Angkor

July 27th, 2008

Ci sono pochi posti al mondo come Angkor. Le precisioni astrali delle piramidi d’Egitto e del Messico, i fasti della Roma imperiale e il fascino di Macchu Picchu, si condensano ad Angkor che con loro condivide il ricordo di una civiltà fantastica e sofisticata, distrutta dal banale corso della storia. Oggi Angkor è ovunque in Cambogia. È tra il rosso e il blu della bandiera, nel nome di centinaia di alberghi e di qualunque cosa abbia a che fare con il turismo . È  nella birra che due grandi società concorrenti producono chiamandola l’uno “Angkor” e l’altro “Anchor” ed è in ogni cambogiano che pensa al passato e trova orgoglio solamente in quel tempo, quando l’impero Khmer si estendeva fino la Birmania e le donne più belle venivano inviate ad Angkor ad imparare la danza e la sensualità.

Intorno all’XI secolo in Cambogia splendeva un popolo che raggiunse l’apice della cultura, delle arti e dell’architettura, fece disboscare foreste intere per erigere i templi più belli che ogni Dio avesse mai visto, fino a costruire ciò che allora rappresentava la perfezione assoluta: l’Angkor Wat. D’un tratto però questa fantastica civiltà scomparve, venne dimenticata. Le città e i templi furono abbandonati nel mistero e in poche generazioni nessuno più ricordava niente del glorioso passato. Non c’erano documenti o leggende che portassero con se quella memoria e piano piano la natura si è impadronita di quei luoghi nascondendoli agli occhi del mondo fino a poco più di un secolo fa.

Quello che apparve davanti l’esploratore che per primo vide nuovamente Angkor era uno spettacolo magnifico. Al di la della giungla vi era un mondo ancora segreto di cui nessuno aveva mai parlato, dove i volti scolpiti nelle 49 torri di pietra del Bayon per secoli non avevano avuto nessuno a cui sorridere.  Intorno furono ritrovati decine di templi sommersi da una vegetazione florida e potente che oggi in molti di essi ancora domina e risplende. L’emozione di allora era il nuovo, la consapevolezza che gli occhi stavano vedendo qualcosa di unico ed irripetibile, oggi è molto difficile trovarsi soli ad Angkor ma quando ciò accade bastano pochi minuti per sentirsi coinvolti dallo stupore e la magia di questo posto.

Quando la luce soffice del tramonto illumina la roccia e l’Angkor Wat si rispecchia nel fossato circostante si è felici di sapere che nella storia l’uomo è stato capace di tanto ed è impossibile non rimanerne sedotti. Anche il sole che per secoli, ogni giorno, ha continuato a cadere dietro questi templi credo sia orgoglioso di illuminare le torri di Angkor, nonostante per tanto tempo non ci sia stato nessuno a goderne.

Giorni thailandesi

July 26th, 2008

Mentre Marco è al “fronte” a documentare la delicata situazione militare sulla linea di frontiera cambogiana, io sono di nuovo qui, a Bangkok, a godere l’energia che solo questa città ha saputo darmi sin d’ora. Le ultime settimane sono state molto intense.

Raggiunto Marco in Vietnam, abbiamo trascorso dapprima qualche giorno fra le montagne di Sapa, nell’estremo nord al confine con la Cina, poi – dopo varie soste ad Hanoy ed Along Beach – abbiamo risceso rapidamente il paese in treno sino ad Huè, a pochi km dal Ben Hai, il fiume utilizzato durante la guerra dagli americani come linea di demarcazione fra Vietnam del nord e Vietnam del sud. Da Hue abbiamo puntato ovest e attraversato a piedi il confine laotiano siamo giunti a Savanhaket.

In Laos le giornate trascorrono serenamente. Le persone sono genuine e amabili e la sterminata campagna che ci si staglia davanti di una bellezza commovente. Da Savanhaket proseguiamo ancora a sud, sino a Pakse, e da lì, seguendo il Mekong, sino a Si Phandan, anche conosciuta come Four Thousand Islands. Fra la fitta vegetazione di questa regione vicino al confine con la Cambogia infatti, il Mekong ha formato un intrigata ed affascinante rete di canali, lande ed isole.

Per tre giorni dormiamo in una spartana palafitta sospesa sul fiume senza bagno ed elettricità (in realtà Marcolino dormirà sull’amaca montata in veranda). Durante il giorno ci perdiamo felicemente fra le verdi risaie con le nostre biciclette sgangherate. Le uniche persone che incontriamo sono giovani pastorelli intenti a far pascolare le grandi e paciose bufale d’acqua o queste donne minute sempre piegate a raccogliere riso con i loro grandi cappelli a cono. Al tramonto, quando il sole cade dietro le palme da zucchero, il Mekong si tinge di rosso e viola lasciandoci a contemplare per ore quell’imponente corso d’acqua che per milioni di persone – dall’Himalaya alla Cambogia – rappresenta la vita.  Da Don Det ritorniamo a Pakse e da qui, salutato Marco, mi avvio di nuovo verso la Thailandia, destinazione Bangkok, dove giungo all’alba del giorno dopo. Sono in attesa di un pacco da Roma e in oltre c’è la telecamera da far riparare, il caricabatteria del portatile da comprare, le nuove scritte per il sito da far stampare. I pretesti non mancano insomma.

