Ping Hong Pong

August 31st, 2008

Giungo ad Hong Kong in nave, ma il posto dove mi ritrovo sembra piu un enorme centro commerciale che un porto. Dopo aver ottenuto l’ennesimo timbro sul mio passaporto, cerco affannosamente una via d’uscita da quel labirinto di negozi, ristoranti ed ascensori. Individuo l’indicazione per la metro. Scendo di alcuni piani e finisco in un ampio tunnel che, come un grosso fiume, comincia rapidamente ad ingrossarsi di persone che riceve dai suoi affluenti invisibili. Il delta è rappresentato dalla central station, una delle stazioni piu’ nevralgiche della rete metropoliana di Hong Kong. Mi arresto disorientato con il mio carico di bagagli nel mezzo della calca. Intorno a me vedo schizzare persone come saette in ogni direzione. La tattica, già miseramente fallita a Singapore e Macao, è sempre la stessa: individuare una zona turisticamente accessibile, raggiungerla e poi cercarsi a piedi una sistemazione.

La mia via qui si chiama Nathan Road. Chiedo come raggiungerla, ma mi rendo conto ben presto che è come domandare quale sia l’uscita per il Grande Raccordo Anulare. Mi consigliano la stazione di Tsim Sha Tsui, ad Kowloon. Dall’isola di Hong Kong la metro procede sotto il mare sino alla terra ferma. Uscire dal convoglio è solo il primo passo che mi porterà – di lì a tanto – a riemergere dalle profondità della metropolitana e scoprire finalmente che, anche ad Hong Kong, esiste un cielo. Ma prima c’è da affrontare il lungo dedalo di cuniculi e scale mobili. Sono frastornatao ad eccitato al tempo stesso. Mi squilla il cellulare: “Bianchi? Buon giorno sono Tal dei Tali,come stai? Come stai messo? Hai già firmato per quest’anno?” “Prego?” “Sono il Ds del Torrimpietra, stiamo cercando una punta e volevamo sapere se eri disponibile… Sappiamo che sei stato fermo l’ultima stagione….” La voce mi ricorda d’essere stato un calciatore un tempo, fra un operazione al crociato ed una scampagnata in Asia. “Guardi sono all’estero, magari quando torno ci risentiamo”. Non è esattamente il momento di decidere dove giocare a calcio il prossimo anno. Incombono altre priorità. Tipo uscire dalla metropolitana.

Ogni uscita è contraddistinta da una lettera e quando arrivo alla P decido di averne abbastanza e la imbocco senza sapere dove mi avrebbe portato. Una volta fuori mi sento d’un tratto infinitamente piccolo, schiacciato da grattacieli e cartelloni pubblicitari. Comincio a risalire Nathan Road. Gli hotel sono inarrivabili per le mie tasche. Mi cerco una guest house. La qualità di quelle che mi posso permettere è al limite della decenza. La maggior parte sono collocate nei meandri di enormi palazzoni. Per poterle scovare è necessario farsi approcciare dai vari immigrati per strada. In una di quelle che sto per visitare, divento l’oggetto del contendere fra un indiano sick e un enorme negrone, i quali volevano entrambi spingermi la loro sistemazione. Quando la cosa degenera saluto indiano e africano – e i loro rispettivi amici giunti per prendere le rispettive posizioni – e proseguo nella mia disperata ricerca.

L’approdo  ad Hong Kong coincide purtroppo anche con il blocco della mia carta di credito. Pur avendo disponibilità sul conto non posso piu’ nè prelevare nè pagare. Faccio richiesta in Italia ma scopro che il server centrale della mia banca è andato in tilt. Sfortuna vuole che l’imprevisto capiti in una città sorprendentemente cara (scoprirò essere fra le cinque piu’ care al mondo). La gentile signorina che dall’Italia mi dovrebbe chiarire la situazione mi tiene per oltre dieci minuti in attesa (a mie spese) mentre lei se la ride con Linus e Nicola su Radio Deejay in sottofondo.  Non avendo sufficienti contanti per permettermi una stanza, la prima notte rischio seriamente di passarla per strada. Dopo tanta diplomazia riesco alla fine a riparare in una graziosa topaia di fronte alla grande moschea direttamente su Nathan Road. L’impatto con Hong Kong è stato prorompente. Prima di lasciarmi morire sul letto getto un occhiata meravigliata ai tanti grattacieli che mi si stagliano davanti.  Sembra che Hong Kong non vada mai a dormire e di notte – se possibile – è ancora piu’ viva. Non è facile tenere il ritmo che ti impone. La prima giornata è andata,  ma le prossime – ripeto a me stesso – andranno affrontate di petto.

Ad Hong Kong rimango quasi una settimana. La mia permaneneza dipende dal visto per la China. Dopo alcune complicazioni iniziali riesco a presentare le giuste crdenziali ma, fra la chiusura degli uffici per un tifone e la domenica di mezzo, me lo possono garantire solo per cinque giorni piu’ tardi. Data l’attesa forzata mi cerco una sistemazione piu’ economica. La individuo nella Pearl guest house, situata all’ottavo di un fatiscente palazzo di oltre venti piani. In questo vecchio edificio un numero inquantificabile di indiani, africani, cinesi e arabi vivono e lavorano nelle loro piccole botteghe accatastate ai primi piani fra un odore permanente di curry misto al bucato dei panni stessi ovunque. Qualche giorno piu’ tardi scopro che la Lonely Planet mette in guardia i turisti che si avventurano fra queste famigerate  Chungking Mansions, non tanto per scarafaggi o topi, quanto per il rischio di incendi delle guest house non a norma. Sorrido quando ripenso a Marcolino che da Tokyo si lamentava per le dimensioni ridotte della sua stanza. Per quattro notti la mia sarà un “ovulo” di due metri per tre con una piccola finestrella e un ventilatore per alleviare l’afa.

In generale la zona intorno a Nathan Road è incredibilmente cosmopolita come mai avevo visto altrove. Qui vivono e convivono cinesi, indiani, filippini, magrebbini, africani e arabi piu’ tutta la schiera di occidentali – inglesi per lo piu’ – nati o trasferitisi qui. Molti scopro essere rifugiati politici che hanno trovato asilo ad Hong Kong. Non ci sono problemi, non ci sono tensioni anche perchè chi sgarra viene rispedito a casa. Nonostante le ristrettezze economiche a cui sono obbligato il mio soggiorno ad Hong Kong è piacevole e stimolante. Ogni sera – puntualissimo – alle 20, va in scena uno spettacolo di luci che coinvolge parte dei grattacieli che si affacciano sulla baia. A turno gli edifici si accendono e si spengono fra lo stupore della folla che accorre nummerosa sul lungomare.

Non tardo a ritagliarmi i miei spazi e a crearmi la mia piccola routine. La colazione al Mc Donald tutte le mattine con una splendida vecchietta, la spremuta d’arancia al chiosco sotto casa, il te delle 17, la corsa lungo il  waterfront promenade. Nei miei giorni ad Hong Kong si giocano gli ultimi incontri di ping pong per assegnare le medaglie ai giochi olimpici. Mi capita di vedere ovunque qualche partita, in tv, in metro, per strada. Vanno tutti pazzi per il ping pong e alla lunga finisce per appassionare anche me. Oro, argento e bronzo finiscono alla Cina, autentica dominatrice. Il ping pong è stato un po’ il live motiv dei miei giorni ad Hong Kong. In giro per questa città dinamica mi sento spesso come una pallina di ping pong. Ad Hong Kong. Ping Hong Pong.

