Mongolia

September 15th, 2008

In questo viaggio ho scoperto il fascino dei nomadi. Persone dure e segnate dal vento come la pietra ma con un animo curioso, interessato e un po’ poetico. La vita dei nomadi è faticosa, scandita dal ritmo delle loro bestie, l’unica cosa importante e per cui sacrificano la vita rincorsi dall’alternare delle stagioni. Vivono di natura e tradizioni, lasciando che siano le lunghe ore di cammino nel nulla ad alimentare la mente dei ragazzi come non potrebbe fare nessuna altra scuola ed è impossibile non rimanerne affascinato quando con un sorriso ti si avvicinano, ti abbracciano e cercano di chiederti da dove vieni, cosa fai, mentre con una mano ti offrono quel poco che hanno. Perchè l’ospitalità viene prima di tutto e in luoghi come qui in Mongolia, dove puoi incontrare una sola famiglia ogni sei o sette ore di macchina, avere dei visitatori nella propria tenda diventa una piccola festa in cui si condivide tutto ciò che la vita mette a disposizione per festeggiare: vodka e latte acido di cavalla. Sono gente forte i nomadi. A volte sembrano fatti della stessa pasta del paesaggio che hanno intorno, di cui sono i padroni incotrastati e piegati solamente dal tempo. È una vita che mi affascina perchè è quella che più si avvicina alla vita selvaggia, quasi primitiva, quando l’uomo uccideva per freddo o per fame e cercava un posto nel mondo equilibrato dove potersi insidiare.

In Mongolia, dove ancora la metà della popolazione vive di spostamenti, la vita nomade è diventata un’arte ed oggi non è difficile veder spuntare un pannello solare ed un antenna satellitare da queste piccole yurta fatte di lana. Avanza il progresso e qualche comodità ovviamente raggiunge anche il deserto del gobi. Intorno a queste piccole abitazioni il paesaggio è di quelli difficili da raccontare a parole. Chi da sempre ha vissuto in città a stento può immaginare la sensazione che ti sorprende quando l’occhio guarda l’orizzonte senza vederne mai la fine. A volte sembra che lo sguardo possa intravedere la curvatura della terra e ci si rallegra constatando che ancora nel pianeta esista uno spazio così infinito. Al tramonto poi svanisce ogni dubbio. Il cielo gradualmente assorbe ogni sfumatura di colore sia possibile dal celeste al rosso fuoco e per oltre quaranta minuti si può ammirare uno spettacolo che non ha pari con nessun cinema o televisione.

L’altra metà della Mongolia vive ad Ulan Bator, la capitale, che da poco ha festeggiato il milionesimo abitante e dove si respira il profumo pacchiano della speculazione. Attorno alle tristi e cupe architetture, regalo del passato sovietico, sorgono nuove strutture splendenti che purtoppo proseguono il piano urbanistico poco chiaro con il quale la città si è fino ad oggi sviluppata. Lo sfruttamento coatto delle miniere ha creato una nuova ricchezza in Mongolia ed una certa arroganza inizia a farsi strada tra queste nuove classi. La percezione che un po’ di denaro renda tutto lecito ha eccitato i portafogli di alcuni ed oggi si costruisce senza progetto, senza che uno studio adeguato permetta di valorizzare una città che in molti altri paesi del mondo non sarebbe più grande di un piccolo villaggio. Di fronte alla piazza del parlamento di Ulan Bator oggi stanno costruendo quelli che probabilmente saranno i due palazzi più moderni ed avveniristici della Mongolia. Sembra che uno dei due, quello a forma di vela, sia stato progettato per ospitare il primo albergo Sheraton del paese, se non fosse che quando i rappresentanti della compagnia sono venuti a controllare i lavori immediatamente hanno riconsegnato le chiavi ai costruttori con tanti saluti: alcuni piani avevano il soffitto troppo basso per poter rientrare negli standard di un albergo di lusso.

Viene da chiedersi se la Mongolia non sarebbe il paese giusto per sperimentare un sistema di vita alternativo. Un paese in cui gli spazi abbondano, il sole risplende per 300 giorni l’anno e in cui anche il vento sarebbe facile da trasformare in energia, probabilmente potrebbe offrire alle poche persone che vi abitano un orgoglio diverso, lontano dai tempi di Gengis Khan ma pur sempre nello spirito della conquista.

Cina

September 14th, 2008

In metro c’è qualcosa di strano. Non capisco. Eppure tutto è pulito, ci sono in giro gli ideogrammi, la gente dorme. Se poi la smettessero con tutte queste vocali le persone di questo vagone…ecco cosa! La gente parla! È stato talmente intenso il Giappone che in pochi giorni già avevo dimenticato il calore dell’Asia, dove la gente ti parla ore in dialetto mandarino sapendo che tu, di quello che dice, non capisci una parola e dove in metropolitana ci si spinge per prendere un posto, e si fottano quelli che devono essere lasciati uscire per primi. A dirla tutta i cinesi oggi mi sembravano dei gran maleducati, ma poi ho realizzato che dopo il Giappone qualunque altro paese mi sarebbe sembrato maleducato e allora ho cominciato a guardare alla Cina in modo diverso. Arrivarci dopo tanta Asia, con gli occhi che si allargano a cercare qualcosa di diverso e valutano non solo quello che vedono, la Cina ha un fascino forse più legato ad un mondo sviluppato ma ancora non del tutto occidentale. Se la storia è stata cancellata da Mao oggi quel che mi stupisce è vedere quanti ragazzi vengano in Cina a cercare un po’ di fortuna. Non più esclusiva degli imprenditori con il pallino dell’azzardo, in Cina arrivano da tutto il mondo in cerca di lavoro nelle aziende che in questi anni possono permettersi il lusso di selezionare tra concorrenti qualificati al pari delle aziende americane o giapponesi. Perchè tanti giovani siano attratti da una carriera in Cina è presto detto. Uno stipendio decente e  mai inferiore a quello che si potrebbe avere a casa che rapportato al costo della vita di città come Shangai e Pechino permette di mantenere una qualità più che soddisfacente, garantendo qualche risparmio e soprattutto la possibilità di godere rapidamente un’indipendenza a volte inimmaginabile in Italia.