Adoro questa città. Bangkok è stata una sorta di filo conduttore degli ultimi due mesi. Ci sono approdato la prima volta agli inizi di giugno rimanendone ammagliato dopo le tante settimane di India. Ci siamo tornati trovandoci conforto e rassicurazione dopo i disagi birmani. Ci sono rimasto oltre il dovuto mentre Marco volava in Vietnam. Ora ci torno da solo mentre lui, dal Laos, si spinge in Cambogia.

A dire il vero la prima volta che venni qui era stato il 2002. Avevo conservato di questa città un ricordo pessimo. Traffico, rumori, sporcizia, inquinamento. Ma soprattutto topi. Quando ripensavo a Bangkok mi venivano in mente quelle enormi zoccole che vedevi spuntare da ogni dove.

A distanza di sei anni la città si è completamente rifatta il trucco. È difficile anche solo concepire un così radicale cambiamento il quale, prima ancora che nell’efficienza dell’amministrazione locale, va ricercato nella coscienza civica di ciascun cittadino. Credo che non sia affatto facile infatti cambiare le abitudini di persone che – soprattutto le vecchie generazioni – si sono sempre comportate diversamente. I tassisti da un giorno all’altro hanno smesso di suonare il clacson, gli ambulanti raccolgono con cura ogni minimo scarto da loro prodotto ed i procacciatori di clienti si sono fatti d’un tratto timidi, quasi timorosi di essere troppo invadenti.

Il primo giorno che rimisi piede a Bangkok il tassista mi invitò ad allacciarmi la cintura di siucrezza. Rimasi perplesso sul momento. Venivamo da Calcutta. E grande fu la soddisfazione quando, alcune sere piu’ tardi, camminando nei pressi di Sukhumvit, vidi un tipo gettare disinvoltamente in terra il suo pacchetto di sigarette appena terminato. Gielo feci notare e lui imbarazzato lo raccolse. Poi lo guardai meglio. Era indiano.

Lavaggio del cervello? Montagne di rifiuti fuori città? Psicologia del terrore? Non so quali rovesci della medaglia si celino dietro questo rinnovamento, ma di fatto i risultati sono evidenti, tangibili, sotto gli occhi di tutti (qualunque sia la ricetta la si potrebbe proporre a Napoli magari).

Bangkok è stato l’unico posto che mi ha trasmesso l’idea di città, di casa. Alle volte mi sembra un giostra in continuo movimento. Ed io con lei. Mi piace questo dinamismo, questa modernità. La attraverso da una parte all’altra sullo skytrain. Scendo, proseguo in metropolitana, poi un pezzo in tuk tuk o uno in moto. In una mattinata balzo da un centro commerciale all’altro. Scale mobili, ascensori, fontane e specchi. Intorno mi sembra tutto scintillante.

Adoro l’idea di scendere sotto casa e poter scegliere fra cucina italiana, cinese, coreana, libanese, giapponese o thailandese. Nel tardo pomeriggio me ne vado spesso a correre al Lumphini Park. Il comune offre a tutti strutture gratuite per dedicarsi al movimento. Mi piace questo spirito. Mi piace il rispetto e la tolleranza che hanno le persone che ho intorno, così ben sintetizzato nel tradizionale saluto thai. Un gesto delicato e mai banale che suscita sempre grande rispetto e dignitosità.

A Bangkok ho spesso la sensazione a fine giornata di non aver fatto qualcosa o forse è piu’ voglia di voler fare dell’altro. Prima di andare a dormire rimango un oretta nella verde terrazza del mio hotel ad Asok. È solo al 5° piano e tutto intorno vedo svettare grattacieli illuminati. Chiudo gli occhi e mi sembra di sentir pulsare la città. Verso quell’ora si alzano brevi raffiche di vento tiepido che preannunciano l’imminente acquazzone. Me ne riscendo per strada quasi richiamato dalla città e me ne vado in giro per l’ultima passeggiata nel quartiere sotto la fitta pioggia tropicale.

Mi sembra di vivere qui da una vita. Saluto i ragazzi del chiosco di frutta e noodle sotto casa, poi le massaggiatrici del centro benessere a fianco, poi il portiere notturno dell’Ambassador, i driver di tuk tuk all’angolo con soy 13 e gli indiani del negozio di abbigliamento. Conosco piu’ gente qui che all’Infernetto a Roma.

Il bus che mi porta in Cambogia attraversa lentamente la città. Come in un enorme puzzle, rivivo nella mia mente in rapida successione le mie giornate thailandesi, i momenti intensi, le persone conosciute, le tante considerazioni fatte. Vorrei provare a scriverle ma mi rendo conto che sono talmente tante da non poter farle uscire in maniera ordinata. Le terrò per me e ne farò tesoro. Intanto continuo a nutrirmi avidamente di ogni giorno che passa come se fosse l’ultimo. Saluto Bangkok. Con il sorriso però, perchè – in fondo – so che non sarà un addio.