Aiuto!

Macao meravigliao

August 30th, 2008

Il traghetto che da Macao salpa alla volta di Hong Kong è un’altro straordinario esempio di modernità ed efficienza. Fluttuando fra le verdi e calme acque del Mar Cinese, in 50 minuti ti lascia nell’ex colonia britannica. Sebbene la cinesizzazione stia prendendo il sopravvento, Macao mantiene ancora un certo fascino dovuto al passato coloniale. La presenza portoghese, protrattasi sino al 1999, è ben visibile nei tanti palazzi del centro, nelle magnifica scalinata di San Paolo  (simbolo della città e piu’ grande monumento della cristianità eretto in Asia), nei nomi delle vie che ancora mantengono la vecchia dicitura portoghese. Passeggiando per i viali ciottolati nei dintorni della chiesa di San Domenico si ha l’impressione di essere fra i vicoli di Lisbona. Alzando gli occhi però, la vista di un qualche scintillante grattacielo ricorda al visitatore come Macao si stia trasformando inesorabilmente in una festosa città del divertimento.

Nel 2006 Macao ha superato Las Vegas come proventi dal gioco d’azzardo, 7.2 miliardi di dollari USA contro i 6.6 della capitale del Nevada. Uscendo dall’aereoporto, la prima cosa che balza agli occhi è il maestoso Venetian, il casinò piu’ grande del mondo. Innaugurato nell’agosto del 2007, il Venetian, come si evince dal nome, vuole riprodurre la bellezza di Venezia, con gondole, canali ed edifici di notevole bellezza. L’edificio, che segna nuovi primati di grandezza, è costato 2,4 miliardi di dollari ed ha al suo interno 3.400 slot machine, tremila stanze, uno stadio interno con 15 mila posti e 350 negozi. C’è poi il quello che riproduce il potala di Lhasa, c’è il vecchio ma sempre in voga Lisboa. A Macao ce n’è per tutti i gusti e per tutte le tasche.

Resisto piu’ volte alla tentazione di spendere una serata in uno di questi paradisi del gioco, anche se le parole di  di un mio caro amico (“punta tutto sul rosso”) riecheggiano nella mia testa ogni sera. Di notte la città si veste a festa. Le decine di casinò regalano agli occhi un eccitante contorno di luci e colori. Macao si rivela però un tantino cara. Comincio inoltre ad avere il portafoglio pieno di banconote diverse e la testa piena di confusione. Nel passare rapidamente da un paese all’altro, oltre ai sempre verdi dollaroni americani, mi ritrovo nel mucchio ancora i ringitt malesi, le ruppie indonesiane, i dollari di Macao e anche quelli di Hong Kong (che poi non capisco che differenza passi fra i due visto lo stesso cambio e la possbilità di utilizzarli indistintamente). Non ho piu’ la cognizione del valore di ciascuna banconota, perso fra i vari cambi e con la costante sensazione che mi rifilino qualche biscotto (nel gergo giovanile = sola).

A Macao rimango un paio di giorni. La città me la giro a piedi in una mattinata e ritovandomi con del tempo libero decido di ammirarla dall’alto dei suoi 233 metri; sulla Macao Tower. Non del tutto soddisfatto decido allora per qualcosa di piu’ emozionante, di piu’ adrenalinico direi. O folle, a seconda dai punti di vista.

Geishe e grattacieli

August 28th, 2008

Dopo una settimana di Giappone inizio ad avere comportamenti trasgressivi. Getto le sigarette per terra, attraverso la strada quando il semaforo è ancora rosso e non faccio inchini per ringraziare i commessi. Oggi addirittura ho buttato una bottiglia di plastica dentro il secchio per il cartone creando sentimenti di sgomento tra i passanti. Insomma, viene voglia di fare tutte quelle cose che un giapponese medio non farebbe mai. A Tokyo come a Kyoto, ma sarei pronto a scommettere ovunque in Giappone, per le strade c’è una pulizia da ospedale che ti fa sentire in imbarazzo anche solo camminarci. I treni sono in orario non al minuto ma al secondo e oggi non sono riuscito neanche a farmi rubare un paio di occhiali che avevo dimenticato su una panchina del tempio più visitato di Kyoto. Me ne sono reso conto dopo circa un’ora e quando sono tornato indietro a cercarli erano esattamente dove li avevo lasciati. C’era solo un’italiana che se li guardava e non certo per portarli all’ufficio oggetti smarriti.

Il Giappone è così. Nessuno ha il coraggio di prendersi una responsabilità, anche fosse raccogliere una cosa da terra, ed è per questo che l’obiettivo più o meno comune è quello di trovare un lavoro come dipendente in qualche azienda e non rischiare in nessun modo di mettere su una propria attività. Queste cose me le dice Santiago, un ragazzo peruviano che da quattro anni vive a Kyoto e come Virgilio mi introduce in questo moderno girone dell’inferno. Mi dice che ha visto un uomo molestare una ragazzina in metropolitana mentre tutti intorno nessuno faceva niente. Neanche la ragazza aveva il coraggio di urlare e se non fosse intervenuto il suo carattere latino a spingere in terra l’uomo probabilmente tutti avrebbero guardato lasciando tutto scorrere. L’uomo, tra l’altro, quando si è rialzato da terra è tornato come nulla fosse a molestare la ragazza.

Mi interessa la follia giapponese e gli chiedo di raccontarmi di più. Mi dice che negli ultimi mesi il giornale raccontava di una madre che ha strozzato il proprio figlio in autobus perchè non smetteva di piangere, che dopo una normale lite domestica un ragazzo ha fatto a pezzi la sorella e l’ha messa in frigorifero e quasi ogni settimana si sente di qualche giovane che uccide il nonno per avere la sua pensione da giocare al pachinko. Forse la più estreme è quella di un sarary-man che ha fermato la sua macchina nel quartiere di Akihabara, la città elettrica di Tokyo, e ha cominciato ad accoltellare i passanti. Ha colpito 18 persone prima che qualcuno intervenisse e poche ore prima aveva scritto su internet “sono stanco del mondo, vado ad uccidere persone a Akihabara”.

La storia che mi ha interessato di più però, fortunatamente, non ha risvolti tragici. Un giorno un giapponese ha scoperto che nel proprio armadio viveva un barbone. Ciò che più colpisce e che per fare questa scoperta il giapponese non si è limitato ad aprire l’armadio ma ha installato un complicato sistema di telecamere di sorveglianza con il quale è riuscito a cogliere il barbone in flagrante. I giapponesi ragionano così: mai esporsi personalmente perchè si rischia una brutta figura, utilizziamo una macchina perchè se non funziona al massimo la brutta figura la fa lei.

Ho capito che in Giappone puoi trascorrere un’intera giornata senza mai avere un rapporto con un altro essere umano. Per colazione puoi chiedere un caffè ad una delle migliaia di macchine che ogni cento metri trovi per strada. I biglietti della metropolitana ovviamente li compri da un distributore e sempre da una macchina puoi comprare sigarette, giornali e spaghetti. Anche per soddisfare qualche voglia sessuale puoi inserire delle monete e goderti qualche minuto di spogliarello. Non che sempre sia così, però la società questo ti propone e se un giorno proprio non vuoi parlare con nessuno puoi farlo senza problemi, anche se intorno a te ci sono milioni di persone.