In Cina oggi si corre e molti non riescono a stare al passo, con il rischio di venire calpestati dal ciclone giallo che d’ora in poi sarà impossibile sottovalutare. Da quando il comunismo ideologico è andato a farsi benedire per lasciar posto ad un capitalismo coatto la Cina è cambiata più di quanto ci si possa immaginare e quei poveri imprenditori che arrivano nel paese con la convinzione che basti un poco di denaro, un’idea banale e tanta arroganza per avere successo inevitabilmente scopriranno a proprie spese che la Cina è molto più moderna ed indipendente di quello che pensavano. C’è chi dice che la Cina stia andando troppo veloce e rischi il collasso, altri invece vedono la storia ripetersi e la Cina tornare ad influenzare il mondo come nei tempi che ormai nessuno può ricordare, probabilmente la verità sarà nel mezzo e se è ancora presto per sostituire il sogno americano con la speranza cinese è altrettanto vero che ad oggi ancora non si intravedono i segnali di un possibile crollo e soprattutto i nuovi imprenditori cinesi guidano su una strada segnata dall’esperienza dei nostri fallimenti occidentali.

Sta migliorando la qualità della vita per i cinesi e Pechino vista dopo la rivoluzione dei giochi olimpici sembra una boccata d’aria fresca nel frenetismo dello sviluppo urbano. Il traffico e la nube di smog, che abbracciava la capitale tutto l’anno, sono d’improvviso scomparse con il divieto per le fabbriche cittadine di operare ed un sistema di targhe alterne in vigore tutti i giorni della settimana. I carichi pesanti per un lungo periodo sono stati lasciati transitare in città solamente nell’oscurità della notte ed il governo senza molte domande ha “invitato” molte persone ad abbandonare Pechino e far ritorno alle proprie case in campagna, o dove per loro dio aveva ancora riservato un posto. Improvvisamente a Pechino non si trova più un cameriere. Il metodo machiavellico utilizzato da chi detiene il potere purtroppo non si addice al nostro presente ed il rispetto dei diritti umani, per quanto non sia facile da gestire in un paese che produce dei numeri così grandi, è un requisito troppo importante per un paese che mira ad essere fonte d’ispirazione per il mondo intero.

Welcome to China

September 8th, 2008

Mi ero fidato di Cindy, la titolare della mia guest house, e avevo fatto bene. Mi aveva promesso il visto per martedì, non oltre l’ora di pranzo mi ero raccomandato. Lo avrei pagato meno di quanto mi chiedevano le agenzie e soprattutto senza le noie dei biglietti d’aereo di uscita dal paese o varie prenotazioni alberghiere. Martedì, puntuale a mezzogiorno, avevo di nuovo il mio passaporto. A pagina 27, vicino a quello della Cambogia e fresco di timbro, capeggiava il visto piu’ sospirato e inaspettato di tutti: quello per la Cina. Alle 15, salutata Hong Kong, ero già in viaggio.

Il treno da Hong Kong a Shangai è un sogno. Per un prezzo ragionevole mi compro una soft sleeper class. Mi ritrovo con una cuccetta di quattro letti solo per me. Aria condizionata, 4 monitor, musica in radio diffusione, corrente per lavorare con il portatile, un termos per il te, il giornale nazionale cinese e un bel fiorellino rosso. Ho una decina di tasti per comandare i vari optional. Hanno scritte in cinese e nel ritrovarmi li spingo tutti. Uno di quelli doveva essere quello per chiamare aiuto in quanto dopo due minuti una hostess mi bussa alla porta.

Nel vagone ristorante conosco Paul, 62 enne americano di Seattle, ex professore di inglese ora trasferitosi a Shangai. Dopo avermi offerto una zuppa di noodle mi propone di venire a stare a casa sua. In un lontano viaggio in oriente, Paul aveva conosciuto April, una bella professoressa di cinese a Shangai. I due si erano sposati e avevano deciso di rimanere a vivere in Cina. Ci penso su e accetto volentieri. L’indomani alla stazione ci viene a prendere proprio April insieme alla piccola An-J, la loro bimba di neanche tre anni. Andiamo nella loro casa in un complesso residenziale a 20 minuti dal centro. Rimango presto spiazzato da tanta ospitalità. La coppia mi prepara la stanza della figlia piu grande facendo dormire quest’ultima con la madre e Paul sul divano. Non posso permettere che il padrone di casa – per di piu’ con problemi motori per via di un artrite – dormi sul divano mentre io occupo la stanza piu’ grande della casa. Ma non c’è verso e non vogliono sentire storie. Nei due giorni a Shangai vengo letteralmente adottato da questa dolcissima famigliola. Tutti sono pieni di premure nei miei confronti. La mamma mi fa trovare colazione, pranzo e cena non consentendomi di spendere denaro altrove e mi prepara degli appunti in cinese per meglio muovermi in città. Paul mi prende sotto braccio raccontandomi le storie di quando era giovane proponendosi di prestarmi del denaro se ne avessi bisogno. Jo, la figlia 19enne, si offre di accompagnarmi in giro per Shangai. E’ una ragazza in gamba. Appena diplomata con il massimo dei voti è in procinto di ripetere l’esame di ammissione ad una delle università piu’ prestigiose della Cina. A parte il curriculum di tutto rispetto, Jo mi sembra uguale a tante migliaia di ragazzine della sua età che vedo in giro. Un pomeriggio mi accompagna in un grande shopping center del centro. Una volta dentro ci separiamo e nell’andarmene per ben tre volte fermo o saluto tra ragazzine convinto che fossero la mia sorellina adottiva. Valle a distinguere!

Shangai va vissuta, non vista!” mi aveva scritto Karim appena arrivato, ma io il tempo per viverla non ce l’ho, sicchè dopo due giorni sono di nuovo su un treno, destinazione Hangzohu. Ad Hangzohu impiego esattamente 5 minuti a capire di essere capitato nel posto sbagliato. Il tempo di scendere dal mio confortevole e comodo treno con la musichetta in sottofondo e ritrovarmi inglobato in un fiume di gente che mi trascina con se verso una destinazione a me ignota. In quei 5 minuti devo drasticamente rivedere il mio concetto di spazio personale ed io – che del mio sono assai geloso– comincio a soffrire non poco. La stazione di Hangzohu sembra un immenso campo profughi con una tale densità di gente da sentirsi male.