In attesa di una possibile guerra

July 21st, 2008

PREAH VIHEAR – Quando finalmente arrivo fino in cima il monte Dangrek non si respira la tensione propria di un luogo in cui potrebbe presto scatenarsi una guerra. Chiedo ai primi militari che incontro con il simbolo della bandiera cambogiana sul braccio se si riescono a vedere i soldati thailandesi. «Certo, Girati». Dietro di me piccolo gruppo di militari con divise appena più scure dei loro rivali bivacca seduto su di una roccia con un mazzo di carte in mano ed in cerca di riparo da un sole già caldo nelle prime ore del mattino. Pochi metri accanto fanno lo stesso i cambogiani. Ci sono altri giornalisti, pochi a dire il vero, in attesa che arrivi un po’ di movimento in quel che sembra essere una noia mortale. «Penso che non avranno il coraggio di attaccarci, loro hanno tanti villaggi da queste parti invece guarda noi, solo deserto» mi dice un soldato del Regno di Cambogia indicando lo spettacolare paesaggio che si allarga al di sotto della montagna. «E poi il tempio è nostro!» aggiunge con un sorriso genuino il mio interprete. L’atmosfera è tranquilla, interrotta solamente dalle tante armi maneggiate senza troppa esperienza dai due eserciti. Cammino liberamente fin dove inizia la Thailandia, di più non mi fanno andare. I militari che incrocio mi sorridono e alcuni si mettono in posa per le mie fotografie fingendo di lanciare una granata con il fucile che forse tempo fa fu usato contro gli Khmer Rouge. Non sono tanto diversi dal resto dei cambogiani che si incontrano ogni giorno nel paese. Quando gli mostro le foto appena scattate ridono, si emozionano e chiamano i loro compagni davanti al piccolo display della macchina fotografica quando si riconoscono nell’inquadratura. Sono simpatici in fondo e alcuni stanziati sulle rovine del tempio mi chiamano per fare anche a loro delle fotografie mentre i compagni se la ridono all’ombra dei pochi alberi. Faccio chiedere ad un giovane militare, al massimo avrà 21 anni, se ha paura di dover combattere. «Ci hanno detto che andavamo a proteggere il paese. Pensavo di andare in guerra ma ora mi sento in vacanza. Non ero mai stato qui.»

La questione della sovranità sul tempio di Prasat Preah Vihear è una vecchia storia che nel corso di tutto il secolo passato ha influenzato, a volte esasperato, i rapporti diplomatici tra Thailandia e Cambogia.  Le spettacolari rovine, che dall’alto dei suoi 550 metri offre ai visitatori che vi arrivano uno dei paesaggi più suggestivi del sud-est asiatico, oggi non sono che il ricordo di una grande civiltà che impiegò quasi 300 anni per portare a termine questo sacro complesso architettonico. Sette generazioni di sovrani Khmer hanno investito e lavorato affinchè il tempio splendesse di una bellezza unica ed è solo con l’intervento del Re Suryavarman II, lo stesso che fece realizzare l’Angkor Wat, che furono completati i cinque livelli monumentali a formare il tempio che presto divenne un importante meta di pellegrinaggio. Con la caduta del grande impero Khmer terminò anche l’egemonia della Cambogia sul sito che per molti secoli fu fagocitato nei confini del Siam prima, della Thailandia poi, tornando a far parte del patrimonio cambogiano solamente nel 1907 durante la colonizzazione francese.

Da allora non vi è più stata pace per il Prasat Preah Vihear. Nel 1959 la Thailandia occupa nuovamente i confini del tempio costringendo l’allora re-primo ministro Sihanouk a chiedere l’intervento delle nazioni unite per risolvere la disputa. Finalmente nel 1962 la corte internazionale si pronuncia in favore della Cambogia e la sua indubbia proprietà del tempio, intimando inoltre al governo thailandese di restituire i tanti beni che nel corso degli anni furono stati saccheggiati per riempire i musei di Bangkok. Sihanouk concordò con il suo corrispettivo thailandese la possibilità di aprire il tempio ai turisti da entrambe le nazioni, senza necessità di ottenere il visto cambogiano, ma ciò non fu sufficiente a sedare gli animi e nel 1979 il governo thailandese respinse circa 40.000 profughi cambogiani che fugivano dalla fame e la miseria del proprio paese cercando di trovare rifugio presso la linea di confine di Preah Vihear. La zona era fortemente minata è trasformò il luogo in un’ecatombe.

