Geishe e grattacieli
August 28th, 2008Dopo una settimana di Giappone inizio ad avere comportamenti trasgressivi. Getto le sigarette per terra, attraverso la strada quando il semaforo è ancora rosso e non faccio inchini per ringraziare i commessi. Oggi addirittura ho buttato una bottiglia di plastica dentro il secchio per il cartone creando sentimenti di sgomento tra i passanti. Insomma, viene voglia di fare tutte quelle cose che un giapponese medio non farebbe mai. A Tokyo come a Kyoto, ma sarei pronto a scommettere ovunque in Giappone, per le strade c’è una pulizia da ospedale che ti fa sentire in imbarazzo anche solo camminarci. I treni sono in orario non al minuto ma al secondo e oggi non sono riuscito neanche a farmi rubare un paio di occhiali che avevo dimenticato su una panchina del tempio più visitato di Kyoto. Me ne sono reso conto dopo circa un’ora e quando sono tornato indietro a cercarli erano esattamente dove li avevo lasciati. C’era solo un’italiana che se li guardava e non certo per portarli all’ufficio oggetti smarriti.
Il Giappone è così. Nessuno ha il coraggio di prendersi una responsabilità, anche fosse raccogliere una cosa da terra, ed è per questo che l’obiettivo più o meno comune è quello di trovare un lavoro come dipendente in qualche azienda e non rischiare in nessun modo di mettere su una propria attività. Queste cose me le dice Santiago, un ragazzo peruviano che da quattro anni vive a Kyoto e come Virgilio mi introduce in questo moderno girone dell’inferno. Mi dice che ha visto un uomo molestare una ragazzina in metropolitana mentre tutti intorno nessuno faceva niente. Neanche la ragazza aveva il coraggio di urlare e se non fosse intervenuto il suo carattere latino a spingere in terra l’uomo probabilmente tutti avrebbero guardato lasciando tutto scorrere. L’uomo, tra l’altro, quando si è rialzato da terra è tornato come nulla fosse a molestare la ragazza.
Mi interessa la follia giapponese e gli chiedo di raccontarmi di più. Mi dice che negli ultimi mesi il giornale raccontava di una madre che ha strozzato il proprio figlio in autobus perchè non smetteva di piangere, che dopo una normale lite domestica un ragazzo ha fatto a pezzi la sorella e l’ha messa in frigorifero e quasi ogni settimana si sente di qualche giovane che uccide il nonno per avere la sua pensione da giocare al pachinko. Forse la più estreme è quella di un sarary-man che ha fermato la sua macchina nel quartiere di Akihabara, la città elettrica di Tokyo, e ha cominciato ad accoltellare i passanti. Ha colpito 18 persone prima che qualcuno intervenisse e poche ore prima aveva scritto su internet “sono stanco del mondo, vado ad uccidere persone a Akihabara”.
La storia che mi ha interessato di più però, fortunatamente, non ha risvolti tragici. Un giorno un giapponese ha scoperto che nel proprio armadio viveva un barbone. Ciò che più colpisce e che per fare questa scoperta il giapponese non si è limitato ad aprire l’armadio ma ha installato un complicato sistema di telecamere di sorveglianza con il quale è riuscito a cogliere il barbone in flagrante. I giapponesi ragionano così: mai esporsi personalmente perchè si rischia una brutta figura, utilizziamo una macchina perchè se non funziona al massimo la brutta figura la fa lei.
Ho capito che in Giappone puoi trascorrere un’intera giornata senza mai avere un rapporto con un altro essere umano. Per colazione puoi chiedere un caffè ad una delle migliaia di macchine che ogni cento metri trovi per strada. I biglietti della metropolitana ovviamente li compri da un distributore e sempre da una macchina puoi comprare sigarette, giornali e spaghetti. Anche per soddisfare qualche voglia sessuale puoi inserire delle monete e goderti qualche minuto di spogliarello. Non che sempre sia così, però la società questo ti propone e se un giorno proprio non vuoi parlare con nessuno puoi farlo senza problemi, anche se intorno a te ci sono milioni di persone.
Dicono che il Giappone stia cambiando. I ragazzi di oggi, un po’ come ovunque, non si accontentano più di un lavoro in fabbrica ma pretendono un posto in ufficio dove andare in giacca e cravatta. Il problema ora è che il Giappone è diventato una grande potenza economica proprio grazie a quel serbatoio inesauribile di lavoratori che facevano poche domande e servivano l’azienda anche 12 ore al giorno. Su queste basi il Paese ha costruito un importante stato sociale ed ora gli anziani, che spesso qui vivono fino ai cento anni, iniziano a chiedersi chi paghera loro la pensione.
Che sarà costretto ad aprire le sue porte agli stranieri? Probabilmente questa sarà una delle uniche soluzioni possibili per il Giappone ma con l’aumento dell’immigrazione cresce anche la paura che un giorno verrà meno l’unicità giapponese, il solo orgoglio dopo la Sony e lo shinkansen. Per anni i giapponesi hanno allontanato qualunque influenza esterna convinti che la propria razza non solo sia supreriore ma unica, anche per caratteristiche fisiologiche. Se noi discendiamo dalla scimmia loro provengono direttamente dagli dei, dicono che il loro cervello funziona diversamente e anche il loro intestino è di qualche centimetro più lungo del nostro. Per ricordarci questa loro unicità qui molte cose sono esclusivamente giapponesi o funzionano al contrario. In un mondo diviso da quattro religioni principali loro sono shintoisti, ovunque l’elettricità arriva a 220 o 110 volt ma in giappone arriva a 100, i libri si sfogliano da destra a sinistra e le linee si leggono dall’alto verso il basso. Ma l’esempio più importante viene sempre dalla metropolitana dova i tornelli delle stazioni invece che aprirsi all’inserimento del biglietto, rimangono aperti costantemente ed uno strano sistema di sensori li fa chiudere se non si è pagata la corsa.
Aprire le porte vorrà dire anche mischiarsi con altre razze e cambiare un poco l’identità giapponese. Sarà pronto a questo il Giappone? E soprattutto, siamo sicuri che sarà una cosa negativa per il Paese?


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