10 pensieri d’Alaska

August 19th, 2011

La prima cosa è il silenzio: assordante.

La prima cosa è il silenzio, la seconda la luce. La luce che non scende mai, che scalcia tra le nuvole perchè anche quest’anno è arrivato il suo ultimo mese di vita e cerca un uscita di scena dignitosa, un ricordo che accompagna la lunga notte artica.

La prima cosa è il silenzio, la seconda la luce, la terza è il disprezzo della gente verso chi non parla la loro lingua, verso chi non ha una pistola in macchina, per se stessi, verso un corpo che continuano ad avvelenare di calorie finquando dell’aspetto umano rimane solamente poco sotto il grasso. Il disprezzo verso i nativi che soccombono sotto il prezzo dell’alcool, verso chi non ha conosciuto il buio del Texas del Nord

La prima cosa è il silenzio, la seconda la luce, la terza il disprezzo, la quarta è un italiano che ha abbandonato tutto per trasferirsi nella base della US Air Force di Anchorage. Ventitre anni e oggi serve lo stato americano mentre in Italia i suoi amici maledicono la loro patria, ventitre anni e la responsabilità di controllare la vista dei piloti che sorvolano i cieli del Nord e che un giorno voleranno sopra qualche guerra lontano dai ghiacci dell’Alaska. Un italiano, ventitre anni e l’onore di essere fermato per strada da chi lo ringrazia di proteggere il loro paese che dista 3000 kilometri, 4 ore di volo dalla loro casa.

La prima cosa è il silenzio, la seconda la luce, la terza il disprezzo, la quarta un italiano, la quinta è la depressione che viene e va insieme alle nuvole che oscurano il sole. La gioia infinita di una mattina di sole che presto diventa un nubifragio di pensieri verso il cielo scuro e pauroso che copre ogni riflesso con un ombra costante. Poi di nuovo sole e di nuovo pioggia, poi le stelle e ancora pioggia finchè non diventa neve e poi nulla, solo buio e ghiaccio. La prima cosa è il silenzio, la seconda la luce, la terza il disprezzo, la quarta un italiano, la quinta la depressione, la sesta è il selvaggio che provo ad affrontare senza una chiara preparazione. La tenda troppo piccola e fredda per passare la notte nelle terre del nord, le zanzare che oscurano la vista e un rumore vicino il mio accampamento. Il cuore si ferma e il corpo rimane vigile ed immobile cercando di capire da cosa sia provocato quel rumore. Il nylon che oscilla e il pensiero che quel panino abbia attirato qualcosa che non conosco e che posso affrontare senza movimenti e con il cuore fermo. Poi solo stanchezza e un riposo felino nella terra selvaggia. La prima cosa è il silenzio, la seconda la luce, la terza il disprezzo, la quarta un italiano, la quinta la depressione, la sesta il selvaggio, la settima è la strada deformata dalla neve che cade durante la grande notte. Le miglia, il nulla, le foto, la pioggia, i motel frequentati da pescatori di salmone che risalgono il fiume la domenica. Ogni tanto la strada e il cielo si apre e si scopre un mondo grandioso di vette innevate e valli rosse d’autunno, a volte la costa.

La prima cosa è il silenzio, la seconda la luce, la terza il disprezzo, la quarta un italiano, la quinta la depressione, la sesta il selvaggio, la settima la strada, l’ottava è un libro che racconta il viaggio in queste terre di un ragazzo che cercando la libertà ha trovato la morte solitaria. Una storia estrema che ha più il sapore della follia che quello dell’impresa, raccontata con parole brillanti che si lasciano seguire con trasporto e passione fino all’ultima pagina letta senza tregua la notte nel selvaggio. Poi guardarsi intorno e capire che la natura è come la legge e non ammette ignoranza. La prima cosa è il silenzio, la seconda la luce, la terza il disprezzo, la quarta un italiano, la quinta la depressione, la sesta il selvaggio, la settima la strada, l’ottava un libro, la nona è la libertà assoluta di fare, di andare, di pensare. La libertà di non parlare, di camminare finchè c’è luce, di dormire su un terreno morbido, di bere e di fumare, la libertà di sentirsi libero e la libertà di tornare nel proprio mondo per averlo scelto. La prima cosa è il silenzio, la seconda la luce, la terza il disprezzo, la quarta un italiano, la quinta la depressione, la sesta il selvaggio, la settima la strada, l’ottava un libro, la nona la libertà, la decima sono io. Solo, in Alaska.