Nuove tensioni si sono accese agli inizi del Luglio 2008 quando l’UNESCO accetta la richiesta del governo cambogiano di sottoporre a votazione l’iscrizione dell Prasat Preah Vihear nella lista dei patrimoni dell’umanità. Il verdetto è abbastanza ampio e il 10 luglio il Ministro degli Esteri del Regno di Cambogia viene invitato a controfirmare il nuovo status del tempio senza che venga interpellato il parlamento thailandese che gode ancora di alcuni diritti decisionali e condanna l’avvenuto. Alcuni giorni più tardi la polizia cambogiana arresta tre thailandesi che avevano oltrepassato il confine con l’intenzione di sostituire alla bandiera cambogiana che sventola tra le rovine con quella della madrepatria. I rapporti tra i due paesi quindi si deteriorano rapidamente e al giorno d’oggi, tra i due eserciti, oltre 4000 militari sono stanziati nel tempio. Nel frattempo oltre 700 persone sono state evacuate e qualcuno dice che presto si combatterà. Sono gli anziani, quelli che hanno già lottato per liberare il proprio paese prima dallo straniero poi dalla propria follia. Forse pensano che non ci sarai mai pace per la Cambogia, tutti continueranno ad approfittarsi della loro ingenuità ed i tempi del sorriso forse non torneranno mai più.

Lungo la strada del ritorno chiedo a Chiba, il mio autista, cosa ne pensa e se ha parlato con qualche suo amico che abita in queste zone. «Non succederà niente, sono solo cose politiche. Il Preah Vihear è stato costruito da noi Khmer, perchè mai dovrebbe volerlo qualcun’altro?» Già, perchè? Fino ad oggi il tempio pur essendo parte del territorio cambogiano è stato visitato da pochissimi turisti provenienti dal paese, mentre dal lato thailandese ne arrivano numerosi. Subito dopo l’apertura al turismo in Thailandia è stata costruita un’ottima strada asfaltata che ogni giorno permette il passaggio dei pullman pieni di visitatori fino alle porte del tempio, cosa che in Cambogia invece diviene un’assurda prova di forza e temperamento tra strade sterrate ed arrampicate in motocicletta. Per chi viene dalla Thailandia il costo dell’entrata è di 10 dollari, cinque ai thailandesi e cinque ai cambogiani, ma per chi arriva dalla Cambogia la visita al tempio diviene gratuita visto che gran parte dei giorni gli uffici sono chiusi per mancanza di turisti. «Qualche giorno e finisce tutto», mi ripete l’autista.

Laos

July 15th, 2008

Alla luce dell’alba il Mekong si colora di un rosa tenue quasi a dare un tocco di delicatezza a questo gigante e potente corso d’acqua. Assieme al buddismo, il “Grande Mekong” è ciò che più di tutto mette insieme questo complicato risiko che è il sud-est asiatico. Nasce tra le alte montagne del Tibet e scorrendo verso sud, dove acquista sempre più portata, attraversa la regione cinese dello Yunnan, la Birmania, la Thailandia, il Laos, la Cambogia e il Vietnam dove forma il suggestivo delta scolvolto dalla guerra e reso famoso dalle crude immagini del film Apocalypse Now. Sono circa 250 milioni le persone che vivono presso sue sponde  e molte di più sono quelle che possono sopravvivere grazie agli abbondanti campi di riso che il fiume permette di mantenere perfettamente irrigati durante tutto il corso dell’anno. Qui in Laos, precisamente a Si Phan Don, vicino Pakse, il Mekong crea un fanastico scenario fatto di canali e correnti che collegano le 4000 isole che formano questo strano arcipelago tra la giungla fitta e le ampie risaie. Qui si sono creati piccoli vilaggi rurali ma la gran parte di queste isole sono ancora disabitate e le uniche due adibite a ricevere turisti offrono delle economiche ed essenziali sistemazioni dove la corrente elettrica viene distribuita giusto due ore al giorno tramite un generatore.

La vita scorre tranquilla, come in gran parte del paese. Senti parlare del Laos dalle persone che incontri in viaggio e ad ognuna di loro iniziano a brillare gli occhi mentre partono a raccontare quanto sia loro piaciuto e quanto siano innamorate della popolazione locale. Ed’è impossibile non esserlo. Quando si entra in Laos dopo aver attraversato paesi come l’india, il vietnam o la thailandia, la prima cosa che si avverte è… la mancanza di persone. Le città sono vuote, le macchine si contano sulla punta delle vita e regna ovunque un silenzio a cui le orecchie non erano più abituate.

Il Laos è un paese di poco più piccolo dell’Italia ma ci vivono solamente sei milioni di persone, 24 ogni kmq precisamente. Il Laos è anche uno dei paesi più poveri al mondo, ma la gente non sembra sentirsi così messa male in classifica. Quel poco che la terra mette a disposizione può, essere condiviso da tutti ed anche i turisti, che sempre più arrivano nel paese, non sono oggetti rari che animano le brame di un facile guadagno ma sono abbastanza da distibuire denaro alla popolazione, in maniera più o meno omogenea. I laotiani sono simpatici, consapevoli dei diversi ruoli tra loro ed i turisti ma senza restare intrappolati in una reverenzialità a volte imbarazzante. Sono curiosi ma con discrezione e nonostante le cose spesso sono fatte all’asiatica alla fine non puoi che volergli bene ad un popolo così calmo e genuino.