Dicono che il Giappone stia cambiando. I ragazzi di oggi, un po’ come ovunque, non si accontentano più di un lavoro in fabbrica ma pretendono un posto in ufficio dove andare in giacca e cravatta. Il problema ora è che il Giappone è diventato una grande potenza economica proprio grazie a quel serbatoio inesauribile di lavoratori che facevano poche domande e servivano l’azienda anche  12 ore al giorno. Su queste basi il Paese ha costruito un importante stato sociale ed ora gli anziani, che spesso qui vivono fino ai cento anni, iniziano a chiedersi chi paghera loro la pensione.

Che sarà costretto ad aprire le sue porte agli stranieri? Probabilmente questa sarà una delle uniche soluzioni possibili per il Giappone ma con l’aumento dell’immigrazione cresce anche la paura che un giorno verrà meno l’unicità giapponese, il solo orgoglio dopo la Sony e lo shinkansen. Per anni i giapponesi hanno allontanato qualunque influenza  esterna convinti che la propria razza non solo sia supreriore ma unica, anche per caratteristiche fisiologiche. Se noi discendiamo dalla scimmia loro provengono direttamente dagli dei, dicono che il loro cervello funziona diversamente e anche il loro intestino è di qualche centimetro più lungo del nostro. Per ricordarci questa loro unicità qui molte cose sono esclusivamente giapponesi o funzionano al contrario. In un mondo diviso da quattro religioni principali loro sono shintoisti, ovunque l’elettricità arriva a 220 o 110 volt ma in giappone arriva a 100, i libri si sfogliano da destra a sinistra e le linee si leggono dall’alto verso il basso. Ma l’esempio più importante viene sempre dalla metropolitana dova i tornelli delle stazioni invece che aprirsi all’inserimento del biglietto, rimangono aperti costantemente ed uno strano sistema di sensori li fa chiudere se non si è pagata la corsa.

Aprire le porte vorrà dire anche mischiarsi con altre razze e cambiare un poco l’identità giapponese. Sarà pronto a questo il Giappone? E soprattutto, siamo sicuri che sarà una cosa negativa per il Paese?

Cinque giorni e sto

August 23rd, 2008

Oggi sono un po’ depresso. Sarà per il cielo grigio e la pioggerellina, leggera ma costante, che mi ha costretto ad abbandonare la mia escursione al monte Fuji, anche se non è questa la sola causa. In questi giorni a Tokyo mi sono affacciato nel futuro e non sono sicuro mi sia piaciuto tanto. Sono uno di quelli sempre entusiasti per le novità e la tecnologia che avanza, ma ora capisco che il Giappone è al limite. Anche per me.

Si potrebbe cominciare parlando dei negozi di elettronica che qui a Tokyo diventano dei veri e propri “quartieri della tecnologia”, come Akihabara o meglio conosciuta come Elettric Town. Uscendo dalla metropolitana il quartiere sembra uguale a molti altri di Tokyo, che a dire il vero sono tutti simili, e non si capisce subito da cosa sia dato quel nomignolo ma, quando si attraversa la galleria principale, ci si ritrova in un posto che lascia letteralmente senza fiato. Ci sono i rumori degli strilloni che in uno sproloquio di vocali cercano di attirare gli acquirenti con la speciale offerta del giorno, ci sono luci al neon ovunque che lampeggiano, cambiano colore e sembrano far parte di un alfabeto non proprio di questo mondo, ma soprattutto ci sono grattacieli e grattacieli pieni di ogni qualcosa la moderna tecnologia possa offrire. Ho visto vendere per 1200 euro dei robot che sanno calciare un pallone e festeggiare facendo un paio di capriole oppure con quasi 3000 euro puoi portarti a casa un dinosauro che quando lo accarezzi ti fa le fusa e ti segue per casa se ne vuole delle altre. Il gadget al momento più in voga è un piccolo lettore mp3 con lo schermo non più grande del quadrante di un orologio, costa 180 euro e oltre alla musica ed i video ha incorporata un’antenna digitale capace di captare la televisione anche in metropolitana.

Non si riesce a rendersi conto di quanti oggetti ci siano in questo quartiere e se mai sia possibile venderli tutti un giorno. I negozi di cellulari, solitamente al primo piano di ogni grattacielo, sono strapieni di roba e di gente che li guarda, li prova, li compra e sottoscrive abbonamenti, come se nessuno qui a Tokyo ne avesse già uno. E dico persone di Tokyo perchè la cosa più bella di tutta questa tecnologia è il fatto che non funziona al di fuori del Giappone! Per i turisti che vogliono portare con se nei loro paesi un pezzo di questa follia non restano che alcuni ghetti tra un piano e l’altro di un grattacielo dove è possibile trovare dei modelli “oltreoceano” e che solitamente costano almeno il 30% in più dello stesso accessorio esclusivo per il giappone. Perchè allora una società dovrebbe produrre così tanti oggetti funzionanti in un solo paese se non ha la certezza completa di poterli vendere tutti quanti ai suoi abitanti? Semplice, i giapponesi comprano e consumano questo genere di cose quasi quanto tutta l’Asia messa insieme.

C’è un’altra cosa che il Giappone consuma e nessun altro al mondo è in grado di comprendere: i manga e i pupazzetti. Sempre ad Akihabara i grattacielii elettronici si alternano con quelli perversi dove ci sono manga di ogni genere, pupazzi da appendere ai cellulari, pupazzi da mettere sul comodino, pupazzi da abbracciare, pupazzi, pupazzi e pupazzi. Ed in effetti qui a Tokyo il 50% della comunicazione visiva è fatta con i pupazzi dei cartoni animati. Sui manifesti in metropolitana c’è ne uno che si droga con una grande croce sopra, le agenzie utilizzano i personaggi di qualche cartone animato per vendere i loro prodotti e anche i messaggi ufficiali del governo (che almeno penso di aver capito)sono dati da un qualche Dragonball o Doraemon. Uno dei must di questa estate sembra siano delle lenti a contatto che, abinate con un oggetto che allunga le ciglia, rende le ragazze decisamente simili alla protagonista femminile di un manga.

Oggi ho comprato uno di questi famosi fumetti e quello che racconta è a dir poco incredibile. Premesso che solo la maggior parte di questi e non tutti raccontano storie pornografiche, il mio, insieme a tutti quelli che gli facevano compagnia nell’intero piano di uno di questi grattacieli di pupazzi, racconta una storia molto semplice quanto perversa. Una ragazza del liceo che credo sia innamorata di un certo tipo, viene ripetutamente sodomizzata prima da lui e poi da tutti i suoi compagni di scuola. Punto. Ho scelto questo perchè era tra i più normali, in altri la ragazza doveva andare a letto anche con una piovra gigante, con un orso, con un albero o con tutti e tre messi insieme.Oggi sono un po’ depresso anche perchè qui è pieno di giapponesi. Non che mi abbiano fatto del male o dato fastidio, anzi! Il problema è proprio questo. Nessuno mi parla perchè nessuno conosce altre parole in inglese oltre a “sorry”, in metropolitana evitano perfino di sedersi vicino a me, forse perchè “puzzo di burro” come tutti gli stranieri o forse perchè la mia barba li mette in imbarazzo, ma comunque è sempre meglio evitare un qualche rapporto umano.