(liberamente tratto da Oceanomare, Baricco)

Speciali

November 30th, 2008

Dai serpenti dello Sri Lanka alle vacche dell’India, dagli elefanti della Thailandia agli orangi tanghi di Sumatra, passando per le bufale del Kashmir sino ai cammelli e alle aquile della Mongolia. Insetti disgustosi, rettili temibili, felini affascinanti. Ma anche pesci e tartarughe acquatiche ammirate nelle profondità dei mari del Borneo o anfibi in via d’estinzione scovati nei meandri delle foreste pluviali sri lankesi. Gli animali sono stati una costante di questi mesi in Asia. A ritmo di valzer ve li presentiamo in tutta la loro bellezza

Uno sguardo ammiccante, un sorriso complice, una tele camerina ed il gioco era fatto. Attirare i bimbi era diventata quasi un’arte ed il risultato pressocchè garantito. Nel rivedersi in quel piccolo monitor i bambini impazzivano. La curiosità iniziale lasciava spazio dapprima ai sorrisi e poi alle risate fragorose. Dai bimbi monaci della Birmania ai nomadi dell’Himalaya, dai pastorelli vietnamiti agli scugnizzi di Phnom Penh, nessuno resisteva al fascino di quel scatoletta che riproduceva la loro immagine.

Friends of lamiaasia

November 3rd, 2008


Il giorno del rientro credevo non dovesse arrivare mai. Lo vedevo come un entità astratta, distante, da non prendere neanche in considerazione. Non importava dove mi trovavo e non mi preoccupavo di dove sarei andato. La mia vita erano il susseguirsi dei momenti, l’alternarsi imprevedibile di emozioni e di incontri. La mia vita era l’oggi, al massimo il domani. E quella vita mi piaceva da impazzire. La mia ultima notte in Asia l’ho trascorsa a Ulanbatar, in Mongolia. La sera prima avevamo mangiato dell’ottima cucina mongola in un tipico ristorante della capitale. All’alba la sveglia. Il mio zaino già pronto, il taxi che mi aspettava di sotto. L’abbraccio con Marco. Scene già viste; in questi mesi ci eravamo salutati tante volte e altrettante ci eravamo rincontrati, in altri paesi, a spasso per l’Asia. Ma questa volta era l’ultima. Il prossimo incontro sarebbe stato in Italia.

Da Ulanbatar a Mosca, da Mosca a Budapest, da Budapest a Roma. Neanche salendo su quell’ultimo aereo avevo realizzato che il mio viaggio stava volgendo al termine. L’ennesimo volo, come tanti ne avevo presi in quegli ultimi mesi, solo che l’aeroporto di destinazione non sarebbe stato di una qualche remota città del sud-est asiatico, ma il glorioso Leonardo da Vinci di Fiumicino. Al controllo dei passaporti non avrei trovato strambi ufficiali dagli occhi a mandorla ma elegantissimi finanzieri delle Fiamme Gialle. All’uscita non avrei più visto schiere caotiche e strombazzanti di tuk-tuk ma un ordinata fila di taxi con i loro aitanti autisti a conversare fra  loro in perfetto romano. Ero di nuovo in Italia.

Sebbene quel momento credevo non dovesse arrivare mai, molte volte avevo pensato al rientro. Immaginavo come potesse essere strano ritrovare d’un tratto la propria vita, le proprie abitudini, i propri cari, le proprie comodità, i comfort, gli agi e tutto il resto. Ero sicuro che sarebbe stato sconvolgente venire scaraventati da quel mondo così lontano ad un altro – che pure già mi apparteneva – diametralmente opposto. Niente di tutto ciò.

Con grande disinvoltura mi sono riappropriato della mia vecchia vita. Senza colpo ferire. Quasi mi sforzavo nel ritrovare gioia dai piaceri quotidiani per lunghi mesi negatimi. Poco o nulla riusciva veramente ad emozionarmi. Tanta facilità con cui mi ero ripreso la mia vita mi faceva dubitare di essere realmente partito. Avevo timore di scordarmi presto di tutto quello vissuto sino ad ora, avevo timore che fosse stato solo un sogno. Un lungo e piacevole sogno.

