
Mentre Marco è al “fronte” a documentare la delicata situazione militare sulla linea di frontiera cambogiana, io sono di nuovo qui, a Bangkok, a godere l’energia che solo questa città ha saputo darmi sin d’ora. Le ultime settimane sono state molto intense.
Raggiunto Marco in Vietnam, abbiamo trascorso dapprima qualche giorno fra le montagne di Sapa, nell’estremo nord al confine con la Cina, poi – dopo varie soste ad Hanoy ed Along Beach – abbiamo risceso rapidamente il paese in treno sino ad Huè, a pochi km dal Ben Hai, il fiume utilizzato durante la guerra dagli americani come linea di demarcazione fra Vietnam del nord e Vietnam del sud. Da Hue abbiamo puntato ovest e attraversato a piedi il confine laotiano siamo giunti a Savanhaket.
In Laos le giornate trascorrono serenamente. Le persone sono genuine e amabili e la sterminata campagna che ci si staglia davanti di una bellezza commovente. Da Savanhaket proseguiamo ancora a sud, sino a Pakse, e da lì, seguendo il Mekong, sino a Si Phandan, anche conosciuta come Four Thousand Islands. Fra la fitta vegetazione di questa regione vicino al confine con la Cambogia infatti, il Mekong ha formato un intrigata ed affascinante rete di canali, lande ed isole.
Per tre giorni dormiamo in una spartana palafitta sospesa sul fiume senza bagno ed elettricità (in realtà Marcolino dormirà sull’amaca montata in veranda). Durante il giorno ci perdiamo felicemente fra le verdi risaie con le nostre biciclette sgangherate. Le uniche persone che incontriamo sono giovani pastorelli intenti a far pascolare le grandi e paciose bufale d’acqua o queste donne minute sempre piegate a raccogliere riso con i loro grandi cappelli a cono. Al tramonto, quando il sole cade dietro le palme da zucchero, il Mekong si tinge di rosso e viola lasciandoci a contemplare per ore quell’imponente corso d’acqua che per milioni di persone – dall’Himalaya alla Cambogia – rappresenta la vita. Da Don Det ritorniamo a Pakse e da qui, salutato Marco, mi avvio di nuovo verso la Thailandia, destinazione Bangkok, dove giungo all’alba del giorno dopo. Sono in attesa di un pacco da Roma e in oltre c’è la telecamera da far riparare, il caricabatteria del portatile da comprare, le nuove scritte per il sito da far stampare. I pretesti non mancano insomma.
Adoro questa città. Bangkok è stata una sorta di filo conduttore degli ultimi due mesi. Ci sono approdato la prima volta agli inizi di giugno rimanendone ammagliato dopo le tante settimane di India. Ci siamo tornati trovandoci conforto e rassicurazione dopo i disagi birmani. Ci sono rimasto oltre il dovuto mentre Marco volava in Vietnam. Ora ci torno da solo mentre lui, dal Laos, si spinge in Cambogia.
A dire il vero la prima volta che venni qui era stato il 2002. Avevo conservato di questa città un ricordo pessimo. Traffico, rumori, sporcizia, inquinamento. Ma soprattutto topi. Quando ripensavo a Bangkok mi venivano in mente quelle enormi zoccole che vedevi spuntare da ogni dove.
A distanza di sei anni la città si è completamente rifatta il trucco. È difficile anche solo concepire un così radicale cambiamento il quale, prima ancora che nell’efficienza dell’amministrazione locale, va ricercato nella coscienza civica di ciascun cittadino. Credo che non sia affatto facile infatti cambiare le abitudini di persone che – soprattutto le vecchie generazioni – si sono sempre comportate diversamente. I tassisti da un giorno all’altro hanno smesso di suonare il clacson, gli ambulanti raccolgono con cura ogni minimo scarto da loro prodotto ed i procacciatori di clienti si sono fatti d’un tratto timidi, quasi timorosi di essere troppo invadenti.
Il primo giorno che rimisi piede a Bangkok il tassista mi invitò ad allacciarmi la cintura di siucrezza. Rimasi perplesso sul momento. Venivamo da Calcutta. E grande fu la soddisfazione quando, alcune sere piu’ tardi, camminando nei pressi di Sukhumvit, vidi un tipo gettare disinvoltamente in terra il suo pacchetto di sigarette appena terminato. Gielo feci notare e lui imbarazzato lo raccolse. Poi lo guardai meglio. Era indiano.
Lavaggio del cervello? Montagne di rifiuti fuori città? Psicologia del terrore? Non so quali rovesci della medaglia si celino dietro questo rinnovamento, ma di fatto i risultati sono evidenti, tangibili, sotto gli occhi di tutti (qualunque sia la ricetta la si potrebbe proporre a Napoli magari).
Bangkok è stato l’unico posto che mi ha trasmesso l’idea di città, di casa. Alle volte mi sembra un giostra in continuo movimento. Ed io con lei. Mi piace questo dinamismo, questa modernità. La attraverso da una parte all’altra sullo skytrain. Scendo, proseguo in metropolitana, poi un pezzo in tuk tuk o uno in moto. In una mattinata balzo da un centro commerciale all’altro. Scale mobili, ascensori, fontane e specchi. Intorno mi sembra tutto scintillante.
Adoro l’idea di scendere sotto casa e poter scegliere fra cucina italiana, cinese, coreana, libanese, giapponese o thailandese. Nel tardo pomeriggio me ne vado spesso a correre al Lumphini Park. Il comune offre a tutti strutture gratuite per dedicarsi al movimento. Mi piace questo spirito. Mi piace il rispetto e la tolleranza che hanno le persone che ho intorno, così ben sintetizzato nel tradizionale saluto thai. Un gesto delicato e mai banale che suscita sempre grande rispetto e dignitosità.
A Bangkok ho spesso la sensazione a fine giornata di non aver fatto qualcosa o forse è piu’ voglia di voler fare dell’altro. Prima di andare a dormire rimango un oretta nella verde terrazza del mio hotel ad Asok. È solo al 5° piano e tutto intorno vedo svettare grattacieli illuminati. Chiudo gli occhi e mi sembra di sentir pulsare la città. Verso quell’ora si alzano brevi raffiche di vento tiepido che preannunciano l’imminente acquazzone. Me ne riscendo per strada quasi richiamato dalla città e me ne vado in giro per l’ultima passeggiata nel quartiere sotto la fitta pioggia tropicale.
Mi sembra di vivere qui da una vita. Saluto i ragazzi del chiosco di frutta e noodle sotto casa, poi le massaggiatrici del centro benessere a fianco, poi il portiere notturno dell’Ambassador, i driver di tuk tuk all’angolo con soy 13 e gli indiani del negozio di abbigliamento. Conosco piu’ gente qui che all’Infernetto a Roma.
Il bus che mi porta in Cambogia attraversa lentamente la città. Come in un enorme puzzle, rivivo nella mia mente in rapida successione le mie giornate thailandesi, i momenti intensi, le persone conosciute, le tante considerazioni fatte. Vorrei provare a scriverle ma mi rendo conto che sono talmente tante da non poter farle uscire in maniera ordinata. Le terrò per me e ne farò tesoro. Intanto continuo a nutrirmi avidamente di ogni giorno che passa come se fosse l’ultimo. Saluto Bangkok. Con il sorriso però, perchè – in fondo – so che non sarà un addio.