Oggi sono stato a pranzo in un ristorante molto carino. Avevo visto il menù e mi sembrava invitante, oltre che accessibile. Mi siedo e aspetto la solita cameriera sorridente a cui poter indicare la mia scelta per il pranzo. Niente. Passano i minuti e nessuno si avvicina. Penso di essere capitato in uno di quei posti un po’ xenofobi dove non servono gli stranieri, invece no. Le cameriere c’erano, ma erano delle macchine! Praticamente il processo per avere il cibo desiderato consisteva in questo: inanzitutto si prendeva il menù ed individuato ciò di maggior gradimento, il mio era riso e bistecca, ci si segnava il codice riportato vicino la foto del piatto. Ci si recava dalla macchina nella quale si potevano inserire i soldi ed il codice per avere indietro un foglietto con degli ideogrammi sopra. Fatto questo si inseriva il foglietto in un buco dietro il quale presubilmente si trovava un cuoco che da un altro buco ha fatto comparire la mia bistecca cruda e una piastra infuocata dove cuocerla. Il tutto senza parlare con nessuno di umano. il locale era pieno e fuori c’era la fila per entrare.

Inizio a pensare che i giapponesi siano come i loro ideogrammi: lineari, complicati e incomprensibili. Ieri sono andato a visitare i giardini dell’imperatore e ho assistito ad una scena molto particolare. Stavo per attraversare la strada quando l’occhio mi è caduto su un simpatico vecchietto accanto a me con uno strano orologio in mano. Ho cercato di spiarlo da dietro e ho scoperto che quello che aveva in mano non era un orologio, bensì un cronometro con il quale prendeva il tempo… del semaforo! Controllava costantemente il tempo ed il semaforo, voleva essere sicuro che il segnale del verde scattasse esattamente nei canonici 75 secondi, non uno più non uno meno. Per questo sono un po’ depresso. Vorrei chiedere ai giapponesi cosa pensano, come vedono il futuro, cosa vogliono, ma non posso farlo. Mi dispiace vedere tutte queste persone incollate ad uno schermo, sempre. Che sia in metropolitana o mentre camminano per strada ognuno ha qualcosa tra le mani da guardare. La maggior parte di loro ho scoperto che seppur sembra stia usando un telefono cellulare in realtà non lo fa per comunicare, inserisco anche scrivere sms nel termine “comunicare”, ma la maggior parte di loro gioca a TETRIS o a qualche videogame dove il protagonista è un cartone animato che deve uccidere il drago. Poi sento qualche problema soprattuto quando mi rendo conto che questo atteggiamente non solo è tollerato ma è anche incoraggiato dalle pubblicità che in televisione mostrano la festa in casa di una ragazza dove nessuno parla e ognuno gioca con la sua consolle portatile, facendosi però grandi risate.

Mi sento un po’ depresso ma domani vado a Kyoto.

Singapore che candore

August 21st, 2008

Macao.Macao….Continuo a ripetermi questo nome mentre lentamente faccio per entrare nell’aereo insieme a tanti cinesi ordinati e all’apparenza benestanti. Che cavolo ci vado a fare a Macao?! Se non l’avessi cercata su internet non saprei neanche dove si trova Macao. Tutto è successo così velocemente…

Fino a ieri mattina ero ancora a Parapt, sul lago Toba, in Indonesia. Avevo trascorso l’ultima notte a casa di Viky, un noto cantante locale conosciuto il pomeriggio prima. Avevamo passato la serata bevendo e fumando in compagnia dei suoi amici e della musica delle loro chitarre. Quasi mi dispiaceva doverli salutare. Ma ormai avevo deciso, avrei lasciato Sumatra per raggiungere Singapore. E così è stato. Dopo un bus, un aereo, un pulmino ed una nave nel pomeriggio di ieri ero giunto qui.

Moderna, pulita, verdeggiante: Singapore mi aveva promesso amore a prima vista e qualche giorno da spendere teneramente insieme. Prendo l’MRT – la metro ultramoderna – e scendo a Chinatown, dove confido di trovare una sistemazione a buon mercato (l’alternativa era Little India). Pur mantenendo il suo irresistibile fascino, fra tutte le Chinatown viste questa sembra essere la meno cinese. Le strade sono pavimentate, le bancarelle pulite, i venditori alquanto discreti e di animali in giro neanche l’ombra. Tutti sembrano presi dall’evento della serata: la finale femminile di ping pong fra la cinese ed una di Singapore. Alla fine – per variare – la spunta la cinese ma per Singapore quella medaglia d’argento è motivo di grande orgoglio.

E mentre le due atlete si sfidano a colpi di rovesci, io mi faccio tre ore zaino in spalla alla ricerca di un letto dove far riposare le mie gambe, ma i pochi hotel che tovo costano esageratamente. Sono stanco e zuppo di sudore. Nessuno prende a cuore il mio dramma, tranne Charlie, un tipo sulla quarantina che dopo avermi pedinato per qualche minuto mi approccia per offrirmi aiuto. Mi propone di andare a casa sua, dall’altra parte della città, spaziosa e con internet gratis. Sono tentato (anche se non del tutto pronto a ricambiare con prestazioni sessuali) ma alla fine il mio buon senso prevale e declino l’invito. Sull’orlo del disidratamento individuo finalmente il mio cinesissimo hotel: “The red dragon”. Le camere vengono per lo piu’ affittate ad ore ai vari turisti in compagnia delle graziose cinesine rimediate nei night club intorno.

Mollo i bagagli e mi precipito per strada eccitato di abbandonarmi finalmente ai sapori inebrianti delle bancarelle di noodles. Due enormi zuppe placano momentaneamente le fatiche della giornata mentre prende insistentemente corpo l’idea di lasciare la bella Singapore il prima possibile. Anche i vari low cost sembrano essere d’un tratto carissimi a voler volare da qui, finchè non me ne balza agli occhi uno a poco ma per il giorno dopo. Destinazione Macao. Preso.

Vado a dormire un po’ frastornato quando vengo assalito da un intensa nausea che si traforma di li a poco in vomito e diarrea e che mi riduce ad uno straccio. E mentre mi collasso anche l’anima mi contnua a passare nella mente il ghigno della vecchietta della bancarella che vedendomi tanto affamato continuava a riempirmi la ciotola di brodo e chissà cos’altro. Dopo cinque intrepidi mesi  resistendo alle cucine di ogni dove devo – ahimè – capitolare. Maledetta vecchia cinese!

Macao può risultare in realtà molto strategica per poter andare in Cina. Da li si può raggiungere infatti la felice Hon Kong ed avere buone chance di ottenere il visto.  Ma da come si mormora ormai da mesi fra i viaggiatori, il governo di Pechino sta facendo di tutto per scoraggiare l’ingresso di altri turisti. Lo tasto alla fine anche io questa mattina all’imbarco. Mi domandano dove intendo andare dopo Macao. Gli spiego onestamente i miei propositi, sicchè mi impongono di comprare un biglietto aereo di uscita da Macao. La cosa non ha senso e dicono di non potermi far partire. Chiedo di parlare con un responsabile. Rispiego la cosa. Macao ed Hong Kong non hanno bisogno di visti speciali e sono libero di andarci. Le loro motivazioni sono grottesche ed in sostanza mi dicono che se non gli avessi rivelato l’intenzione di voler andare successivamente in Cina, non mi avrebbero fatto storie. “Ok allora dopo Macao ed Hong Kong me ne vado altrove” gli faccio io. Smascherati, sono costretti ad imbarcarmi ma solo dopo aver concluso alquanto fanciullamente “Tanto ad Hong Kong non riuscirai a prendere il visto…”. Lo vedremo. Messa così diventa quasi una sfida.