 Eppure c’era al tempo stesso un disagio crescente, un qualche vuoto non del tutto colmato, come se i tempi del rientro non erano stati completamente maturi. Un giorno è stato sufficiente per concludere una storia di cinque anni. Due sono bastati per esaurire la curiosità dei miei amici. Cinque per farmi prendere la macchina e fuggire da Roma per vagabondare senza meta precisa. In una settimana ho percorso 3500 Km. Tante lunghe ore da solo al volante attraversando vecchi paesini fra strade di campagna per riacclimatarmi gradualmente e prendere del tutto coscienza di quello che mi sarebbe aspettato una volta rientrato definitivamente a casa.

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Ad un mese e mezzo dal rientro la mia vita si è quasi completamente assestata. Ho ripreso tutte le cose lasciate in sospeso, ho tenuto fede a tutti i buoni propositi impostimi nei lunghi mesi di Asia. Le giornate sono piene, i ritmi a volte forsennati ed il tempo per me stesso sempre meno. Di tanto in tanto rincontro qualche amico. Le domande sul viaggio all’incirca sempre le stesse. “Com’erano le sanguisughe?”, “Il bungy jumping?”, “Il posto più bello?” ,“Ora che farai?”. Immancabile anche la classica “quante donne hai avuto?”. La più inaspettata però è stata quella di una amica: “Qual è il segreto?” Secondo lei infatti nel viaggiare così tanto in Asia avrei dovuto per forza trarre un insegnamento….

Pensavo che avrei parlato per ore e per giorni di questi mesi. Avrei così tante storie da raccontare che da un semplice “come è andato il viaggio?” potrei cominciare e non finire più. In genere invece dopo un paio di minuti la curiosità si esaurisce e presto si finisce per parlare d’altro. A pensarci bene in effetti non posso avere la pretesa di spiegare anche marginalmente “come è andato il viaggio”. Spesso incontro persone che non sanno neanche che sono partito. Magari non ci vediamo da sei mesi e per loro quel periodo è stato come il resto della loro vita. Per me invece è stato il più bello della mia vita. Ma perché provare a renderli partecipi.

Con il sito ci abbiamo provato, tenendo una sorta di diario, allegando foto e video. Quello che mi ha lasciato questo viaggio però non sarà mai possibile da raccontare e forse mai ci proverò realmente. Come posso spiegare del sorriso di un bambino, della bellezza di un tramonto, dell’ospitalità di un nomade, dell’abbraccio di un vecchio, della sensazione di pace che ti da una vallata verde, della libertà che provi andando a cavallo per ore nel deserto o in bicicletta fra le risaie. Non si possono raccontare certe emozioni.

Ancora oggi ho spesso la sensazione che il viaggio sia stato solo un lungo sogno. Ho il timore che la frenesia e i ritmi di tutti i giorni mi facciano dimenticare quanto vissuto. Poi però basta una foto, una parola, un video e tutto ritorna, tutto è dentro di me. Indelebile. E allora mi abbandono per qualche minuto al ricordo di quei mesi. Di ogni singolo istante di quei mesi passati in Asia.