Sono lontani i tempi di Sri Lanka e India in cui dei paesi che visitavo conoscevo culture, religioni e persino abitudini culinarie. Con il passare delle settimane le informazioni sono sempre meno ed il tempo per assimilarle anche. Si viaggia piu velocemente e spesso accade di decidere la destinazione sul momento. Di Hangzohu ad esempio non so praticamente nulla. Cercavo una tappa intermedia prima di guadagnare Pechino e Hangzohu me l’avevano consigliata in molti. Mi avevano parlato di un grazioso paese adagiato su un lago con i fiorellini intorno e uno dei paesaggi cinesi piu tradizionali del paese, con ponticelli in legno e case colorate. Quello che mi appare alla stazione non corrisponde esattamente alle descrizioni che avevo in testa. Magari il laghetto con i fiorellini c’è pure da qualche parte, ma prima c’è anche da superare una selva sterminata di grattacieli e cavalcavia. Il tempo è grigio, piove e fa freddo. Il mio stato influenzale non mi lascia scelta: dopo venti minuti dal mio arrivo ho in mano un nuovo biglietto del treno, questa volta per Pechino, la sera stessa.

Giungo nella capitale l’indomani mattina. Chiamo Nadia, le passo il tassista e mi faccio portare a casa sua o – per meglio dire – nei paraggi di casa sua. Da quella prima volta – e per i restanti sei giorni che rimango a Pechino – non riuscirò mai a prendere un taxi senza prima doverla chiamare per fargli spiegare la destinazione. I vari appunti in cinese che mi procuro di volta in volta vengono puntualmente rinnegati dagli autisti. Nella maggior parte dei casi i tassisti non conoscono l’indirizzo e le altre volte ti lasciano “in zona”, dovendotela poi sbrigare te – a piedi – e cercando di comunicare con estrema difficoltà con i passanti. In realtà non sarà solo con i tassisti che avrò bisogno di lei. Chiamo Nadia per qualsiasi intoppo, le passo la persona con cui non riesco a comunicare e lei per telefono mi sbroglia l’empasse. Una volta le devo passarle anche il fruttivendolo per ottenere delucidazioni sul costo eccessivo dei manghi. Il suo cellulare diventerà una sorta di numero amico.

“Mi sento piu’ cinese di loro” mi dice quando arrivo. Nadia è tutta in quella frase. Lavora come una forsennata per un losco ristoratore italiano che le lascia a mala pena il tempo di respirare. La sento parlare perfettamente in cinese, inglese e spagnolo. Corre tutto il giorno come una trottola fra appuntamenti e amici. Alla sera riesco a fatica a starle dietro fra bar e locali in cui finiamo. Balla salsa e canta ogni tanto con il gruppo cubano che si esibisce al “Salsa y Caribe”. A parte i ritmi esagerati a cui si sottopone sono contento e meravigliato di aver visto come se la sta cavando qui. E’ responsabile, ottimista, dinamica e altruista. Troppo altruista. Ho visto per la prima volta la Nadia donna che è dventata e non piu’ l’ex compagna di liceo.

Dopo due giorni dal mio arrivo giunge a Pechino anche Marco. Ci rincontriamo dopo quasi un mese. Gli “effetti” del Giappone ancora visibili su di lui sono presto spazzati via dall’ospitalità di una casa accogliente, da facce amiche e da tante e sane abbuffate. Torniamo a fare i turisti per la città e pianifichiamo le prossime settimane. Il tempo stringe ma non ci vuole molto per scegliere la destinazione successiva. Quella sognata da sempre. Un lungo viaggio in treno verso nord, verso le steppe. E’ deciso, si va in Mongolia.

Ping Hong Pong

August 31st, 2008

Giungo ad Hong Kong in nave, ma il posto dove mi ritrovo sembra piu un enorme centro commerciale che un porto. Dopo aver ottenuto l’ennesimo timbro sul mio passaporto, cerco affannosamente una via d’uscita da quel labirinto di negozi, ristoranti ed ascensori. Individuo l’indicazione per la metro. Scendo di alcuni piani e finisco in un ampio tunnel che, come un grosso fiume, comincia rapidamente ad ingrossarsi di persone che riceve dai suoi affluenti invisibili. Il delta è rappresentato dalla central station, una delle stazioni piu’ nevralgiche della rete metropoliana di Hong Kong. Mi arresto disorientato con il mio carico di bagagli nel mezzo della calca. Intorno a me vedo schizzare persone come saette in ogni direzione. La tattica, già miseramente fallita a Singapore e Macao, è sempre la stessa: individuare una zona turisticamente accessibile, raggiungerla e poi cercarsi a piedi una sistemazione.

La mia via qui si chiama Nathan Road. Chiedo come raggiungerla, ma mi rendo conto ben presto che è come domandare quale sia l’uscita per il Grande Raccordo Anulare. Mi consigliano la stazione di Tsim Sha Tsui, ad Kowloon. Dall’isola di Hong Kong la metro procede sotto il mare sino alla terra ferma. Uscire dal convoglio è solo il primo passo che mi porterà – di lì a tanto – a riemergere dalle profondità della metropolitana e scoprire finalmente che, anche ad Hong Kong, esiste un cielo. Ma prima c’è da affrontare il lungo dedalo di cuniculi e scale mobili. Sono frastornatao ad eccitato al tempo stesso. Mi squilla il cellulare: “Bianchi? Buon giorno sono Tal dei Tali,come stai? Come stai messo? Hai già firmato per quest’anno?” “Prego?” “Sono il Ds del Torrimpietra, stiamo cercando una punta e volevamo sapere se eri disponibile… Sappiamo che sei stato fermo l’ultima stagione….” La voce mi ricorda d’essere stato un calciatore un tempo, fra un operazione al crociato ed una scampagnata in Asia. “Guardi sono all’estero, magari quando torno ci risentiamo”. Non è esattamente il momento di decidere dove giocare a calcio il prossimo anno. Incombono altre priorità. Tipo uscire dalla metropolitana.

Ogni uscita è contraddistinta da una lettera e quando arrivo alla P decido di averne abbastanza e la imbocco senza sapere dove mi avrebbe portato. Una volta fuori mi sento d’un tratto infinitamente piccolo, schiacciato da grattacieli e cartelloni pubblicitari. Comincio a risalire Nathan Road. Gli hotel sono inarrivabili per le mie tasche. Mi cerco una guest house. La qualità di quelle che mi posso permettere è al limite della decenza. La maggior parte sono collocate nei meandri di enormi palazzoni. Per poterle scovare è necessario farsi approcciare dai vari immigrati per strada. In una di quelle che sto per visitare, divento l’oggetto del contendere fra un indiano sick e un enorme negrone, i quali volevano entrambi spingermi la loro sistemazione. Quando la cosa degenera saluto indiano e africano – e i loro rispettivi amici giunti per prendere le rispettive posizioni – e proseguo nella mia disperata ricerca.