Ora mi trovo sull’aereo. Fuori c’è solo mare. Dopo mezz’ora dal decollo l’aereo ha avuto una serie di vuoti d’area come non avevo mai provato prima. Ho pensato seriamente che stessimo precipitando. In fondo al velivolo sentivo le donne urlare ed il cinese in giacca e cravatta al mio fianco è diventato – se possibile – ancora piu’ bianco. Fra un paio d’ore dovrei essere a destinazione. A Macao.

Si fa presto a dire Macao.

Il Giappone e l’arte di dormire composti

August 20th, 2008

C’è chi lo fa in piedi, chi lo fa seduto e chi usa la borsa per trovare equilibrio. Ognuno però decisamente composto. La metropolitana di Tokyo è un’esperienza incredibile. Milioni di persone che dormono senza dar fastidio, ognuno ha il suo piccolo spazio e solo di quello sembra avere bisogno. Chi non dorme ha gli occhi incollati a qualche videogioco o, quasi esclusivamente, al proprio telefono cellulare. Nessuno che parla del tempo, dei prezzi o del governo ladro. Dormono i vecchi, dormono i bambini ma nessuno perde la propria fermata. Forse più che dormire la maggior parte sta solamente riposando gli occhi, magari immaginando di giocare a qualche videogioco e non avere niente a che fare con il mondo che sta fuori. Spesso l’alienazione è doppia. Con le mani e gli occhi si gioca mentre in testa suona la musica dell’ipod. La cosa più naturale che si vede fare in metropolitana è leggere un manga perverso o, al meglio, compilare un complicato sudoko.
Sembra che il Giappone viva di stereotipi. I sarary-man, riconoscibili dall’inevitabile uniforme camicia bianca–pantalone scuro–cravata blu, quando si scontrano tra loro, iniziano un tenero e simpatico rituale di inchini e riverenze che potrebbe durare ore se uno dei due non capisce di essere in ragione ed accetta le scuse. Le ragazze del college, riconoscibili dall’inevitabile uniforma camicia bianca-gonna scura-calzettone alto, giocano con i cellulari rosa estratti dalle loro borse di Hello Kitty e Doraemon. Poi ci sono i manga, le playstation portatili, i sudoku e lo stereotipo più inquietante tra tutti: il pachinko. Questo gioco è pura follia. Un incrocio tra il flipper e la slot machine, il pachinko è un gioco che solo i giapponesi possono capire. Il meccanismo consiste nell’inserire delle monete in una macchina che lascia cadere delle biglie di ferro in un labirinto di ostacoli. Si vince quando la pallina percorre tutto il tracciato cadendo in una specie di bersaglio che a sua volta libererà altre biglie di ferro. Si comincia quindi con una pallina che rimbalza ed in breve tempo ci si ritrova con centinaia di palline impazzite che percorrono il labirinto producendo un chiasso infernale. Quando sono entrato in una sala dedicata al pachinko in pochi minuti ho creduto di impazzire. Almeno cento persone davanti ad altrettante macchine fumavano guardando incantati queste palline che scendevano e rimbalzavano e, buttando un occhio sotto le sedie di alcuni, ho visto scatole e scatole piene di palline a significare che alcuni di loro erano li chissà da quanto tempo. Si dice che il Giappone sia folle. È uno stereotipo tremendamente vero.

Sumatra

August 18th, 2008

L’altra mattina, anzichè dai raggi del sole dell’alba che puntuale spuntava oltre le palme dall’isolotto di fronte, sono stato svegliato dai balzi ripeuti di una branco di scimmiette sul tetto della mia capanna. Quando esco in veranda faccio giusto in tempo a notare una delle scimmiette armeggiare i resti dei miei occhiali da vista lasciati sull’amaca la sera precedente, prima di dileguarsi furtiva verso la capanna dei francesi. Un’altra X nella colonna oggetti smarriti/danneggiati (o rubbati da scimmie). Poco male. Faccio qualche passo e con gli occhi ancora abbottonati  mi immergo nell’acqua cristallina della baia che ho davanti. Le miridadi di pesci coloratissimi che la popolano sono uno spettacolo al quale non ci si stanca mai.

Quel giorno con Piero e Jean Marie decidiamo di affittarci una delle tipiche imbarcazioni locali per fare snorkling intorno all’isolotto. Lo circunnavighiamo in una giornata fermandoci di tanto in tanto per una nuotata. La corrente contraria che abbiamo al ritorno ci fa imbarcare acqua, costringendoci ad alternarci alle pagaie di modo che uno resti sempre in mare con pinne ed occhiali a trainare la barca da dietro.  Gli elementi si fanno sentire. Dal cielo azzurrissimo si materializzano d’un tratto grigi nuvoloni. Violente raffiche di vento fanno sballottolare la barca annunciando l’imminente scroscio di pioggia. Poi di nuovo il sole. Forte e vigoroso. Ed il mare che cambia ancora una volta colore. Uno spettacolo.

L’indomani  con una moto ci avventuriamo per l’isola alla scoperta di incredibili spiagge bianche e deserte. Mi meraviglio che esistano ancora posti così intatti. Prima del 2004 la regione di Aceh era chiusa al turismo, considerata rischiosa per gli stranieri dal governo di Jakarta (a tutt’ora è uno dei siti sconsigliati dalla Farnesina). Con le devastazioni causate dallo tsunami però, il governo ha dovuto aprire le porte ad Ong e varie associazioni umanitarie avviando così anche un lento sviluppo turistico. Mi rallegro di visistarla ora, prima che fra qualche anno diventi un’altra Bali.

Attraversiamo qualche sonnacchioso villaggio di pescatori. Piu’ passo del tempo con questa gente e piu’ mi convinco di come l’Islam li snaturi. Dietro quella facciata seria e dignitosa che la religione in qualche modo gli impone si celano persone gioiose e genuine. Nei bambini è evidente, ma anche le austere donne con il velo che non vogliono far trasparire emozioni, una volta presa confidenza, si lasciano andare a sane risate. In fin dei conti l’Islam intristisce. Sempre questa pudicità, questo puritanesimo. Tanto rigore, pochi vizi. Non si addice a questa gente. Loro sono asiatici, hanno un spirito diverso, una natura diversa. Ma daltronde quando la mattina ti svegli in un simile incanto di natura come puoi abbracciare tanta austerità. L’Islam va bene per l’Arabia Saudita, per il deserto. Va bene per posti tristi. Qui no.

Raggiunto il capo opposto dell’isola decidiamo di passare per l’interno. A pochi metri dalle spiagge comincia inesorabile la giungla. La strada si inerpica fra colline verdissime completamente avvolte dalla vegetazione. Seguendo il consiglio di un vecchio, ci avventuriamo per un sentiero alla ricerca di alcune cascate. Lasciamo la moto e risaliamo un torrente. La nostra audacia viene ripagata dopo mezz’ora di cammino quando ci ritroviamo finalmente al cospetto delle cascate. Da soli nel cuore della giungla. Sugello ad una magnifica giornata.

