Malesia

August 5th, 2008

L’autostrada scorre perfetta. Non si incontra una sola buca o un poco di terreno dissestato e se non fosse per un elefante smarrito al lato della carreggiata nessuno potrebbe credere di trovarsi in Oriente. Se l’Asia fosse l’Europa, la Malesia sarebbe la Norvegia. Con poco più di 50 euro ed un ora e mezza di viaggio si salt

a nel tempo, dalla Cambogia a Kuala Lumpur non si attraversa solamente un confine, si passa dal ricordo di Angkor ad un mondo sviluppato ed occidentalizzato in cui il benessere generale ormai non è più un’utopia.

Come sempre i primi pensieri su di un paese nascono dal rapporto con il taxista che ti porta dall’aeroporto all’albergo e per la prima volta  capita che a guidarmi per gli 80 km che dista la città non sia il solito basso e baffuto personaggio ma una donna. Si chiama Rose, ha 10 figli ed è stata un ufficiale dell’esercito malese fino a pochi mesi prima quando il marito, anche lui militare, è stato ucciso da un colpo di fucile in Bosnia. Ora guida un taxi che, mi spiega, viene offerto ad un prezzo vantaggioso a tutte le donne che terminano la carriera nell’esercito.

Come in Norvegia qui c’è un forte stato sociale che provvede a chi, per scelta o per sfortuna, non è in grado di emanciparsi, pagare il cibo, una casa o la scuola per i propri figli. Gli ospedali sono gratuiti e di ottimo livello e la scuola, gratuita anch’essa, è un piccolo condensato del paese dove tutti i studiano e giocano insieme: malesi, indiani e cinesi che sin da bambini imparano il rispetto delle culture e la serena convivenza, nonostante le differenze. Il buon esempio fortunatamente è dato dallo stesso Stato perchè in Malesia, pur essendo formalmente uno stato islamico, nulla viene imposto con la forza. I cinesi quindi continuano a scuoiare i loro maiali per strada, le thailandesi a mostrare le cosce, gli indiani a mangiare con le mani, mentre gli arabi portano le loro mogli con il burqa a visitare le spiagge.

Ciò che più sconcerta di questo paradiso malese è l’idea che un giorno anche i paesi vicini lo raggiungeranno e forse si perderanno i sorrisi dei bambini quando vengono fotografati o le cerchie di persone che ti si avvicinano solamente per guardarti e che si emozionano se da te vengono salutati. Forse un giorno anche nel resto dell’Asia quando per la strada camminerà un elefante le persone accorreranno eccitate per immortalare la scena con il loro nuovo telefono cellulare. Forse non ci sarà più stupore, neanche in Asia.

Cambodia

August 1st, 2008

In Cambogia vado alla continua ricerca di vecchi. Mi sorprendo a cercarli per strada, nelle botteghe, nei mercati, in città come in campagna. Non sono tanti a dire il vero, anche se qui, per vecchi, mi accontento dei quarantenni. Quando ne individuo qualcuno mi fermo a scrutarlo, fissandolo intensamente quasi a cercare nei suoi occhi risposte alle mie domande.

I cambogiani sembrano per lo piu’ aver rimosso quanto avvenuto nel loro paese appena trent’anni fa o forse, a gran parte delle nuove generazioni, quell’olocausto, non è stato mai neanche raccontato. Dalle poche persone a cui domando della guerra ottengo risposte evasive, imbarazzate, quasi estranee al contesto.

Phnom Penh oggi è una città vivace, caotica e gioiosa. Verso sera i cambogiani si riversano lungo i viali che costegiano il Mekong. Le giovani coppie passeggiano mano nella mano, i ragazzi giocano a palla o a badmington mentre i piu’ piccoli fanno volare in cielo gli acquiloni. Sembra passato un secolo da quando i khmer rossi entrarono nella capitale facendo evacuare in pochi giorni l’intera popolazione e riducendo la città ad un cumulo di macerie. Per i cambogiani, già piegati da anni di guerra civile, quello rappresentò l’inizio di un abisso senza fine.

Venire a conoscenza delle abominevoli atrocità compiute dal regime di Polt Pot in quegli anni provoca vergogna nell’appartenere alla razza umana. Oltre due milioni di morti in nome di un disegno folle dal 1975 al 1979, molti dei quali – per non sprecare pallottole – uccisi a bastonate. Anno zero, abolizione del denaro, eliminazione di ogni riferimento che portasse alla memoria il passato. Concetti che fanno rabbrividire.