L’approdo  ad Hong Kong coincide purtroppo anche con il blocco della mia carta di credito. Pur avendo disponibilità sul conto non posso piu’ nè prelevare nè pagare. Faccio richiesta in Italia ma scopro che il server centrale della mia banca è andato in tilt. Sfortuna vuole che l’imprevisto capiti in una città sorprendentemente cara (scoprirò essere fra le cinque piu’ care al mondo). La gentile signorina che dall’Italia mi dovrebbe chiarire la situazione mi tiene per oltre dieci minuti in attesa (a mie spese) mentre lei se la ride con Linus e Nicola su Radio Deejay in sottofondo.  Non avendo sufficienti contanti per permettermi una stanza, la prima notte rischio seriamente di passarla per strada. Dopo tanta diplomazia riesco alla fine a riparare in una graziosa topaia di fronte alla grande moschea direttamente su Nathan Road. L’impatto con Hong Kong è stato prorompente. Prima di lasciarmi morire sul letto getto un occhiata meravigliata ai tanti grattacieli che mi si stagliano davanti.  Sembra che Hong Kong non vada mai a dormire e di notte – se possibile – è ancora piu’ viva. Non è facile tenere il ritmo che ti impone. La prima giornata è andata,  ma le prossime – ripeto a me stesso – andranno affrontate di petto.

Ad Hong Kong rimango quasi una settimana. La mia permaneneza dipende dal visto per la China. Dopo alcune complicazioni iniziali riesco a presentare le giuste crdenziali ma, fra la chiusura degli uffici per un tifone e la domenica di mezzo, me lo possono garantire solo per cinque giorni piu’ tardi. Data l’attesa forzata mi cerco una sistemazione piu’ economica. La individuo nella Pearl guest house, situata all’ottavo di un fatiscente palazzo di oltre venti piani. In questo vecchio edificio un numero inquantificabile di indiani, africani, cinesi e arabi vivono e lavorano nelle loro piccole botteghe accatastate ai primi piani fra un odore permanente di curry misto al bucato dei panni stessi ovunque. Qualche giorno piu’ tardi scopro che la Lonely Planet mette in guardia i turisti che si avventurano fra queste famigerate  Chungking Mansions, non tanto per scarafaggi o topi, quanto per il rischio di incendi delle guest house non a norma. Sorrido quando ripenso a Marcolino che da Tokyo si lamentava per le dimensioni ridotte della sua stanza. Per quattro notti la mia sarà un “ovulo” di due metri per tre con una piccola finestrella e un ventilatore per alleviare l’afa.

In generale la zona intorno a Nathan Road è incredibilmente cosmopolita come mai avevo visto altrove. Qui vivono e convivono cinesi, indiani, filippini, magrebbini, africani e arabi piu’ tutta la schiera di occidentali – inglesi per lo piu’ – nati o trasferitisi qui. Molti scopro essere rifugiati politici che hanno trovato asilo ad Hong Kong. Non ci sono problemi, non ci sono tensioni anche perchè chi sgarra viene rispedito a casa. Nonostante le ristrettezze economiche a cui sono obbligato il mio soggiorno ad Hong Kong è piacevole e stimolante. Ogni sera – puntualissimo – alle 20, va in scena uno spettacolo di luci che coinvolge parte dei grattacieli che si affacciano sulla baia. A turno gli edifici si accendono e si spengono fra lo stupore della folla che accorre nummerosa sul lungomare.

Non tardo a ritagliarmi i miei spazi e a crearmi la mia piccola routine. La colazione al Mc Donald tutte le mattine con una splendida vecchietta, la spremuta d’arancia al chiosco sotto casa, il te delle 17, la corsa lungo il  waterfront promenade. Nei miei giorni ad Hong Kong si giocano gli ultimi incontri di ping pong per assegnare le medaglie ai giochi olimpici. Mi capita di vedere ovunque qualche partita, in tv, in metro, per strada. Vanno tutti pazzi per il ping pong e alla lunga finisce per appassionare anche me. Oro, argento e bronzo finiscono alla Cina, autentica dominatrice. Il ping pong è stato un po’ il live motiv dei miei giorni ad Hong Kong. In giro per questa città dinamica mi sento spesso come una pallina di ping pong. Ad Hong Kong. Ping Hong Pong.

Aiuto!

Macao meravigliao

August 30th, 2008

Il traghetto che da Macao salpa alla volta di Hong Kong è un’altro straordinario esempio di modernità ed efficienza. Fluttuando fra le verdi e calme acque del Mar Cinese, in 50 minuti ti lascia nell’ex colonia britannica. Sebbene la cinesizzazione stia prendendo il sopravvento, Macao mantiene ancora un certo fascino dovuto al passato coloniale. La presenza portoghese, protrattasi sino al 1999, è ben visibile nei tanti palazzi del centro, nelle magnifica scalinata di San Paolo  (simbolo della città e piu’ grande monumento della cristianità eretto in Asia), nei nomi delle vie che ancora mantengono la vecchia dicitura portoghese. Passeggiando per i viali ciottolati nei dintorni della chiesa di San Domenico si ha l’impressione di essere fra i vicoli di Lisbona. Alzando gli occhi però, la vista di un qualche scintillante grattacielo ricorda al visitatore come Macao si stia trasformando inesorabilmente in una festosa città del divertimento.

Nel 2006 Macao ha superato Las Vegas come proventi dal gioco d’azzardo, 7.2 miliardi di dollari USA contro i 6.6 della capitale del Nevada. Uscendo dall’aereoporto, la prima cosa che balza agli occhi è il maestoso Venetian, il casinò piu’ grande del mondo. Innaugurato nell’agosto del 2007, il Venetian, come si evince dal nome, vuole riprodurre la bellezza di Venezia, con gondole, canali ed edifici di notevole bellezza. L’edificio, che segna nuovi primati di grandezza, è costato 2,4 miliardi di dollari ed ha al suo interno 3.400 slot machine, tremila stanze, uno stadio interno con 15 mila posti e 350 negozi. C’è poi il quello che riproduce il potala di Lhasa, c’è il vecchio ma sempre in voga Lisboa. A Macao ce n’è per tutti i gusti e per tutte le tasche.

