli ultimi luoghi del mondo dove si viene assaliti dalla sensazione di essere in un posto ancora da esplorare, un paese che accoglieva migliaia di turisti ma che negli ultimi 20 anni era inavvicinabile perché distrutto da una guerra violenta. In Kashmir sembra di entrare in un altro tempo, dove la maestosità delle montagne ha protetto le bellezze di questo paese anche nei momenti più bui e crudeli. La prima sensazione quando si mette piede nel paese è una particolare eccitazione mista a paura. Il verde delle montagne, il blu del cielo ed il bianco delle vette creano un contrasto indescrivibile, come se il colore fosse stato posato da una mano consapevole e necessaria. Le prime parole che leggiamo in terra kashmira le troviamo dipinte nei tanti cartelli che danno il benvenuto ai visitatori “Nel paradiso sulla terra”, dove l’orgoglio dei suoi abitanti ancora resiste nonostante il tanto sangue versato. Ci sentiamo persone speciali ad essere giunti in questo angolo di mondo. Non abbiamo più possibilità di comunicare. I telefoni degli stranieri sono disabilitati per contrastare in qualche modo il terrorismo che di quando in quando riaffiora nelle valli e l’unica possibilità di possedere un numero di telefono al momento è effettuare un contratto post-pagato di modo che ogni comunicazione possa essere controllata e riutilizzata in caso di necessità. Di internet neanche l’ombra.
Poco più di 70 anni fa il Kashmir era uno unico stato indipendente ed anche India e Pakistan ancora erano uniti. Regnava un Marhaja indeciso e persone di ogni cultura vivevano libere, come un giardino colorato di tanti fiori diversi. Nel 1947 l’impero britannico abbandona la sua morsa sul sub-continente indiano e, da questa nuova indipendenza, vengono a formarsi due stati distinti: l’India, di religione induista, ed il Pakistan, di religione mussulmana. Da questa decisione segue un esodo di dimensioni inimmaginabili. Milioni di persone di fede mussulmana emigravano verso occidente ed il nuovo stato, mentre nella direzione opposta andavano milioni di induisti. Mentre ogni giorno morivano ammazzati migliaia di persone per la creazione di questi due grandi Stati, al Kashmir fu data la possibilità di scegliere con quale potenza annettersi, ma il Marhaja indeciso non fu in grado di prendere una decisione. Avrebbe dovuto confluire con l’India, lui di religione induista, o avrebbe dovuto scegliere il Pakistan dato che i suoi sudditi erano mussulmani?
La prima guerra indo-pakistana per il Kashmir nasce proprio da questo aneddoto. La storia ufficiale racconta che quando, nell’ottobre del 1947, le milizie pakistane hanno rotto i confini e sono entrate in terra kashmira, il Marhaja ormai aveva deciso di firmare il Trattato di Annessione con l’India, a patto che questo fosse ratificato da un referendum popolare. Il governo Pakistano, interessato non solo alle ricchezze naturali del paese ma anche, e soprattutto, per completare l’unione di tutti i mussulmani sotto un unico stato, ovviamente contesta la legittimità di tale accordo, supponendo che Hari Singh, il Marhaja, abbia agito in cattiva fede. L’India dalla sua parte rivendica la legittimità di tale atto, secondo il quale anche l’attuale territorio del Kashmir sotto giurisdizione pakistana dovrebbe far parte dell’India. L’interesse in questo caso comporta la possibilità di dimostrare come l’India sia un paese dove possono convivere liberamente tutte le diverse culture. Dopo la concessione ai buddisti tibetani della zona di Dharamsala, il Kashmir rappresenta l’unico stato a maggioranza mussulmana che l’India non vuole perdere.
Il Kashmir intanto desiderava solamente la libertà e l’indipendenza di avere un proprio governo regnante. “Ne India ne Pakistan, ma se costretti a scegliere che si opti per coloro i quali garantiranno la più grande autonomia al paese”. L’India in questo caso. Ed è un sentimento questo che non è mai tramontato nella popolazione kashmira, composta per lo più da contadini e piccoli commercianti. Tra loro non esiste il seme della violenza e, piuttosto che combattere una guerra che Dio non permette, sono disposti a cedere parte dell’autonomia per poter vivere in pace nella loro terra. Soprattutto ora che hanno vissuto la guerra nelle loro case.
Quando nel 1989 è esplosa nuovamente la guerra in Kashmir è stata differente dalle altre. Non erano più i due eserciti a combattesi i confini dello Stato, la guerra era in tutti i villaggi, tra i miliziani e l’armeria indiana. I movimenti separatisti erano diventati violenti e, grazie anche alle finanze che erano inviate direttamente dal Pakistan, si erano organizzati in squadre di combattimento capaci di feroci atti terroristici. La gente ricorda con enorme sofferenza gli anni bui della guerra. Ragazze che uscivano da casa per recarsi dall’unico dottore nel villaggio e non vi facevano più ritorno. I saccheggi e le intimidazioni avvenivano ogni giorno da parte dell’esercito e migliaia di ragazzi sono morti per mano di entrambi. Era impossibile riconoscere chi facesse parte delle milizie ribelli e mentre si viveva nella paura e nel dubbio le vie di comunicazione a volte venivano distrutte e nei villaggi non arrivava cibo per settimane.