In questo momento la grande finestra della mia stanza si affaccia su una sgangherata pagoda che forse è anche un piccolo monastero e tutt’intorno le montagne sono coperte da una leggera foschia. Per strada sembra sia perennemente domenica. Di aperto c’è qualche negozietto sonnacchioso e pochi ristoranti che più che altro servono birre ghiacciate ai pochi turisti che sudano dal caldo torrido. Ancora non c’è un rumore ed è strano pensare che a poche ore da qui ci sia Bangkok con i suoi treni volanti e centri commerciali.

Vietnam

July 11th, 2008

È possibile non entrare in sintonia con un intero popolo? Solitamente, nonostante tutte le differenze del caso, si trova sempre qualcosa che attrae ed interessa più del rnormale. In Asia poi la maggior parte delle volte questo coincide con il fascino della spiritualità. A volte si rimane catturati dalla spontaneità delle persone, altre volte è la scoperta di una cultura millenaria che ci fa innamorare di un paese. In Vietnam però questa scintilla non è scoccata ed oggi ce ne andiamo volentieri da un luogo che per molti anni condensava in se l’immaginario che l’occidente aveva del sud-est asiatico a cavallo degli anni ’70. In quegli anni il mondo ha scoperto di possedere una coscienza collettiva e durante lo scontro tra il piccolo Davide con gli occhi a mandorla ed il ricco gigante americano si sono mossi i primi passi verso una globalizzazione di pace e diritti, ancor prima che di merci. Allora il Vietnam è stato teatro delle più atroci perversioni che la guerra moderna poteva permettersi e per la prima volta nella storia il mondo intero ha potuto conoscere in maniera diretta le orribili conseguenze di una guerra folle.

La guerra del Vietnam, o meglio il “conflitto” come piaceva chiamarlo in quel tempo, si differenziava sostanzialmente dagli altri conosciuti in passato non tanto dalla follia degli uomini che erano in quelle zone per combattere, quanto da quella di coloro che vi erano andati solamente per poter raccontare ciò che realmente stava succedendo. Centinaia di giornalisti hanno perso la vita per essersi spinti più in la di quanto a loro non fosse richiesto ed i più grandi personaggi della cultura contemporanea è proprio in Vietnam che hanno raccolto la forza di far valere le proprie idee. Una giovane Oriana Fallaci in Vietnam ha trovato un pizzico di umanità provando disgusto per ciò che stava vedendo mentre Tiziano Terzani in quel posto ha scoperto che la conta dei morti può divenire un qualcosa a cui un essere umano può fare l’abitudine. Ecco allora che il Vietnam desta interesse ancora oggi. Nonostante la fama non proprio positiva che il paese porta fuori dai propri confini per mezzo del passaparola tra i viaggiatori, rimane in molti la curiosità di conoscere un popolo che tanto ha sofferto ma che in fin dei conti è stato in grado di provocare una profonda sconfitta che ancora echeggia nell’orgoglio americano. Nel 1975 sempre Terzani scriveva “dentro ogni vietnamita dorme un mandarino, un ladro e un mentitore, ma anche un sognatore”.

Oggi sembra più che altro che il sognatore debba pagare il pizzo ai suoi altri tre compagni , mentre di quel socialismo che tanto ha fatto sperare i vietnamiti non rimane che una vecchia nomenclatura da utilizzare negli affari istituzionali. Il denaro è divenuto una vera e propria ossessione e per le strade di Hanoi la maggioranza dei rapporti tra stranieri e vietnamiti avvengono solo quando, e se, vi è una qualche convenienza economica. I turisti americani, bianchi e grossi, che oggi si aggirano con le loro macchine fotografiche per le vie di Hanoi sembrano sempre intimoriti e diffidenti quasi consapevoli che a vista di molti non sono altro che tanti portafogli pieni di dollari. La tecnica è sempre la stessa: il furbo è quasi sempre ben organizzato, ti propone un tour, una stanza d’albergo, un giro in taxi, prostitute o marjuana. Si parte da un prezzo pressochè inconcepibile e dopo un’estenuante trattativa “forse” si raggiunge un accordo capace di soddisfare entrambi. Effettuato l’accordo, una volta su due si scopre che il patto è stato rispettato solamente da una parte, sempre quella che sta pagando. Il biglietto di prima classe acquistato presso un’agenzia di viaggi in stazione diventa una seconda scarsa, il taxista comincia a girare disperato per la città svelando che in realtà non ha la minima idea di dove si trovi il posto in cui ti aveva promesso di portare.

Tutto questo provoca un senso di precarietà costante per chi viaggia in Vietnam per cui è impossibile sapere come poi le cose andranno realmente. Si perde la fiducia negli altri ed ogni volta che un vietnamita risponde affermativamente ad una tua domanda sai che in realtà questo potrebbe voler dire “guarda non ho capito cosa vuoi ma io ti rispondo sempre di si perchè magari da te posso avere qualche soldo”. Ricorda un po’ il ciondolare con la testa degli indiani, ma questo in fondo era un qualcosa di molto più genuino. Quindi, per tornare alla domanda iniziale, la risposta sicuramente è…no, non è possibile. Perchè sebbene sia difficile e a tratti stressante fare il turista in Vietnam, alla fine si incontrano sempre delle persone a cui basta un semplice sorriso per comunicare, qualcuno sempre pronto ad offrirti una ciotola di riso, anche se sei un portafoglio.