Resisto piu’ volte alla tentazione di spendere una serata in uno di questi paradisi del gioco, anche se le parole di  di un mio caro amico (“punta tutto sul rosso”) riecheggiano nella mia testa ogni sera. Di notte la città si veste a festa. Le decine di casinò regalano agli occhi un eccitante contorno di luci e colori. Macao si rivela però un tantino cara. Comincio inoltre ad avere il portafoglio pieno di banconote diverse e la testa piena di confusione. Nel passare rapidamente da un paese all’altro, oltre ai sempre verdi dollaroni americani, mi ritrovo nel mucchio ancora i ringitt malesi, le ruppie indonesiane, i dollari di Macao e anche quelli di Hong Kong (che poi non capisco che differenza passi fra i due visto lo stesso cambio e la possbilità di utilizzarli indistintamente). Non ho piu’ la cognizione del valore di ciascuna banconota, perso fra i vari cambi e con la costante sensazione che mi rifilino qualche biscotto (nel gergo giovanile = sola).

A Macao rimango un paio di giorni. La città me la giro a piedi in una mattinata e ritovandomi con del tempo libero decido di ammirarla dall’alto dei suoi 233 metri; sulla Macao Tower. Non del tutto soddisfatto decido allora per qualcosa di piu’ emozionante, di piu’ adrenalinico direi. O folle, a seconda dai punti di vista.

Geishe e grattacieli

August 28th, 2008

Dopo una settimana di Giappone inizio ad avere comportamenti trasgressivi. Getto le sigarette per terra, attraverso la strada quando il semaforo è ancora rosso e non faccio inchini per ringraziare i commessi. Oggi addirittura ho buttato una bottiglia di plastica dentro il secchio per il cartone creando sentimenti di sgomento tra i passanti. Insomma, viene voglia di fare tutte quelle cose che un giapponese medio non farebbe mai. A Tokyo come a Kyoto, ma sarei pronto a scommettere ovunque in Giappone, per le strade c’è una pulizia da ospedale che ti fa sentire in imbarazzo anche solo camminarci. I treni sono in orario non al minuto ma al secondo e oggi non sono riuscito neanche a farmi rubare un paio di occhiali che avevo dimenticato su una panchina del tempio più visitato di Kyoto. Me ne sono reso conto dopo circa un’ora e quando sono tornato indietro a cercarli erano esattamente dove li avevo lasciati. C’era solo un’italiana che se li guardava e non certo per portarli all’ufficio oggetti smarriti.

Il Giappone è così. Nessuno ha il coraggio di prendersi una responsabilità, anche fosse raccogliere una cosa da terra, ed è per questo che l’obiettivo più o meno comune è quello di trovare un lavoro come dipendente in qualche azienda e non rischiare in nessun modo di mettere su una propria attività. Queste cose me le dice Santiago, un ragazzo peruviano che da quattro anni vive a Kyoto e come Virgilio mi introduce in questo moderno girone dell’inferno. Mi dice che ha visto un uomo molestare una ragazzina in metropolitana mentre tutti intorno nessuno faceva niente. Neanche la ragazza aveva il coraggio di urlare e se non fosse intervenuto il suo carattere latino a spingere in terra l’uomo probabilmente tutti avrebbero guardato lasciando tutto scorrere. L’uomo, tra l’altro, quando si è rialzato da terra è tornato come nulla fosse a molestare la ragazza.

Mi interessa la follia giapponese e gli chiedo di raccontarmi di più. Mi dice che negli ultimi mesi il giornale raccontava di una madre che ha strozzato il proprio figlio in autobus perchè non smetteva di piangere, che dopo una normale lite domestica un ragazzo ha fatto a pezzi la sorella e l’ha messa in frigorifero e quasi ogni settimana si sente di qualche giovane che uccide il nonno per avere la sua pensione da giocare al pachinko. Forse la più estreme è quella di un sarary-man che ha fermato la sua macchina nel quartiere di Akihabara, la città elettrica di Tokyo, e ha cominciato ad accoltellare i passanti. Ha colpito 18 persone prima che qualcuno intervenisse e poche ore prima aveva scritto su internet “sono stanco del mondo, vado ad uccidere persone a Akihabara”.

La storia che mi ha interessato di più però, fortunatamente, non ha risvolti tragici. Un giorno un giapponese ha scoperto che nel proprio armadio viveva un barbone. Ciò che più colpisce e che per fare questa scoperta il giapponese non si è limitato ad aprire l’armadio ma ha installato un complicato sistema di telecamere di sorveglianza con il quale è riuscito a cogliere il barbone in flagrante. I giapponesi ragionano così: mai esporsi personalmente perchè si rischia una brutta figura, utilizziamo una macchina perchè se non funziona al massimo la brutta figura la fa lei.

Ho capito che in Giappone puoi trascorrere un’intera giornata senza mai avere un rapporto con un altro essere umano. Per colazione puoi chiedere un caffè ad una delle migliaia di macchine che ogni cento metri trovi per strada. I biglietti della metropolitana ovviamente li compri da un distributore e sempre da una macchina puoi comprare sigarette, giornali e spaghetti. Anche per soddisfare qualche voglia sessuale puoi inserire delle monete e goderti qualche minuto di spogliarello. Non che sempre sia così, però la società questo ti propone e se un giorno proprio non vuoi parlare con nessuno puoi farlo senza problemi, anche se intorno a te ci sono milioni di persone.

Dicono che il Giappone stia cambiando. I ragazzi di oggi, un po’ come ovunque, non si accontentano più di un lavoro in fabbrica ma pretendono un posto in ufficio dove andare in giacca e cravatta. Il problema ora è che il Giappone è diventato una grande potenza economica proprio grazie a quel serbatoio inesauribile di lavoratori che facevano poche domande e servivano l’azienda anche  12 ore al giorno. Su queste basi il Paese ha costruito un importante stato sociale ed ora gli anziani, che spesso qui vivono fino ai cento anni, iniziano a chiedersi chi paghera loro la pensione.