Nei suoi “Dispacci dalla Cambogia”, Terzani scriveva che la cosa piu’ agghiacciante riscontrata tornando nel paese era il terrore che la gente aveva dei bambini. Polt Pot nell’utopica idea di creare l’uomo nuovo smembrava le famiglie e separava i bambini – ancora puri –  dai loro genitori. Questi bambini crescevano così nelle unità dell’Angkar – l’organizzazione – addestrati ed educati secondo la nascente ideologia che avrebbe dovuto dominare il paese. Gli stessi bambini poi venivano usati come chop, spie. Si acquattavano, origliavano e denunciavano se avevano sentito qualche frase contro l’organizzazione o se avevano visto qualcuno mangiare una patata sottratta nei campi comuni. L’idea che si fosse messo in piedi un sistema in cui i bambini sono i temuti, era qualcosa che superava la fantasia dell’orrore.

I bambini di Phnom Penh oggi scorrazzano scalzi e sporchi fra gli affollati vicoli lungo il fiume con la spensieratezza della loro giovane età. “One dollar” ripetono allo stremo ad ogni turista che incontrano cercando di venderti libri usati o cd. A due-tre anni, non appena si reggono in piedi, sono già lì per strada con il loro carico sulle spalle a lottarsi gli stranieri nei bar o nei ristorantini come in una infruttuosa guerra di quartiere. “Hanno la scuola il pomeriggio” mi rispondono gli adulti quando chiedo loro come mai tanti bimbi per strada a bivaccare. E quelli che vedo il pomeriggio?. “Hanno la scuola la mattina”. Ovviamente.

I bambini di allora oggi sono poco piu’ che quarantenni e Dio solo sa quanti di loro la fine della guerra non l’hanno mai vista, finiti in qualcuna delle migliaia di fosse comuni sparse ovunque in Cambogia. Killing fields. E quelli ancora vivi? Vittime o carnefici? Poco importa. Chiunque abbia visto e vissuto gli orrori di quegli anni non può non avere un esistenza normale, non può non avere l’animo sconvolto e lacerato da ferite impossibili da rimarginare. Chiunque abbia visto fin dove può arrivare la follia dell’uomo non avrà lo stesso sguardo degli altri e ogni volta che incontro un “vecchio”, in Cambogia, non posso fare a meno di cercare quegli occhi.

Fabio

Cambogia, chiuse le ultime elezioni. Prosegue il successo di Hun Sen

(tratto da www.corriereasia.com)

Hun Sen ha vinto ancora. Il Partito del Popolo Cambogiano (CPP) aumenta la propria rappresentanza al governo aggiudicandosi almeno 88 dei 123 seggi a disposizione nelle elezioni del 27 Luglio in Cambogia, le più elezioni democratiche più scontate dell’Asia. Molti vorrebbero vederlo giudicato per le sue collusioni passate con i Khmer Rouge ma Hun Sen, al potere della Cambogia da 23 anni, è un politico di vecchio corso e con il supporto del proprio partito è riuscito a presentarsi come l’artefice della grande crescita economica del paese (+10% nel 2007) e come unico leader in grado di risolvere le tensioni con la Thailandia, ponendo fine alla disputa sulla proprietà del Prasat Preah Vihear.

Le terze elezioni nella storia della Cambogia si sono svolte in un clima sereno e tranquillo, dicono gli osservatori internazionali inviati dall’Unione Europea per vigilare sulla regolarità del voto. Ciò nonostante alcune irregolarità sono state registrate soprattutto nella capitale. A Phnom Phen sono moltissime le persone che nel pomeriggio di domenica portano al dito il marchio d’inchiostro, ad indicare l’aver svolto il proprio diritto democratico, ma secondo le dichiarazioni di Sam Rainsy, leader dell’opposizione, sarebbero almeno 200.000 le persone che misteriosamente sono state cancellate dalle liste elettorali e, per un caso poco probabile, nessuna di queste sosteneva il CPP. Oggi (28 Luglio) Sam Rainsy ha chiesto vigorosamente di annulare queste elezioni e ripetere il voto entro pochi giorni per assicurare la partecipazione a tutti coloro a cui tale diritto è stato negato, minacciando altrimenti di scendere per le strade di Phnom Phen a capo di una grande massa di manifestanti

La sfida di elezioni libere e democratiche purtroppo non è stata vinta del tutto in Cambogia Sebbene la giornata di domenica sia andata meglio di ogni previsione, rimane in parte della popolazione la delusione dell’opportunità mancata. “Un voto vale 5 dollari, puoi comprarti dei vestiti nuovi” mi diceva poco più di una settimana fa un mercante cinese di orologi quando gli chiesi perchè nelle campagne ogni abitazione sventolava all’esterno una bandierina del Partito del Popolo Cambogiano. “Così evitano di passare due volte dalla stessa famiglia”.

Marco