Speciali

November 30th, 2008

Dai serpenti dello Sri Lanka alle vacche dell’India, dagli elefanti della Thailandia agli orangi tanghi di Sumatra, passando per le bufale del Kashmir sino ai cammelli e alle aquile della Mongolia. Insetti disgustosi, rettili temibili, felini affascinanti. Ma anche pesci e tartarughe acquatiche ammirate nelle profondità dei mari del Borneo o anfibi in via d’estinzione scovati nei meandri delle foreste pluviali sri lankesi. Gli animali sono stati una costante di questi mesi in Asia. A ritmo di valzer ve li presentiamo in tutta la loro bellezza

Uno sguardo ammiccante, un sorriso complice, una tele camerina ed il gioco era fatto. Attirare i bimbi era diventata quasi un’arte ed il risultato pressocchè garantito. Nel rivedersi in quel piccolo monitor i bambini impazzivano. La curiosità iniziale lasciava spazio dapprima ai sorrisi e poi alle risate fragorose. Dai bimbi monaci della Birmania ai nomadi dell’Himalaya, dai pastorelli vietnamiti agli scugnizzi di Phnom Penh, nessuno resisteva al fascino di quel scatoletta che riproduceva la loro immagine.

Friends of lamiaasia

November 3rd, 2008


Il giorno del rientro credevo non dovesse arrivare mai. Lo vedevo come un entità astratta, distante, da non prendere neanche in considerazione. Non importava dove mi trovavo e non mi preoccupavo di dove sarei andato. La mia vita erano il susseguirsi dei momenti, l’alternarsi imprevedibile di emozioni e di incontri. La mia vita era l’oggi, al massimo il domani. E quella vita mi piaceva da impazzire. La mia ultima notte in Asia l’ho trascorsa a Ulanbatar, in Mongolia. La sera prima avevamo mangiato dell’ottima cucina mongola in un tipico ristorante della capitale. All’alba la sveglia. Il mio zaino già pronto, il taxi che mi aspettava di sotto. L’abbraccio con Marco. Scene già viste; in questi mesi ci eravamo salutati tante volte e altrettante ci eravamo rincontrati, in altri paesi, a spasso per l’Asia. Ma questa volta era l’ultima. Il prossimo incontro sarebbe stato in Italia.

Da Ulanbatar a Mosca, da Mosca a Budapest, da Budapest a Roma. Neanche salendo su quell’ultimo aereo avevo realizzato che il mio viaggio stava volgendo al termine. L’ennesimo volo, come tanti ne avevo presi in quegli ultimi mesi, solo che l’aeroporto di destinazione non sarebbe stato di una qualche remota città del sud-est asiatico, ma il glorioso Leonardo da Vinci di Fiumicino. Al controllo dei passaporti non avrei trovato strambi ufficiali dagli occhi a mandorla ma elegantissimi finanzieri delle Fiamme Gialle. All’uscita non avrei più visto schiere caotiche e strombazzanti di tuk-tuk ma un ordinata fila di taxi con i loro aitanti autisti a conversare fra  loro in perfetto romano. Ero di nuovo in Italia.

Sebbene quel momento credevo non dovesse arrivare mai, molte volte avevo pensato al rientro. Immaginavo come potesse essere strano ritrovare d’un tratto la propria vita, le proprie abitudini, i propri cari, le proprie comodità, i comfort, gli agi e tutto il resto. Ero sicuro che sarebbe stato sconvolgente venire scaraventati da quel mondo così lontano ad un altro – che pure già mi apparteneva – diametralmente opposto. Niente di tutto ciò.

Con grande disinvoltura mi sono riappropriato della mia vecchia vita. Senza colpo ferire. Quasi mi sforzavo nel ritrovare gioia dai piaceri quotidiani per lunghi mesi negatimi. Poco o nulla riusciva veramente ad emozionarmi. Tanta facilità con cui mi ero ripreso la mia vita mi faceva dubitare di essere realmente partito. Avevo timore di scordarmi presto di tutto quello vissuto sino ad ora, avevo timore che fosse stato solo un sogno. Un lungo e piacevole sogno.

 Eppure c’era al tempo stesso un disagio crescente, un qualche vuoto non del tutto colmato, come se i tempi del rientro non erano stati completamente maturi. Un giorno è stato sufficiente per concludere una storia di cinque anni. Due sono bastati per esaurire la curiosità dei miei amici. Cinque per farmi prendere la macchina e fuggire da Roma per vagabondare senza meta precisa. In una settimana ho percorso 3500 Km. Tante lunghe ore da solo al volante attraversando vecchi paesini fra strade di campagna per riacclimatarmi gradualmente e prendere del tutto coscienza di quello che mi sarebbe aspettato una volta rientrato definitivamente a casa.

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Ad un mese e mezzo dal rientro la mia vita si è quasi completamente assestata. Ho ripreso tutte le cose lasciate in sospeso, ho tenuto fede a tutti i buoni propositi impostimi nei lunghi mesi di Asia. Le giornate sono piene, i ritmi a volte forsennati ed il tempo per me stesso sempre meno. Di tanto in tanto rincontro qualche amico. Le domande sul viaggio all’incirca sempre le stesse. “Com’erano le sanguisughe?”, “Il bungy jumping?”, “Il posto più bello?” ,“Ora che farai?”. Immancabile anche la classica “quante donne hai avuto?”. La più inaspettata però è stata quella di una amica: “Qual è il segreto?” Secondo lei infatti nel viaggiare così tanto in Asia avrei dovuto per forza trarre un insegnamento….

Pensavo che avrei parlato per ore e per giorni di questi mesi. Avrei così tante storie da raccontare che da un semplice “come è andato il viaggio?” potrei cominciare e non finire più. In genere invece dopo un paio di minuti la curiosità si esaurisce e presto si finisce per parlare d’altro. A pensarci bene in effetti non posso avere la pretesa di spiegare anche marginalmente “come è andato il viaggio”. Spesso incontro persone che non sanno neanche che sono partito. Magari non ci vediamo da sei mesi e per loro quel periodo è stato come il resto della loro vita. Per me invece è stato il più bello della mia vita. Ma perché provare a renderli partecipi.

Con il sito ci abbiamo provato, tenendo una sorta di diario, allegando foto e video. Quello che mi ha lasciato questo viaggio però non sarà mai possibile da raccontare e forse mai ci proverò realmente. Come posso spiegare del sorriso di un bambino, della bellezza di un tramonto, dell’ospitalità di un nomade, dell’abbraccio di un vecchio, della sensazione di pace che ti da una vallata verde, della libertà che provi andando a cavallo per ore nel deserto o in bicicletta fra le risaie. Non si possono raccontare certe emozioni.

Ancora oggi ho spesso la sensazione che il viaggio sia stato solo un lungo sogno. Ho il timore che la frenesia e i ritmi di tutti i giorni mi facciano dimenticare quanto vissuto. Poi però basta una foto, una parola, un video e tutto ritorna, tutto è dentro di me. Indelebile. E allora mi abbandono per qualche minuto al ricordo di quei mesi. Di ogni singolo istante di quei mesi passati in Asia.