Ping Hong Pong
August 31st, 2008Giungo ad Hong Kong in nave, ma il posto dove mi ritrovo sembra piu un enorme centro commerciale che un porto. Dopo aver ottenuto l’ennesimo timbro sul mio passaporto, cerco affannosamente una via d’uscita da quel labirinto di negozi, ristoranti ed ascensori. Individuo l’indicazione per la metro. Scendo di alcuni piani e finisco in un ampio tunnel che, come un grosso fiume, comincia rapidamente ad ingrossarsi di persone che riceve dai suoi affluenti invisibili. Il delta è rappresentato dalla central station, una delle stazioni piu’ nevralgiche della rete metropoliana di Hong Kong. Mi arresto disorientato con il mio carico di bagagli nel mezzo della calca. Intorno a me vedo schizzare persone come saette in ogni direzione. La tattica, già miseramente fallita a Singapore e Macao, è sempre la stessa: individuare una zona turisticamente accessibile, raggiungerla e poi cercarsi a piedi una sistemazione.
La mia via qui si chiama Nathan Road. Chiedo come raggiungerla, ma mi rendo conto ben presto che è come domandare quale sia l’uscita per il Grande Raccordo Anulare. Mi consigliano la stazione di Tsim Sha Tsui, ad Kowloon. Dall’isola di Hong Kong la metro procede sotto il mare sino alla terra ferma. Uscire dal convoglio è solo il primo passo che mi porterà – di lì a tanto – a riemergere dalle profondità della metropolitana e scoprire finalmente che, anche ad Hong Kong, esiste un cielo. Ma prima c’è da affrontare il lungo dedalo di cuniculi e scale mobili. Sono frastornatao ad eccitato al tempo stesso. Mi squilla il cellulare: “Bianchi? Buon giorno sono Tal dei Tali,come stai? Come stai messo? Hai già firmato per quest’anno?” “Prego?” “Sono il Ds del Torrimpietra, stiamo cercando una punta e volevamo sapere se eri disponibile… Sappiamo che sei stato fermo l’ultima stagione….” La voce mi ricorda d’essere stato un calciatore un tempo, fra un operazione al crociato ed una scampagnata in Asia. “Guardi sono all’estero, magari quando torno ci risentiamo”. Non è esattamente il momento di decidere dove giocare a calcio il prossimo anno. Incombono altre priorità. Tipo uscire dalla metropolitana.
Ogni uscita è contraddistinta da una lettera e quando arrivo alla P decido di averne abbastanza e la imbocco senza sapere dove mi avrebbe portato. Una volta fuori mi sento d’un tratto infinitamente piccolo, schiacciato da grattacieli e cartelloni pubblicitari. Comincio a risalire Nathan Road. Gli hotel sono inarrivabili per le mie tasche. Mi cerco una guest house. La qualità di quelle che mi posso permettere è al limite della decenza. La maggior parte sono collocate nei meandri di enormi palazzoni. Per poterle scovare è necessario farsi approcciare dai vari immigrati per strada. In una di quelle che sto per visitare, divento l’oggetto del contendere fra un indiano sick e un enorme negrone, i quali volevano entrambi spingermi la loro sistemazione. Quando la cosa degenera saluto indiano e africano – e i loro rispettivi amici giunti per prendere le rispettive posizioni – e proseguo nella mia disperata ricerca.
L’approdo ad Hong Kong coincide purtroppo anche con il blocco della mia carta di credito. Pur avendo disponibilità sul conto non posso piu’ nè prelevare nè pagare. Faccio richiesta in Italia ma scopro che il server centrale della mia banca è andato in tilt. Sfortuna vuole che l’imprevisto capiti in una città sorprendentemente cara (scoprirò essere fra le cinque piu’ care al mondo). La gentile signorina che dall’Italia mi dovrebbe chiarire la situazione mi tiene per oltre dieci minuti in attesa (a mie spese) mentre lei se la ride con Linus e Nicola su Radio Deejay in sottofondo. Non avendo sufficienti contanti per permettermi una stanza, la prima notte rischio seriamente di passarla per strada. Dopo tanta diplomazia riesco alla fine a riparare in una graziosa topaia di fronte alla grande moschea direttamente su Nathan Road. L’impatto con Hong Kong è stato prorompente. Prima di lasciarmi morire sul letto getto un occhiata meravigliata ai tanti grattacieli che mi si stagliano davanti. Sembra che Hong Kong non vada mai a dormire e di notte – se possibile – è ancora piu’ viva. Non è facile tenere il ritmo che ti impone. La prima giornata è andata, ma le prossime – ripeto a me stesso – andranno affrontate di petto.
Ad Hong Kong rimango quasi una settimana. La mia permaneneza dipende dal visto per la China. Dopo alcune complicazioni iniziali riesco a presentare le giuste crdenziali ma, fra la chiusura degli uffici per un tifone e la domenica di mezzo, me lo possono garantire solo per cinque giorni piu’ tardi. Data l’attesa forzata mi cerco una sistemazione piu’ economica. La individuo nella Pearl guest house, situata all’ottavo di un fatiscente palazzo di oltre venti piani. In questo vecchio edificio un numero inquantificabile di indiani, africani, cinesi e arabi vivono e lavorano nelle loro piccole botteghe accatastate ai primi piani fra un odore permanente di curry misto al bucato dei panni stessi ovunque. Qualche giorno piu’ tardi scopro che la Lonely Planet mette in guardia i turisti che si avventurano fra queste famigerate Chungking Mansions, non tanto per scarafaggi o topi, quanto per il rischio di incendi delle guest house non a norma. Sorrido quando ripenso a Marcolino che da Tokyo si lamentava per le dimensioni ridotte della sua stanza. Per quattro notti la mia sarà un “ovulo” di due metri per tre con una piccola finestrella e un ventilatore per alleviare l’afa.
In generale la zona intorno a Nathan Road è incredibilmente cosmopolita come mai avevo visto altrove. Qui vivono e convivono cinesi, indiani, filippini, magrebbini, africani e arabi piu’ tutta la schiera di occidentali – inglesi per lo piu’ – nati o trasferitisi qui. Molti scopro essere rifugiati politici che hanno trovato asilo ad Hong Kong. Non ci sono problemi, non ci sono tensioni anche perchè chi sgarra viene rispedito a casa. Nonostante le ristrettezze economiche a cui sono obbligato il mio soggiorno ad Hong Kong è piacevole e stimolante. Ogni sera – puntualissimo – alle 20, va in scena uno spettacolo di luci che coinvolge parte dei grattacieli che si affacciano sulla baia. A turno gli edifici si accendono e si spengono fra lo stupore della folla che accorre nummerosa sul lungomare.
Non tardo a ritagliarmi i miei spazi e a crearmi la mia piccola routine. La colazione al Mc Donald tutte le mattine con una splendida vecchietta, la spremuta d’arancia al chiosco sotto casa, il te delle 17, la corsa lungo il waterfront promenade. Nei miei giorni ad Hong Kong si giocano gli ultimi incontri di ping pong per assegnare le medaglie ai giochi olimpici. Mi capita di vedere ovunque qualche partita, in tv, in metro, per strada. Vanno tutti pazzi per il ping pong e alla lunga finisce per appassionare anche me. Oro, argento e bronzo finiscono alla Cina, autentica dominatrice. Il ping pong è stato un po’ il live motiv dei miei giorni ad Hong Kong. In giro per questa città dinamica mi sento spesso come una pallina di ping pong. Ad Hong Kong. Ping Hong Pong.
Aiuto!


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