Dopo tre giorni lascio Palau Weh e faccio ritorno a Medan. Che non siano tanto abituati ai turisti lo intuisco facilmente dalle attenzioni che ricevo ovunque vada. In pochi resistono alla tentazione di approcciarmi, anche se solo per parlarmi in indonesiano. Pure gli agenti di polizia vogliono sapere eccitati dove vado, di dove sono, se sono un militare per via della mia maglietta verde. Alla fine ci provo gusto e mi spaccio, a seconda, per avvocato, giornalista (il piu’ gettonato ormai), responsabile di una guida turistica, militare e ovviamente calciatore di serie A. A Medan mi trovo un alberghetto di fronte alla grande moschea sulla SM Raya. Splendida quando illuminata di notte ma pessima la sveglia del muezin alle 5 del mattino con i suoi canti di oltre un quarto d’ora.

La sera prima vado a cercare un po di ganja  in un postaccio pieno di brutti ceppi e prostitute. Individuo il tipo. Mi chiede 100,000 Rp. “Ottimo” penso io, ma piu’ per deformazione che per altro intavolo una trattativa poco convinta. “Facciamo 80,000 dai…”. “Ok 70,000” mi fa lui. “70,000?” ripeto io. “Va bene dai 60,000” mi incalza. “Ma… come…” “50,000 last price” sentenzia. Sono tentato di vedere fin dove può arrivare, magari altri dieci secondi me la regalava, ma poi gli do i soldi e lo saluto. Fossero tutte così le trattative sarebbe una pessaeggiata.

Il giorno dopo con un bus me ne vado a Bukit Lawang. Il villaggio è adagiato sul letto di un fiume nel cuore della foresta tropicale di Sumatra. Anche Bukit Lawang ha avuto il suo personale cataclisma, quando nel 2003 l’alluvione di quel fiume uccise 280 persone. Senza pensarci troppo mi prenoto per un trekking di due giorni nella giungla ad osservare gli orangotango. Quella che pensavo fosse una tranquilla scampagnata fra scimmie addestrate ad uso e consumo dei turisti si rivela però ben piu’ impegnativa. Le 8 ore di cammino fra la giungla mettono a dura prova le gambe. I sentieri sono fittizi e pieni di insidie. Ci si inerpica scivolando spesso fra la terra molle per la pioggia. Individuiamo molte scimmie ed anche qualche orango tango. Sono animali mansueti e timidi che si avvicinano con difficoltà. Non tutti però. Una tale Mina, femmina di 15 anni, sembra avere problemi di socializzazione. Nella collina in cui vive, una delle guide ci precede per scongiurare l’incontro. A pericolo passato ci fermiamo qualche minuto per il pranzo quando dal fondo della bottiglia d’acqua scorgo la sua sagoma marrone apparire dietro le spalle dei francesi. Le guide ci intimano di correre e senza farsi troppe domande è quello che facciamo. Ricordo di aver raccattato in un sol movimento zaino e macchinette e di essere scattato come ai tempi migliori ma con un certo rammarico però per il nasi goreng non finito e lasciato in omaggo a Mina. Maledetta.

La notte “pernottiamo” lungo il fiume. Si dorme su una tenda che altro non è che un telo di plastica per terra ed uno sulle teste. Per di piu’ quella notte si scatena il piu’ eclatante temporale a cui abbia  mai assistito, con tuoni che facevano vibrare la terra. Sarà anche affascinante ma la giungla è veramente tostissima. L’indomani si impacchetta tutto e si scende il fiume su dei ciambelloni che un tempo – immagino – erano le gomme di un cammion.

Oggi è ferragosto. Mi godo gli ultimi giorni indonesiani su una grande isola all’interno del lago Toba, nel centro di Sumatra. Passo le giornate in bicicletta fra i sentieri di campagna che attraversano risaie e boschi. Ogni tanto mi fermo a giocare a calcio con i tanti bambini che incontro nei campi. La Lonely Planet lo definisce “the set up for those who want to do nothing”. Io lo trovo semplicemente incantevole.

Come sono lontane le vacanze romane.

Buon ferragosto a tutti!

Un giorno scappo su un isola deserta

August 18th, 2008

“Hi Sir. Where do you come from Sir?” “Italy”. Stop. Ora qui la risposta che ti aspetti nove volte su dieci è “Football! World Champion! Totti Totti!”, otto volte invece è “mmm..Pasta! Pizza!”. Meno frequenti ma altrettanto probabili ci sono “Ah Italia, Mafia! Ahi Ahi, Berlusconi! Nice Woman!”

Da quando sono nelle Filippine capita sempre più spesso che quando svelo la mia provenienza questi mi guardino emozionati “Benedictus! Benedictus!”. Venendo da Roma come minimo dovrei essere un amico stretto del Papa. Purtroppo neanche l’ho mai visto dal vivo ma per non deludere questa buona gente gli dico che passo le domeniche a Piazza S.Pietro a fare la ola per il pontefice. Mi incuriosiva da matti entrare nell’unico paese cristiano d’Asia. Dopo aver visto Buddha seduti, sdraitai, dell’anno mille e di Giada, dopo non aver ancora capito quanti dei sono venerati in India e dopo aver trascorso qualche tempo commovuendomi guardando quelle tante donne nascoste dall’Islam, volevo vedere come se la passasse Cristo in Oriente.

Essendo banali, generici e superficiali, ho capito che alcune variabili dovute dalla religione si ripetono in ogni paese. I mussulmani sono puliti, capitalisti ed imprenditori. Gli induisti sono lassisti, sognatori e senza la speranza di cambiare il proprio destino. I buddisti sono molto diversi da paese a paese ma in generale sono buoni, discreti e corretti. Qui nelle Filippine, pur avendoci trascorso poco tempo, sono tutto quanto messo insieme. Sono abbastanza simili a noi. Gli piacciono i centri commerciali, le luci colorate, lo smalto per le unghie, gli sms e credono fermamente che dotando la macchina di una targa con scritto “God bless this car” consenta loro di buttarsi nel traffico di Manila con gli occhi bendati. Giocano al Bingo. Giocano tanti soldi al Bingo ed infatti in ogni villaggio c’è una piccola sala dove affidare al Signore la propria fortuna. Qui non basta essere cristiani, bisogna dimostrarlo a tutti gli altri disegnando  sui muri ritratti di Gesù, appendendo rosari e crocifissi dove possibile e scrivendo frasi tratte dai testamenti ovunque, anche su un pacchetto di patatine che un giorno ho comprato. Si vendono bene anche le statuine della Madonna, i santini con la faccia del Papa e le croci da cruscotto. Qualcosa che mi ha particolarmente colpito è aver trovato in autostrada una serie di cartelli che, se letti in sequenza, non erano altro che la recita del Padrenostro a benedire il viaggio.