Che sarà costretto ad aprire le sue porte agli stranieri? Probabilmente questa sarà una delle uniche soluzioni possibili per il Giappone ma con l’aumento dell’immigrazione cresce anche la paura che un giorno verrà meno l’unicità giapponese, il solo orgoglio dopo la Sony e lo shinkansen. Per anni i giapponesi hanno allontanato qualunque influenza  esterna convinti che la propria razza non solo sia supreriore ma unica, anche per caratteristiche fisiologiche. Se noi discendiamo dalla scimmia loro provengono direttamente dagli dei, dicono che il loro cervello funziona diversamente e anche il loro intestino è di qualche centimetro più lungo del nostro. Per ricordarci questa loro unicità qui molte cose sono esclusivamente giapponesi o funzionano al contrario. In un mondo diviso da quattro religioni principali loro sono shintoisti, ovunque l’elettricità arriva a 220 o 110 volt ma in giappone arriva a 100, i libri si sfogliano da destra a sinistra e le linee si leggono dall’alto verso il basso. Ma l’esempio più importante viene sempre dalla metropolitana dova i tornelli delle stazioni invece che aprirsi all’inserimento del biglietto, rimangono aperti costantemente ed uno strano sistema di sensori li fa chiudere se non si è pagata la corsa.

Aprire le porte vorrà dire anche mischiarsi con altre razze e cambiare un poco l’identità giapponese. Sarà pronto a questo il Giappone? E soprattutto, siamo sicuri che sarà una cosa negativa per il Paese?

Cinque giorni e sto

August 23rd, 2008

Oggi sono un po’ depresso. Sarà per il cielo grigio e la pioggerellina, leggera ma costante, che mi ha costretto ad abbandonare la mia escursione al monte Fuji, anche se non è questa la sola causa. In questi giorni a Tokyo mi sono affacciato nel futuro e non sono sicuro mi sia piaciuto tanto. Sono uno di quelli sempre entusiasti per le novità e la tecnologia che avanza, ma ora capisco che il Giappone è al limite. Anche per me.

Si potrebbe cominciare parlando dei negozi di elettronica che qui a Tokyo diventano dei veri e propri “quartieri della tecnologia”, come Akihabara o meglio conosciuta come Elettric Town. Uscendo dalla metropolitana il quartiere sembra uguale a molti altri di Tokyo, che a dire il vero sono tutti simili, e non si capisce subito da cosa sia dato quel nomignolo ma, quando si attraversa la galleria principale, ci si ritrova in un posto che lascia letteralmente senza fiato. Ci sono i rumori degli strilloni che in uno sproloquio di vocali cercano di attirare gli acquirenti con la speciale offerta del giorno, ci sono luci al neon ovunque che lampeggiano, cambiano colore e sembrano far parte di un alfabeto non proprio di questo mondo, ma soprattutto ci sono grattacieli e grattacieli pieni di ogni qualcosa la moderna tecnologia possa offrire. Ho visto vendere per 1200 euro dei robot che sanno calciare un pallone e festeggiare facendo un paio di capriole oppure con quasi 3000 euro puoi portarti a casa un dinosauro che quando lo accarezzi ti fa le fusa e ti segue per casa se ne vuole delle altre. Il gadget al momento più in voga è un piccolo lettore mp3 con lo schermo non più grande del quadrante di un orologio, costa 180 euro e oltre alla musica ed i video ha incorporata un’antenna digitale capace di captare la televisione anche in metropolitana.

Non si riesce a rendersi conto di quanti oggetti ci siano in questo quartiere e se mai sia possibile venderli tutti un giorno. I negozi di cellulari, solitamente al primo piano di ogni grattacielo, sono strapieni di roba e di gente che li guarda, li prova, li compra e sottoscrive abbonamenti, come se nessuno qui a Tokyo ne avesse già uno. E dico persone di Tokyo perchè la cosa più bella di tutta questa tecnologia è il fatto che non funziona al di fuori del Giappone! Per i turisti che vogliono portare con se nei loro paesi un pezzo di questa follia non restano che alcuni ghetti tra un piano e l’altro di un grattacielo dove è possibile trovare dei modelli “oltreoceano” e che solitamente costano almeno il 30% in più dello stesso accessorio esclusivo per il giappone. Perchè allora una società dovrebbe produrre così tanti oggetti funzionanti in un solo paese se non ha la certezza completa di poterli vendere tutti quanti ai suoi abitanti? Semplice, i giapponesi comprano e consumano questo genere di cose quasi quanto tutta l’Asia messa insieme.

C’è un’altra cosa che il Giappone consuma e nessun altro al mondo è in grado di comprendere: i manga e i pupazzetti. Sempre ad Akihabara i grattacielii elettronici si alternano con quelli perversi dove ci sono manga di ogni genere, pupazzi da appendere ai cellulari, pupazzi da mettere sul comodino, pupazzi da abbracciare, pupazzi, pupazzi e pupazzi. Ed in effetti qui a Tokyo il 50% della comunicazione visiva è fatta con i pupazzi dei cartoni animati. Sui manifesti in metropolitana c’è ne uno che si droga con una grande croce sopra, le agenzie utilizzano i personaggi di qualche cartone animato per vendere i loro prodotti e anche i messaggi ufficiali del governo (che almeno penso di aver capito)sono dati da un qualche Dragonball o Doraemon. Uno dei must di questa estate sembra siano delle lenti a contatto che, abinate con un oggetto che allunga le ciglia, rende le ragazze decisamente simili alla protagonista femminile di un manga.

Oggi ho comprato uno di questi famosi fumetti e quello che racconta è a dir poco incredibile. Premesso che solo la maggior parte di questi e non tutti raccontano storie pornografiche, il mio, insieme a tutti quelli che gli facevano compagnia nell’intero piano di uno di questi grattacieli di pupazzi, racconta una storia molto semplice quanto perversa. Una ragazza del liceo che credo sia innamorata di un certo tipo, viene ripetutamente sodomizzata prima da lui e poi da tutti i suoi compagni di scuola. Punto. Ho scelto questo perchè era tra i più normali, in altri la ragazza doveva andare a letto anche con una piovra gigante, con un orso, con un albero o con tutti e tre messi insieme.Oggi sono un po’ depresso anche perchè qui è pieno di giapponesi. Non che mi abbiano fatto del male o dato fastidio, anzi! Il problema è proprio questo. Nessuno mi parla perchè nessuno conosce altre parole in inglese oltre a “sorry”, in metropolitana evitano perfino di sedersi vicino a me, forse perchè “puzzo di burro” come tutti gli stranieri o forse perchè la mia barba li mette in imbarazzo, ma comunque è sempre meglio evitare un qualche rapporto umano.