Rosso Zafferano

July 8th, 2008

Se è vero che una volta toccato il fondo non puoi far altro che risalire è pure vero che al peggio non c’è mai fine. Abbiamo trascorso le ultime 36 ore cercando di capire quando avessimo realmente toccato quel fondo di modo da poterci presto rialzare, ma stupendoci nel constatare al contempo come sopraggiungesse una situazione sempre peggiore di quella precedente.

“Viaggiare è un condensato della vita” scriverebbe Marco e viaggiando ti capitano spesso situazioni di notevole disagio, a volte anche situazioni al limite. Ripenso alle ore trascorse di notte nella giungla in Sri Lanka ad esempio o a quelle durante la bufera nel ghiacciaio in Kashmir. Le disavventure capitateci però questa notte sulla via del ritorno per Yangon scalzano di diritto tutte le altre.

In oltre una settimana in Mynmar avevamo già dovuto affrontare lunghi spostamenti in macchina dalla capitale verso le località del nord. Tratte di oltre 15 ore in compagnia dl nostro fido driver Mohammed e della sua storica autovettura: una Toyota(accia) classe 1984. Gli anni di Marcolino! Indubbiamente la macchina piu’ scassata mai vista in vita mia, difficile credere che possa ancora macinare km solo guardandola. Per di piu’ le strade del Myanmar, che chiamarle strade è un eufemismo, sono qualcosa di indecente, per cui ad ogni minima buca la nostra macchina aveva dei sussulti spaventosi. Ma in fin dei conti qui gli spostamenti con i bus ci dicono essere anche peggiori ed i treni hanno la simpatica abitudine di deragliare di tanto in tanto. Per cui quando c’è da mettersi in viaggio ci mettiamo l’anima in pace e ci prepariamo a sballottolamenti di lunghissime ore. La tratta dalla stupenda Bagan a Yangon doveva essere però la nostra ultima fatica in terra Birmana. Ma anche la piu lunga: circa 20 ore per poco meno di 500 miglia. Come dire un Roma – Zurigo.

Decidiamo di partire in tarda mattinata. La notte precedente rimaniamo svegli sino alle 4:30 per assistere all’eliminazione dell’Italia dagli europei (maledetta lotteria dei rigori!). Dopo aver visitato furtivamente l’ultimo tempio ci lasciamo alle spalle Bagan che è quasi mezzogiorno. Il sole picchia forte sulla strada che attraversa fiumi in secca e distese di palme. Dopo un ora circa di strada la macchina si ferma. Aprendo il cofano una nuvola di fumo grigio si alza dal motore dileguandosi nell’aria. Nè io nè Marco capiamo di motori ma non bisogna essere esperti per comprendere che non si tratta di nulla di buono.

Mohammed come suo solito non fa una piega e comincia freneticamente a frastullare con le mani ogni componente della macchina. Taglia un tubo di gomma con un coltellaccio, lo svuota dell’liquido all’interno e poi cerca invano di riattaccarlo al pezzo iniziale. Vorremmo essere d’aiuto ma rischiamo solo di essere d’intralcio, sicchè ripariamo sotto l’ombra di una palma perplessi. Alle nostre spalle si materializza un vecchio contadino che, vedendoci boccheggianti, ci porge una noce di cocco. Il poblema sembra essere abbastanza serio e dunque dopo aver precariamente ricollegato i tubi con un fil di ferro si decide di ritornare a Bagan per far riparare il danno.

Verso le 15  siamo di nuovo pronti per ripartire dal punto iniziale. Trascorrono un paio d’ore e la macchina si ferma nuovamente. Fortunatamente stiamo attraversando un villaggio e dunque possiamo far vedere nuovamente l’auto da qualcuno. Il danno ora pare ancora piu serio di prima e per ripararlo ci potrebbe volere diverso tempo, ma noi non ce lo possiamo permettere avendo il volo all’alba di due giorni dopo. Putroppo però siamo rimasti anche senza soldi. Gli ultimi euro gli abbiamo anticipati a Mohammed ed i treni in questo cavolo di paese si possono pagare solo in dollari. I bancomat e le carte di credito ovviamente non sanno neanche cosa siano. Non abbiamo scelta. Non ci resta che attendere il passare delle ore a combattere con afa, mosche e zanzare in una lercia officina di un villaggio semideserto e abbandonato da Dio mentre uno stuolo di fantomatici meccanici in sarong prende pieno possesso del nostro catorcio cercando di rimetterlo in vita.