Nonostante la curiosità era forte ho passato il mio tempo nelle Filippine a cercare un posto dove avessi solo mare, sabbia e una capanna sulla spiaggia. Ci sono 1700 isole nelle Filippine e volevo realizzare quel sogno che molti fanno. “Un giorno mollo tutto e scappo su un’isola deserta!” Si chiama Cocoloco Island e con meno di 25 euro al giorno puoi noleggiare qualche giorno di pace assoluta, oltre che pranzo, cena e colazione. Camminando in senso orario percorri tutta l’isola in meno di cinque minuti e nei momenti di alta marea puoi fare uno snorkeling eccezionale tra i coralli. Il resto della giornata non necessita di consigli per sapere come trascorrerla. Anche le notti di tempesta, frequenti in questo periodo, erano affascinanti e la continua sensazione che il mio bungalow fosse strappato via dai venti non mi spaventava. Anzi era piacevole affacciarmi dalla finestrella e vedere il mare incresparsi mentre il giorno era sempre tranquillo e trasparente. Di turisti se ne vedono pochi e non solamente sull’isola. Un po’ perchè l’estate è stagione di pioggia e tifoni, un po’ perchè le Filippine non sono una meta facile. Ci sono posti fantastici, nascosti in tutto l’arcipelago, ma raggiungerli non è un lavoro da tutti dato che le distanze sono notevoli e poco sviluppate mentre i trasporti sono vaghi e molto spesso pericolosi. Sono sicuro che chi avesse tempo e motivazione questo Paese può dare grandi soddisfazioni, io con soli dieci giorni sono scappato solamente su un’isola deserta.

Ci son due tartarughe e un orango tango

August 11th, 2008

Lei mi guardava incuriosita. Gli occhi le brillavano e quando feci per tenderle la mano lei, come fosse la cosa più naturale del mondo, la prese nella sua e mi mise una mano intorno al collo mentre con le altre due mi abbracciava stretto. Lei ha 15 anni, è alta un metro e mezzo e pesa 45 chili. Si chiama Jucy.  È un’orangotango.

Vicino la città Sandakan, nel Borneo orientale, ho visitato il Santuario degli Orangotango di Sepilok e passare una giornata intera con questi scimmioni è qualcosa di emozionante ed indescrivibile. Sepilok è una specie di orfanatrofio di 40 km² in cui vivono circa 70 orango di tutte le età che non erano in grado di sopravvivere da soli nella giungla perchè abbandonati dai genitori o perchè rimasti feriti in qualche modo. Il personale del centro si prende cura di loro provvedendo ad una dieta bilanciata e fisioterapia con lo scopo di reinsereli gradualmente nel loro territorio. Ad alcuni di loro fanno fare anche un corso di teatro. Al finale la maggior parte degli orango non tornerà più nella giungla di provenienza e rimarrà a Sepilok entrando nelle fotografie che i turisti a migliaia scattano ogni giorno.

Sembra che tra noi e loro ci sia il 98% di DNA in comune. Peccato che in quel piccolo 2% si trovi anche il linguaggio, trasformando un piccolo numero in una immensa differenza. Quindi non sapremo mai cosa pensano di tutta quella gente che si affolla nelle passerelle per vederli mangiare qualche canna da zucchero ma è facile capire che la cosa li diverte molto. Dopo cena i più intraprendenti si avvicinano alle poche persone rimaste, nonostante la fretta di scappar via dei pullman organizzati, ed è in quel momento che un esperienza di massa diviene unica ed insostituibile. La mattina l’ho passata insieme a Jucy che mi ha insegnato come comunicare senza parole, mentre il pomeriggio ho incontrato il fratello maggiore, poco socievole ma a cui piaceva da matti fare le capriole sul pontile di legno.

Il giorno dopo sono andato a Semporna con l’intento di fare qualche immersione a Sipadan, uno dei mondi subacquei più belli al mondo e tutto prenotato fino ad Ottobre. Sono andato a nuotare con le tartarughe di Mabul allora. Questa è una piccola isola a neanche 20 km dalla famosa Sipadan e anche qui fare un immersione è come entrare in un museo del mare all’acqua aperta. Scendendo di 15 metri sotto l’acqua si entra in un mondo fantastico, colorato e che se avesse dei suoni probabilmente ci sarebbe una musica classica costante ad accompagnare il nuotare di questi strani animali che è difficile trovare anche nei migliori acquari del mondo. Ce ne sono di fini e lunghi, larghi e grossi, colorati di mille sfumature o mimetizzati con la pietra. Alcuni assomigliano a pappagalli, altri a serpenti. C’è nè uno che addirittura pare la luna. Poi ci sono le tartarughe che calme e paciose svolazzano tra i coralli e sonnecchiano sotto le roccie.

Due mondi che non si incontreranno mai e probabilmente non sanno neanche della loro reciproca esistenza. Gli squali non immaginano che poco lontano da loro ci sono dei mezzi-uomini che saltano tra gli alberi nella giungla e non credo che nessun orango potrà mai legarsi ad una bombola d’ossigeno e spingersi fino a venti metri sotto l’acqua. In questi casi è bello far parte della razza umana.

P.S. Oggi guardavo la BBC dove un giornalista inglese intervistava il nostro ministro degli esteri ed incredibilmente gli faceva delle domande…ho scoperto una cosa poco carina che qui all’estero ora fa parlare di noi…si chiama “La foto che fa vergognare l’Italia”..se vi interessa la trovate qui

Deja vu

August 6th, 2008

Suona la sveglia. Mi alzo.  È tutto buio. Che ore sono? E dove sono? Il letto è piccolo e il materasso non ha lenzuolo. Non è casa mia. Chiaro. E non è Roma. Non ancora. Solito sbandamento. Mi affaccio al balcone. Sotto la strada. Caotica e trafficata. Come sempre. È ancora Asia! Sollievo. La mia asia.

Le insegne sono in cinese ma vedo passare donne con il velo. I conducenti di risciò sono scuri. Non credo indiani. Del Bangladesh forse. Emigrati magari. Potrei essere ovunque.

Uno dei sogni piu’ ricorrenti nei primi tempi del viaggio era di ritrovarmi a Roma, d’improvviso. Contento da un lato di rivedere amici e parenti ma dall’altro disorientato e amareggiato nell’essere già a casa. “Ma come, avevo altro tempo da passare in giro!” mi ripetevo nel sogno. Lo stesso disorientamento lo provo ultimamente al risveglio. Apro gli occhi. Ogni risveglio un letto diverso. Una camera diversa. Un’altro albergo in una città che non è mai la stessa del giorno precedente. “Dove sono oggi?”. Qualche secondo ed il quadro è presto ricomposto. Una stiracchiata. Un sorriso, e giu’ per strada. C’è un’altra giornata da vivere.

Oggi mi sveglio in una capanna di legno. Dalle travi sconnesse entrano prepotenti i raggi del sole. Sento le onde. Ci sono! E’ l’isola di ieri. Palau… Palau Weh. Punta nord di Sumatra. Indonesia. Non saprei ben dire perchè ho deciso di venire qui. Infondo in Indonesia ero già stato e se l’obiettivo era di collezionare piu’ bandierine possibile, a poco piu’ di un mese dal previsto rientro, una scampaganta nella quinta isola piu’ grande al mondo può costare tempo prezioso. E che Sumatra non sia piccola lo testo appena arrivo. La mattina prima, di buon ora,  saluto Marco. Lui se ne va con un volo nel Borneo mentre io mi dirigo al porto dove mi attende la nave che, attraversato lo stretto di Malacca, mi lascerà a Medang, la capitale di Sumatra. Ci salutiamo a Palau Penang, in Malesya. Ci rincontreremo piu’ in là. Magari in China o nelle Filippine. Sembra di giocare a Risiko. (fa buon proseguimento, ti voglio bene). Ironia della sorte ci salutiamo i giorno in cui Valeria è a Barcellona a trovare Alessandra. La sorte.