Oggi sono stato a pranzo in un ristorante molto carino. Avevo visto il menù e mi sembrava invitante, oltre che accessibile. Mi siedo e aspetto la solita cameriera sorridente a cui poter indicare la mia scelta per il pranzo. Niente. Passano i minuti e nessuno si avvicina. Penso di essere capitato in uno di quei posti un po’ xenofobi dove non servono gli stranieri, invece no. Le cameriere c’erano, ma erano delle macchine! Praticamente il processo per avere il cibo desiderato consisteva in questo: inanzitutto si prendeva il menù ed individuato ciò di maggior gradimento, il mio era riso e bistecca, ci si segnava il codice riportato vicino la foto del piatto. Ci si recava dalla macchina nella quale si potevano inserire i soldi ed il codice per avere indietro un foglietto con degli ideogrammi sopra. Fatto questo si inseriva il foglietto in un buco dietro il quale presubilmente si trovava un cuoco che da un altro buco ha fatto comparire la mia bistecca cruda e una piastra infuocata dove cuocerla. Il tutto senza parlare con nessuno di umano. il locale era pieno e fuori c’era la fila per entrare.

Inizio a pensare che i giapponesi siano come i loro ideogrammi: lineari, complicati e incomprensibili. Ieri sono andato a visitare i giardini dell’imperatore e ho assistito ad una scena molto particolare. Stavo per attraversare la strada quando l’occhio mi è caduto su un simpatico vecchietto accanto a me con uno strano orologio in mano. Ho cercato di spiarlo da dietro e ho scoperto che quello che aveva in mano non era un orologio, bensì un cronometro con il quale prendeva il tempo… del semaforo! Controllava costantemente il tempo ed il semaforo, voleva essere sicuro che il segnale del verde scattasse esattamente nei canonici 75 secondi, non uno più non uno meno. Per questo sono un po’ depresso. Vorrei chiedere ai giapponesi cosa pensano, come vedono il futuro, cosa vogliono, ma non posso farlo. Mi dispiace vedere tutte queste persone incollate ad uno schermo, sempre. Che sia in metropolitana o mentre camminano per strada ognuno ha qualcosa tra le mani da guardare. La maggior parte di loro ho scoperto che seppur sembra stia usando un telefono cellulare in realtà non lo fa per comunicare, inserisco anche scrivere sms nel termine “comunicare”, ma la maggior parte di loro gioca a TETRIS o a qualche videogame dove il protagonista è un cartone animato che deve uccidere il drago. Poi sento qualche problema soprattuto quando mi rendo conto che questo atteggiamente non solo è tollerato ma è anche incoraggiato dalle pubblicità che in televisione mostrano la festa in casa di una ragazza dove nessuno parla e ognuno gioca con la sua consolle portatile, facendosi però grandi risate.

Mi sento un po’ depresso ma domani vado a Kyoto.

Singapore che candore

August 21st, 2008

Macao.Macao….Continuo a ripetermi questo nome mentre lentamente faccio per entrare nell’aereo insieme a tanti cinesi ordinati e all’apparenza benestanti. Che cavolo ci vado a fare a Macao?! Se non l’avessi cercata su internet non saprei neanche dove si trova Macao. Tutto è successo così velocemente…

Fino a ieri mattina ero ancora a Parapt, sul lago Toba, in Indonesia. Avevo trascorso l’ultima notte a casa di Viky, un noto cantante locale conosciuto il pomeriggio prima. Avevamo passato la serata bevendo e fumando in compagnia dei suoi amici e della musica delle loro chitarre. Quasi mi dispiaceva doverli salutare. Ma ormai avevo deciso, avrei lasciato Sumatra per raggiungere Singapore. E così è stato. Dopo un bus, un aereo, un pulmino ed una nave nel pomeriggio di ieri ero giunto qui.

Moderna, pulita, verdeggiante: Singapore mi aveva promesso amore a prima vista e qualche giorno da spendere teneramente insieme. Prendo l’MRT – la metro ultramoderna – e scendo a Chinatown, dove confido di trovare una sistemazione a buon mercato (l’alternativa era Little India). Pur mantenendo il suo irresistibile fascino, fra tutte le Chinatown viste questa sembra essere la meno cinese. Le strade sono pavimentate, le bancarelle pulite, i venditori alquanto discreti e di animali in giro neanche l’ombra. Tutti sembrano presi dall’evento della serata: la finale femminile di ping pong fra la cinese ed una di Singapore. Alla fine – per variare – la spunta la cinese ma per Singapore quella medaglia d’argento è motivo di grande orgoglio.

E mentre le due atlete si sfidano a colpi di rovesci, io mi faccio tre ore zaino in spalla alla ricerca di un letto dove far riposare le mie gambe, ma i pochi hotel che tovo costano esageratamente. Sono stanco e zuppo di sudore. Nessuno prende a cuore il mio dramma, tranne Charlie, un tipo sulla quarantina che dopo avermi pedinato per qualche minuto mi approccia per offrirmi aiuto. Mi propone di andare a casa sua, dall’altra parte della città, spaziosa e con internet gratis. Sono tentato (anche se non del tutto pronto a ricambiare con prestazioni sessuali) ma alla fine il mio buon senso prevale e declino l’invito. Sull’orlo del disidratamento individuo finalmente il mio cinesissimo hotel: “The red dragon”. Le camere vengono per lo piu’ affittate ad ore ai vari turisti in compagnia delle graziose cinesine rimediate nei night club intorno.

Mollo i bagagli e mi precipito per strada eccitato di abbandonarmi finalmente ai sapori inebrianti delle bancarelle di noodles. Due enormi zuppe placano momentaneamente le fatiche della giornata mentre prende insistentemente corpo l’idea di lasciare la bella Singapore il prima possibile. Anche i vari low cost sembrano essere d’un tratto carissimi a voler volare da qui, finchè non me ne balza agli occhi uno a poco ma per il giorno dopo. Destinazione Macao. Preso.