Il tempo passa lento ed inesorabile con l’amara consapevolezza di essere nelle mani di queste scimmiette. E quando vediamo quelle mani sollevare via l’intero motore  dall’auto, Marco ed io ci guardiamo basiti domandoci se mai saremmo riusciti a tornare in tempo a Yangon per il nostro volo. È ormai buio quando pare che possiamo finalmente ripartire, ma non facciamo in tempo a lasciare il villaggio che un violento nubifragio si abbatte sulla zona. La già scarsa visibilità notturna diventa pressocchè nulla e procediamo a passo d’uomo cercando di schivare nell’oscurità buche, animali e persone. I tergicristalli sono finti e siamo costretti a passarci la manopola per chiudere i finestrini (anch’essi finti) e salvare i nostri bagagli. Ringraziando il cielo (è proprio il caso di dirlo) la pioggia ci da tregua consentendoci di accellerare il passo. In una bettola lungo la strada consumiamo la nostra (ultima?) cena di immancanile riso con pollo rimanendo ufficialmente con 1000 Kyat, circa un dollaro, sufficiente per un paio di bottiglie d’acqua.

Siamo stanchi e provati dall’interminabile giornata ma riposare in quelle condizioni e con l’ansia per lo stato di salute della nostra Toyota è impossibile.

La macchina si ferma altre due volte nel giro di mezz’ora ma Mohammed liquida i nostri sguardi preoccupati con giustificazioni non del tutto convincenti. Purtroppo poi, come spesso accade, non c’è due senza tre e la terza è anche quella fatale.

Esaurite le scuse, Mohammed riconosce la gravità del problema. La macchina non riparte. È buio. Siamo ai lati di una strada nel cuore della Birmania ed in mezzo alla campagna. Una luna incerta e timida rischiara un tantino il paesaggio intorno a noi. All’orizzonte non si vede il benchè minimo riflesso di luce che segnali un villaggio o quantomeno una presenza umana. E come nel copione perfetto di una parodia ben riuscita ci ritroviamo a spingere la macchina nel disperato tentativo di rianimare colei che, in realtà, è già morta. Ricordo di aver provato una sorta di sollievo ritrovandomi scalzo e nell’oscurità della campagna birmana a spingere quel catorcio consapevole che non sarebbe mai piu’ ripartito. Sollievo perchè pensavo di aver toccato finalmente il fondo. Ma quel fondo era melmoso e con un po di “fortuna” si poteva scavare ulteriormente.

Chiudiamo gli zaini, li poggiamo ai bordi della strada e cominciamo a sbracciare ai tir che passano per chiedere aiuto. Mohammed propone di farsi portare alla prima città lungo la strada e ritornare con un meccanico l’indomani mattina. Lo fulminiamo con uno sguardo: la macchina è morta e non ne vogliamo piu sapere nulla. Poi d’improvviso si ferma una moto con a bordo due passeggeri. Mohammed parlotta con uno di loro e ci propone il piano: si fa accompagnare in moto al primo villaggio, cerca una macchina a noleggio e torna a riprenderci.

Completamente inerti e sfiancati non possiamo far altro che accettare. L’altro passeggero della moto nel frattempo rimane lì con noi, senza dire nulla, senza porsi domande. Era chissà per quale motivo su una moto nel cuore della notte diretto chissà dove ed ora è lì, con due stranieri, a condividere una situazione surreale. Ma con naturalezza, la stessa con la quale si crea il suo giaciglio sui sedili posteriori e si appisola lì, in attesa di un evento. Il mio eroe.

Tentiamo di riposare anche noi cullati dal gracchiare delle rane degli stagni intorno. Veniamo destati dal ritorno di Mohammed in compagnia di un altro uomo e di quello che dovrebbe ssere il mezzo che ci riporterà a Yangon: un furgoncino a due posti con la parte posteriore scoperta e solitamente utilizzata per il trasporto degli animali. In fondo ci poteva andare peggio.

Carichiamo su i nostri bagagli e ci buttiamo esausti in quello spazio rimediato mentre l’alba pian piano comincia a rischiarire il cielo. Davanti a noi ancora tante e tante ore di strada. Attraversando qualche villaggio ci capita di aprire gli occhi e sorprendere i passanti fissarci incuriositi e domandandarsi cosa ci facciano da quelle parti due occidentali buttati come sfollati su un furgoncino per il trasporto di animali. Non ricordo piu’ le volte che ce lo siamo domandato anche noi.

Ogni singolo istante di quell’assurdo viaggio probabilmente.

To cheat

July 4th, 2008

In Vietnam familiarizzo presto con un nuovo verbo: to cheat. Letteralmente ingannare, imbrogliare, fregare. Molta gente ci aveva messo in guardia da questa insana attitudine dei vietnamiti, specie al nord, di provare a fregarti spesso, ma onestamente non credevo potessero arrivare a tanto.

Nel celebrare il mio compleanno a Bangkok mi lascio andare un tantino con i festeggiamenti facendomi trovare “impreparato” all’appuntamento con il volo. Decido cosi di prolungare il mio soggiorno in terra thailandese e di raggiungere Marco ad Hanoi due giorni piu’ tardi. In appena una giornata qui subisco cosi tanti tentativi di raggiro che piu d’una volta mi balena per la testa l’idea di alzare i tacchi e tornare con il primo volo disponibile da dove sono venuto, in quella che ormai considero la mia città ideale. Qualunque cosa tu debba fare con un vietnamita questi cercherà di fregarti in qualche modo. La cosa disarmante è che tutto avviene alla luce del sole, in maniera palesemente pulita, con il sorriso sulle labbra quasi, nel senso “Ok, ti sto fregando, se te ne accorgi bene, altrimenti peggio per te”.