Ora gli abitanti del Kashmir sono tornati a sorridere. I giardini botanici, orgoglio delle dinastie Mogul, tornano a risplendere e le famiglie vi si recano numerose per godere del soffice tepore dell’estate. Le piccole attività turistiche tornano a ricevere poche manciate di clienti ed i tanti kashmiri fuggiti dalla loro terra vi fanno ritorno per ricostruire insieme il Paese. Il governo indiano nel 2004 ha firmato un armistizio per cui concede una parte di autonomia al Kashmir seppur sotto la legislazione indiana. Ai miliziani separatisti è stato concesso un accordo di cessate il fuoco ed alcuni lavori d’impegno governativo e, seppur l’esercito indiano è ancora presente in massa ed il paese sembra in stato di guerra, ai militari non è dato permesso di sparare.
Solo negli ultimi 20 anni di guerra in Kashmir sono morte circa 60.000 persone, tra civili e militari, e tanto è stato distrutto. Sono stati spesi miliardi di dollari per una guerra sanguinosa e crudele che spesso ha combattuto solo per orgoglio come nella battaglia di Sianchen, un ghiacciaio situato a 5.000 metri d’altitudine dove i militari muoiono e combattono a temperature anche a -50°. Il Paese di trova ancora diviso tra Pakistan, Cina ed India, ma qui per lo meno ha trovato una sorta di stabilità e complicità che sta permettendo al paese di tornare a splendere come i tempi andati. L’impegno per la ricostruzione di ciò che è stato distrutto procede lentamente ma con regolarità. Sono state costruite nuove scuole, strade e sono stati sostituiti i ponti di legno dati al fuoco intempo di guerra. Agli indiani che prima abitavano in queste terre sono stati offerti numerosi incentivi per farvi ritorno ma al momento vince ancora la paura sul desiderio di tornare a casa. Ciò che più spaventa ora nella questione del Kashmir è la possibilità che se il conflitto si riaccendesse potrebbe scatenarsi uno scontro violento tra quelle che oggi sono anche due grandi potenze nucleari. Al momento gli impegni sottoscritti nel 2004 obbligano gli Stati a risolvere in maniera pacifica il contenzioso.
Marco Manieri
IL TREKKING
(dal diario di viaggio, 11 maggio 2008)
L’indomani partiamo per il trekking. Dal villaggio proseguiamo in macchina per circa un ora risalendo il fiume Lidder. La strada procede in salita fra imponenti montagne e verdi vallate. Anche questo lungo tratto dimenticato è pattugliato costantemente. Ogni duecento metri, appollaiato su qualche masso, un giovane ed annoiato militare indiano, con in braccio il suo fucile, trascorre li le sue ore sorvegliando non sa bene chi o cosa. Le differenze culturali e somatiche fra kashmiri e indiani appaiono evidenti. I kashmiri non sono pakistani né tantomeno indiani. Sono semplicemente kashmiri. Hanno una loro lingua, una loro cultura, una loro storia. Ciò nonostante hanno convissuto pacificamente – e continuano a convivere – con minoranze nomadi, indu’ e sick, ritrovandosi loro malgrado fra due grandi fuochi che spesso divampano. Non impieghiamo molto ad apprezzare la bontà e la semplicità di queste persone. I kashmiri sono dotati di grande tempra derivata in gran parte dalle sofferenze patite e da un clima certamente non facile. Sono persone oneste, leali, fortemente legate alle proprie tradizioni.
Giunti al campo base proseguiamo a piedi per un tratto sino al punto in cui si decide di trascorrere la notte. Montiamo le tende e ci avventuriamo lungo il crinale di una montagna per la nostra prima passeggiata. Lo scenario che ho intorno è in assoluto il piu’ bello mai visto prima. Magnifiche montagne dalle vette ancora innevate, tutto ricoperto da un soffice tappeto erboso con il verde che domina incontrastato. Torrenti, ruscelli, cascate. Camminiamo in mezzo a greggi di pecore e mandrie di bufale. Tantissimi sono anche i cavalli allo stato brado. Sembra tutto incredibilmente finto per quanto è bello. Non credo che esista un paesaggio montano come quello che ho davanti. Ho trascorso due settimane di trekking in Nepal ma la straripante forza della natura che ti investe qui non è paragonabile con quella vista allora. Per certi versi ricorda le nostre Alpi di cent’anni fa, prima che venissero lentamente deturpate dall’uomo. Forse la stessa sorte toccherà anche a queste montagne fra qualche decennio. Ma intanto sono qui, ora, e mi immergo a capofitto in questa natura.