Friends of lamiaasia 2

October 23rd, 2008


Succede che durante questi lunghi giorni di viaggio si pensa spesso di star facendo qualcosa di grande ed unico e vivendo l’Asia ogni giorno arriva un momento che anche l’Asia comincia a vivere dentro di te. È passato un mese dal giorno del rientro in Italia e quelle sensazioni sono scomparse anche se mai avrei creduto di poter dimenticare i tanti pensieri fatti in così breve tempo. In un mese di viaggio riuscivamo a visitare quasi quattro paesi diversi, incontrando ogni giorno nuovi amici e conoscendo sempre qualcosa in più del mondo. Erano sensazioni belle e contrastanti in cui si alternava la stanchezza del vagabondare e l’avidità di voler andare sempre più lontano, il sogno di continuare a vedere il mondo come una grande partita a risiko. La mia Asia è fatta di emozioni ed immagini che abbiamo tentato di raccontare ma che con difficoltà potranno essere carpite completamente da chi durante questi mesi ha avuto il piacere di leggerci. Abbiamo mostrato foto e video per aiutare le nostre parole, ma ancora non basta. La mia Asia si è costruita dentro di noi con piccoli cambiamenti nati nell’esperienza della diversità, dal rapporto quotidiano con popoli differenti che raccontano un nuovo stile di vita dove le priorità degli uomini sono altre e tanto lontane dalle nostre in Europa. Come siamo cambiati lo scopriremo solo ora nel confrontarsi con la vita che era già nostra e che durante questi sei mesi sembra rimasta immobile mentre velocemente tornano i problemi e le delusioni che tempo fa ci fecero pensare a questo grande viaggio. A volte sembra essere stato solamente un gran lungo sogno e se non avessi chiaro in mente alcuni momenti semplici di vita reale potrei lentamente accomodarmi su questo pensiero e lasciarmi  condurre a dimenticare questa grande esperienza.  Credo però che in me l’Asia tornerà sempre fuori prima o poi. Che sia la capacità di tollerare il traffico cittadino o di provare rispetto per un’altra vita umana, che sia apprezzare con gusto ogni cosa posso mangiare differente dal riso con pollo o guardare l’orizzonte immaginando i palazzi scomparire per somigliare a quel mondo in cui l’uomo non è che un piccolo animale carnivoro. L’Asia si riconoscerà nei mie gesti e pensieri perché l’Asia insegna qualcosa ogni giorno, lentamente e mai con violenza, come il vento che modella la pietra è solo con il tempo che ci si rende conto se il risultato sarà un’opera d’arte o solamente una roccia scolpita. La mia Asia è fatta di persone e luoghi fantastici, di lunghi giorni in treno e camminate in montagna, di città futuristiche ed isole deserte, la mia Asia è un posto completo che nessun libro o documentario potrà mai raccontare perfettamente anche se per lo meno ci abbiamo provato. Ora capita di essere un po’ tristi e demotivati, bambini che hanno vissuto un mondo così grande e a cui ora sta stretto vederlo in televisione, ma con la consapevolezza di saper attendere quel breve tempo prima di tornare a scoprire gli stimoli di cui è piena la nostra realtà.Friends of lamiaasia 2

Lamiaasia è stato un lungo viaggio in oriente durato 180 giorni nei quali abbiamo percorso 35.517 km, attraversando 18 stati e visitando 44 città. Abbiamo speso 12.000 euro, conosciuto 500 persone e parlato almeno con altre cinquemillz. Abbiamo scattato 10.800 fotografie, 1900 video per un totale di 77 gigabyte di archiviazione. Abbiamo scritto 78 articoli, 94.848 parole e pubblicato 24 carrellate di fotografie e 10 montaggi video. Torniamo parlando una lingua in più (l’inglese) e abbiamo imparato a dire grazie, buongiorno e perfavore in almeno 8 modi diversi (dopo non è più possibile ricordarli). Abbiamo ottenuto 17 visti e un totale di 40 nuovi timbri sul passaporto. Siamo stati felici e abbiamo pianto, ci siamo incazzati e ci siamo ammazzati dalle risate. Abbiamo aspettato ore infinite, abbiamo dormito in macchina, in tenda, in nave, in aereo, per terra, a casa di amici, in alberghi di lusso e in camere piene di scarafaggi. Abbiamo preso 21 aerei, 12 treni, 5 macchine e 3 navi. Abbiamo riposato in 110 camere diverse, siamo stati ospiti 4 volte e 22 notti le abbiamo passate in bianco viaggiando da un posto all’altro. Abbiamo cambiato 16 monete e abbiamo perso solamente una carta di credito e un telefono cellulare. Abbiamo letto 12 libri, 8 guide turistiche, guardato 6 film e 2 serie televisive. Abbiamo portato avanti le lancette dell’orologio per 8  volte e per altrettante l’abbiamo riportate indietro. Per 4 volte ci siamo separati e per 4 volte ci siamo rincontrati in paesi diversi dell’Asia. Abbiamo scalato 4 montagne, fatto 5 immersioni e lanciati da 1 torre. Abbiamo fatto surf, siamo andati a cavallo, abbiamo affittato 8 motorini, 1 furgoncino e abbiamo bucato 2 ruote nostre e 4 volte si sono bucate quelle di chi ci trasportava. Abbiamo visitato 28 templi, 5 moschee, 4 chiese, 20 luoghi indicati come patrimonio dell’umanità. Abbiamo fatto tante cose che non serve elencare ma soprattutto questo viaggio rimarrà un piccolo capolavoro che abbiamo avuto la fortuna di poter raccontare, sperando di avervi fatto viaggiare un po’ con noi in queste indimenticabili avventure.