I tassisti difficilmente ti portano all’albergo che domandi, anche se sanno dove si trova. Prima ci sono i “loro” hotel, quelli da cui ricevono la commissione e poco importa se provi a spiegargli che li c’è un amico che ti aspetta o che sei stanco e di fretta, tanto nessuno parla inglese. Se provi a concordare il prezzo ti sparano cifre esorbitanti e se gli imponi il tassametro magari ce l’hanno truccato, facendoti raddoppiare il prezzo d’improvviso con un semplice tasto mentre sei distratto. Se poi ti fai portare da una moto, utile e comoda alternativa al taxi, devi fare attenzione ai compari degli autisti che soventi ti si affiancano pronti a sfilarti la borsa o il bagaglio piu facile da arpionare. Se chiedi un informazione per strada qualcuno potrebbe avere il coraggio di chiederti la mancia e se li guardi basiti poi magari te la danno pure. Sbagliata.

In un ristorante ci presentano un conto,  decisamente eccessivo. Chiediamo di vederlo e scopriamo che ci hanno inserito le salviettine umide, fra l’altro non richieste, ma solitamente offerte. Qui invece le paghiamo quasi quanto il pasto consumato. L’albergo in cui siamo si offre di procurarci i biglietti del treno per Lào Cai, al nord, in partenza la sera, di modo che avremmo potuto lasciare la stanza alle 17 pagando cosi solo mezza giornata in piu’. Accettiamo. Una volta lasciata la stanza però ci dicono di aver trovato un solo biglietto di seconda classe per Marco (che scoprirà poi non essere seconda classe ma soprattutto pagato il doppio del normale). Poco male, decido di raggiungere Marco l’indomani dopo una buona dormita ma a quel punto la nostra stanza l’hanno già occupata e noi abbiamo pagato inutilmente mezza giornata extra. Ovviamente poi provano pure sfacciatamente a farci pagare un conto piu’ salato misconoscendo quanto da loro stesso proposto. Stizziti chiediamo le valigie per andarcene ma come per magia le mie sono sparite. Colmi di rabbia cominicamo ad alzare la voce nella hall attirando l’attenzione di tutti i turisti presenti. Dopo alcune ricerche spuntano finalmente da qualche meandro recondito dell’Hotel i miei bagagli insieme alla promessa che mi avrebbero fatto pagare solo metà notte (10 $) in un altro albergo di loro fiducia. Saluto Marco e vado al nuovo hotel.

Qui, neanche a dirlo, devo trattare strenuamente per far valere il prezzo promessomi ma al tempo stesso prendo coscienza di una nuova ed insolita risolutezza crescere dentro di me. Saranno state le tante battaglie  di quella giornata o la consapevolezza che un minuto in piu o uno in meno di sonno non avrebbe fatto poi così tanta differenza nonostante non avessi dormito la notte precedente. Fatto sta che decido di non fare piu’ sconti di sorta a questi personaggi truffaldini e li affronto uno ad uno di petto in un inglese così fluido che quasi sorprende anche me.  Cercano in ogni modo di estorcermi altro denaro ma respingo tenacemenete ogni attacco riusciendo addirittura ad imporre il mio cambio dollaro-deng (in realtà non il mio ma quello ufficiale, reale) dietro documento scritto da me in cui spiegavo (al boss dell’Hotel) i motivi per cui non accettavo il loro di cambio, esentando da ogni responsabilità i dipendenti con cui stavo contrattando. Una barzelletta, ma necessaria con questa gente.

Questa mattina sveglia alle 5 e di corsa alla stazione per tentare di acciuffare un posto sul treno per Lào Cai. Il massimo che riesco ad ottenere è una seconda classe sull’espresso delle 06:10. Il convoglio è pieno di pendolari. Le poltrone sono rigide e di legno. Ad ogni fermata salgono schiere di venditori ambulanti. Alcuni trasportano anatre o polli vivi. Davanti a me oltre 10 ore di cammino. Marco è già li che mi aspetta. Durante il tragitto la scomodità lascia spazio alla malinconia. Ci sono momenti in cui avrei bisogno di stare con le persone a cui voglio bene ed invece ora sono solo ed in mezzo a sconosciuti che non parlano la mia lingua, su un treno che attraversa risaie nel mezzo del Vietnam. Penso a mia sorella che in questo momento si sta laureando e a quanto mi avrebbe fatto piacere darle un abbraccio oggi.

Una signora davanti a me forse intuisce il mio sconforto e mi offre dei licis dalla sua cesta. Piu’ tardi scatto qualche foto ai bambini che ho intorno e automaticamente mi si catalizzano le attenzioni degli altri passeggeri. Non comunichiamo, ma i loro sorrisi mi trasmettono calore. Quello di cui avevo bisogno oggi.