Medang mi riporta indietro di sette anni a quando, nell’estate del 2001, da Bali in 24 ore di bus attraversai Giava con Luca e Jeronimo sino ad arrivare a Jakarta. Medang è la terza città dell’Indonesia. A parte traffico e confusione nulla da segnalare. Sulla nave conosco Luis, professore di educazione fisica a Madrid ma nato e cresciuto a Zaragoza in una casa proprio davanti alla Romareda, a cinque minuti da casa mia quando ero Erasmus. Curioso. Lui pensa di proseguire direttamente verso Banda Aceh, nell’estremo nord, senza fermarsi a dormire. Non so bene cosa ci sia lì, ma decido di seguirlo. In realtà così facendo decido di autoflaggellarmi in quanto il bus diretto a Banda Aceh impiega 13 ore per giungere a destinazione. Copione già vissuto. Bus sghangherato. Strade dissestate. Sciami di zanzare fluttuanti nell’aria marcia del bus. Assurda musica indonesiana sparata a tutto volume e senza soluzione di continuità per tutta la notte. Coefficiente di difficoltà nel dormire altissimo. La mattina del giorno dopo, alle 7, siamo lì.

A parte la zona dei bus Banda Aceh sembra una città fantasma. Con un risciò ci facciamo accompagnare al porto per poi puntare Palau Weh. Attraversando la campagna circostante ci ritroviamo dinnanzi alla fiancata di una nave arenata fra i campi. Siamo a 5 km dal mare. Quella nave ce la portò lì la corrente in quel fatidico 26 dicembre del 2004. Avevo visto per la prima volta i danni dello Tsunami cinque mesi fa in Sri Lanka. Da allora mi sembra essere passata una vita e pensare che lo stesso cataclisma abbia creato danni a distanza di così tanti km rende l’idea della grandezza dell’evento. In realtà quanto avvenuto in Sri Lanka non è nulla rispetto a quello passato lungo la punta di Sumatra. L’epicentro del terremoto di magnitude 9 fu registrato proprio a largo di Banda Aceh. Qui  l’onda provocò piu’ di 220,000 morti. Questo spiegherebbe la desolazione incontrata in giro. L’opera di ricostruzione procede lentamente e dalla vecchia citta, quasi completamente rasa al suolo, nè sta nascendo una nuova intorno. Nel paese islamico piu’ popolato al mondo, la regione di Aceh scopro essere anche una di quelle con piu’ fondamentalismo. “Conservatorismo” precisa Luis. Fatto sta che in oltre 30 anni di scontri fra esercito indonesiano e GAM (movimento di liberazione dell’Aceh) si sono contati oltre 12000 morti.  In molti villaggi della regione di Aceh la Sharya è applicata e tollerata dal governo di Jakarta. Il dolore non sembra essere un sentimento estraneo da queste parti.

Il porticciolo da cui dovrebbe partire il traghetto per Pulau Weh è composto da un precario molo di legno marcio e da una casupola a fungere da biglietteria. In realtà sembra piu’ abbandonata che altro. Con noi due, ad aspettare una qualche barca, ci sono anche una manciata di turisti, i primi visti in Indonesia. Nella locanda affianco qualche pescatore prende il caffè e ci guarda incuriosito. Nessuno ci sa dire qualcosa. Ci uniamo anche noi. Conosco Hendel, un arzillo tedesco ultrasettantenne zaino in spalla. Mi snocciola qualche parola in italiano. Dopo una vita passata a portare marani ed altre imbracazioni a vela si gode la pensione viaggiando da Backpacker. “Ho velato tanto in Italia” mi dice. “Bel mare, ma anche i laghi non sono male. Lago di Garda, Lago Maggiore. Ma forse il piu’ bello per me…”. “Già lo so” penso io. “E’ Bolsena”. Appunto. Parliamo di viaggi. Viene fuori l’India. “And what about?” gli faccio. Lui si anima. Tira fuori tutte le mie stesse riflessioni. Sembra che mi legga nel pensiero. Quando se ne esce con  lo slogan “Incredible India”, visto nel suo paradosso, lo vorrei abbracciare. Anche io faccio sempre quella battuta. Nel traghetto non posso fare a meno di mostrargli il video sul Kashmir. Lui lo segue assorto. Quando finisce si alza, mi sorride e mi da una pacca sulla spalla. Poi se na va. Quel pomeriggio andiamo a fare snorkling insieme.

La tanta fatica  è presto ripagata. L’isola che mi appare davanti è un immensa giungla verdissima adagiata su un mare turchese. La attraversiamo parte a parte con un van e scendiamo a Iboih.  Lungo questo tratto di costa, con la piccola isoletta davanti, le poche e spartane capanne sul mare ospitano gli intrepidi turisti spintisi sin questo posto sperduto che si affaccia sull’Oceano Indiano. Rimedio anche io la mia. Una precaria palafitta di legno arroccata su dei massi tre metri sopra il mare (ma anche sopra il cielo sarebbe stato bellissimo). “The best bungalow I can offer you has bathrom inside, but sleeping outside!”.  Immaginavo. Per la doccia però posso usufruire di una sorta di lavanderia comune con una vasca piena d’acqua ed un secchiello per tirartela addosso. In compenso mentre mi doccio mi ci lavo pure tutti i panni in una volta sola. Aggratis.

Qui conosco Piero, dell’alto Adige, che piu’ che fra le Dolomiti lo vedrei meglio al main Bazar di Delhi. A lui mostro proprio il video su Delhi. Viaggia da otto mesi, cinque dei quali li ha passati in India. Adora l’India. “L’India o la ami o la odi” dice sospirando. “Io sono di quelli che non la amano” gli rispondo. Avremo modo di farci interessanti chiacchierate piu’ in la. Magari la pensiamo agli antitesi, ma il confronto è sano e interessante e le sue risate fragorose e coinvolgenti.

C’è poi Jean Marie, francese, ex tecnico di computer. Un giorno s’è stufato, ha venduto la casa, ha mollato lavoro e ragazza e se ne è partito per il mondo. Quando  mi racconta degli enormi pesci che vede durante il giorno gli brillano gli occhi dalla meraviglia.

Fra i pochi viaggiatori nell’isola ci si conosce tutti. C’è un clima disteso e rilassato ma d’altronde il posto non può suscitarti altro. La sera si mangia davanti al mare e si chiacchiera di Asia. Ognuno ha le sue storie, ognuno i suoi racconti. E’ bello condividere tante esperienze. Mi piace pensare come il destino faccia incrociare casualmente le strade di tanti viaggiatori in giro per il mondo. Ripenso a tutte le persone incontrate sin d’ora. Penso a quelle che ancora incontrerò. Mi domando dove si trovano ora quelle stesse persone e quali dinamiche, eventi o contrattempi ci faranno incontrare. Alla seconda birra gli occhi mi cominciano a calare. Non dormo da tante ore. Guardo divertito la mia allegra ed improbabile compagnia. C’è la francese ultra cinquantenne con i rasta e il piercing che ammicca ai giovani indonesiani. C’è la coppia di avvocati russi. Ci sono gli inglesi. Come ci siamo finiti tutti lì?

Mi sembra di vivere continuamente momenti già vissuti. Tanti dejavu’. Auguro buona notte e me ne vado a dormire nella mia capanna sospesa sul mare. Domani mattina forse ci metterò meno a capire dove mi trovo.