La sera ci dobbiamo procurare la legna per il fuoco mentre i nostri accompagnatori sacrificano uno dei due polli venuti con noi per la cena. Con il calare del sole cala inesorabilmente anche la temperatura che di notte si aggira intorno allo zero. Siamo costretti a coprirci con tutto ciò di cui disponiamo e in aggiunta ci vengono dati i loro tipici copri abiti di lana e delle borse d’acqua calda per la notte. Si vive all’aperto. Dopo cena passiamo qualche ora davanti al fuoco a guardare un magnifico cielo stellato. Nell’oscurità della notte puntiamo casualmente la torcia dietro le nostre spalle illuminando a sorpresa un cavallo bianco fermo immobile a due metri da noi. Anche durante la notte gli animali della vallata non fanno mancare la loro presenza. Ogni tanto vengo svegliato dal ruminare l’erba di qualche mucca giusto a pochi centimetri dalla mia testa, fuori la tenda, oppure dal latrito di qualche cavallo che con passo veloce fa vibrare con gli zoccoli il terreno intorno a dove dormiamo. E quando nel gelo dell’alba metto la testa fuori la tenda per andare a fare pipi, mi ritrovo faccia a faccia con una enorme e paciosa vacca che mi guarda incuriosita piu’ o meno quanto lo sono io nel vedere lei giusto fuori dall’uscio di “casa mia”. La mattina seguente ci si rimette in marcia mentre alcuni cavalli vengono caricati del grosso da trasportare sino al prossimo accampamento. Lungo il tragitto incontriamo sovente qualche pastore nomade che con la sua gente popola da secoli queste montagne. Sono persone fuori dal mondo e per i piu’ piccoli noi rappresentiamo i primi occidentali che vedono. Quando, dopo avergli scattato qualche foto, si rivedono nei monitor digitali delle nostre macchinette sono un esplosione di eccitazione. Un esperienza di trekking in questi luoghi non ha eguali. E’ questo che io considero vero campeggio: camminare per ore in mezzo ad una natura tutta da scoprire, montare le tende quando si è stanchi e in qualche slargo protetto e non in pendenza, andare a cercare la legna, mangiare all’aria aperta, inventarsi un bagno dietro un enorme masso, lavarsi nel torrente ghiacciato, trascorrere la serata davanti al fuoco a chiacchierare. Niente internet. Niente cellulari. Ripenserò a questi momenti quando sarò di nuovo un giorno nel traffico della mia amata Roma. Ne sono certo. Non ora però.
C’è ancora tempo.
Fabio
LA SCALATA
Quando l’istinto di sopravvivenza prevale il tuo corpo improvvisamente cambia. Il battito del cuore accelera ma non fino a farti pensare che potrebbe fermarsi. Ogni altro pensiero scompare lasciando spazio solo a quell’idea centrale di raggiungere l’obiettivo, il prima possibile. Gli altri sensi esplodono. La vista si concentra sul prossimo passo ed i riflessi sfruttano al massimo la tensione interna che si crea in ogni muscolo. Anche il dolore scompare e la respirazione, prima faticosa, improvvisamente sembra non essere più un problema. Esisti solo tu in quel momento. L’egoismo prevale ed il pensiero di metterti in salvo oscura la percezione di chi in quel momento è con te nella stessa situazione.
Il maltempo è arrivato quando eravamo a due ore e mezza dal campo ed una dal ghiacciaio. Un’ombra oscura di pioggia, forse neve, saliva rapidamente verso di noi insieme alla coscienza che quella avanti a noi sarebbe stata una brutta esperienza. Avevamo camminato oltre quattro ore attraversando effimeri ponti di legno, arcate di sola neve e fanghiglia per la maggior parte, ma finché il sole era con noi non si avvertivano i segni della catastrofe. Abbiamo riparato in una casa disabitata che attendeva una qualche famiglia di zingari kashmiri che in questo periodo dell’anno inizia la migrazione dalle calde valli di Jammu verso le più fresche montagne. Tra le mura di quella bassa abitazione ci siamo scaldati attorno al fuoco mangiando un povero pranzo di uova e patate bollite sperando che durante quell’attesa il mal tempo venisse spazzato via dai venti provenienti da valle. Così non è stato e, non potendo più attendere dato che la notte incombeva, abbiamo iniziato la lunga discesa verso il campo sotto la pioggia battente.
Non posso dimenticare la sensazione di solitudine ed impotenza vissuta in quelle ore. La natura, mai così potente ed aggressiva, non permette un’uscita di emergenza. Nella situazione in cui eravamo non c’era altro da fare che affrontare di petto l’Himalaya cercando di attenuare i danni il più possibile e procedere con passo veloce fino alle tende. Alcuni attimi era solo il bianco. La possibilità di una crisi nervosa era molto vicina ma al momento di intravedere in lontananza il campo con il fuoco già acceso ad aspettarci, la tensione cala e si trasforma in una voglia sfrenata di ridere e ringraziare quelle poche comodità che d’improvviso paiono un lusso. La notte è poi trascorsa intorno al fuoco ridendo del rischio passato ed il solo pensiero che trascorsa quell’ultima notte in tenda l’indomani ci attendeva una camera con quattro mura ed una doccia calda. Un sogno proibito.
Marco


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