Vado a dormire un po’ frastornato quando vengo assalito da un intensa nausea che si traforma di li a poco in vomito e diarrea e che mi riduce ad uno straccio. E mentre mi collasso anche l’anima mi contnua a passare nella mente il ghigno della vecchietta della bancarella che vedendomi tanto affamato continuava a riempirmi la ciotola di brodo e chissà cos’altro. Dopo cinque intrepidi mesi  resistendo alle cucine di ogni dove devo – ahimè – capitolare. Maledetta vecchia cinese!

Macao può risultare in realtà molto strategica per poter andare in Cina. Da li si può raggiungere infatti la felice Hon Kong ed avere buone chance di ottenere il visto.  Ma da come si mormora ormai da mesi fra i viaggiatori, il governo di Pechino sta facendo di tutto per scoraggiare l’ingresso di altri turisti. Lo tasto alla fine anche io questa mattina all’imbarco. Mi domandano dove intendo andare dopo Macao. Gli spiego onestamente i miei propositi, sicchè mi impongono di comprare un biglietto aereo di uscita da Macao. La cosa non ha senso e dicono di non potermi far partire. Chiedo di parlare con un responsabile. Rispiego la cosa. Macao ed Hong Kong non hanno bisogno di visti speciali e sono libero di andarci. Le loro motivazioni sono grottesche ed in sostanza mi dicono che se non gli avessi rivelato l’intenzione di voler andare successivamente in Cina, non mi avrebbero fatto storie. “Ok allora dopo Macao ed Hong Kong me ne vado altrove” gli faccio io. Smascherati, sono costretti ad imbarcarmi ma solo dopo aver concluso alquanto fanciullamente “Tanto ad Hong Kong non riuscirai a prendere il visto…”. Lo vedremo. Messa così diventa quasi una sfida.

Ora mi trovo sull’aereo. Fuori c’è solo mare. Dopo mezz’ora dal decollo l’aereo ha avuto una serie di vuoti d’area come non avevo mai provato prima. Ho pensato seriamente che stessimo precipitando. In fondo al velivolo sentivo le donne urlare ed il cinese in giacca e cravatta al mio fianco è diventato – se possibile – ancora piu’ bianco. Fra un paio d’ore dovrei essere a destinazione. A Macao.

Si fa presto a dire Macao.

Il Giappone e l’arte di dormire composti

August 20th, 2008

C’è chi lo fa in piedi, chi lo fa seduto e chi usa la borsa per trovare equilibrio. Ognuno però decisamente composto. La metropolitana di Tokyo è un’esperienza incredibile. Milioni di persone che dormono senza dar fastidio, ognuno ha il suo piccolo spazio e solo di quello sembra avere bisogno. Chi non dorme ha gli occhi incollati a qualche videogioco o, quasi esclusivamente, al proprio telefono cellulare. Nessuno che parla del tempo, dei prezzi o del governo ladro. Dormono i vecchi, dormono i bambini ma nessuno perde la propria fermata. Forse più che dormire la maggior parte sta solamente riposando gli occhi, magari immaginando di giocare a qualche videogioco e non avere niente a che fare con il mondo che sta fuori. Spesso l’alienazione è doppia. Con le mani e gli occhi si gioca mentre in testa suona la musica dell’ipod. La cosa più naturale che si vede fare in metropolitana è leggere un manga perverso o, al meglio, compilare un complicato sudoko.
Sembra che il Giappone viva di stereotipi. I sarary-man, riconoscibili dall’inevitabile uniforme camicia bianca–pantalone scuro–cravata blu, quando si scontrano tra loro, iniziano un tenero e simpatico rituale di inchini e riverenze che potrebbe durare ore se uno dei due non capisce di essere in ragione ed accetta le scuse. Le ragazze del college, riconoscibili dall’inevitabile uniforma camicia bianca-gonna scura-calzettone alto, giocano con i cellulari rosa estratti dalle loro borse di Hello Kitty e Doraemon. Poi ci sono i manga, le playstation portatili, i sudoku e lo stereotipo più inquietante tra tutti: il pachinko. Questo gioco è pura follia. Un incrocio tra il flipper e la slot machine, il pachinko è un gioco che solo i giapponesi possono capire. Il meccanismo consiste nell’inserire delle monete in una macchina che lascia cadere delle biglie di ferro in un labirinto di ostacoli. Si vince quando la pallina percorre tutto il tracciato cadendo in una specie di bersaglio che a sua volta libererà altre biglie di ferro. Si comincia quindi con una pallina che rimbalza ed in breve tempo ci si ritrova con centinaia di palline impazzite che percorrono il labirinto producendo un chiasso infernale. Quando sono entrato in una sala dedicata al pachinko in pochi minuti ho creduto di impazzire. Almeno cento persone davanti ad altrettante macchine fumavano guardando incantati queste palline che scendevano e rimbalzavano e, buttando un occhio sotto le sedie di alcuni, ho visto scatole e scatole piene di palline a significare che alcuni di loro erano li chissà da quanto tempo. Si dice che il Giappone sia folle. È uno stereotipo tremendamente vero.

Sumatra

August 18th, 2008

L’altra mattina, anzichè dai raggi del sole dell’alba che puntuale spuntava oltre le palme dall’isolotto di fronte, sono stato svegliato dai balzi ripeuti di una branco di scimmiette sul tetto della mia capanna. Quando esco in veranda faccio giusto in tempo a notare una delle scimmiette armeggiare i resti dei miei occhiali da vista lasciati sull’amaca la sera precedente, prima di dileguarsi furtiva verso la capanna dei francesi. Un’altra X nella colonna oggetti smarriti/danneggiati (o rubbati da scimmie). Poco male. Faccio qualche passo e con gli occhi ancora abbottonati  mi immergo nell’acqua cristallina della baia che ho davanti. Le miridadi di pesci coloratissimi che la popolano sono uno spettacolo al quale non ci si stanca mai.

Quel giorno con Piero e Jean Marie decidiamo di affittarci una delle tipiche imbarcazioni locali per fare snorkling intorno all’isolotto. Lo circunnavighiamo in una giornata fermandoci di tanto in tanto per una nuotata. La corrente contraria che abbiamo al ritorno ci fa imbarcare acqua, costringendoci ad alternarci alle pagaie di modo che uno resti sempre in mare con pinne ed occhiali a trainare la barca da dietro.  Gli elementi si fanno sentire. Dal cielo azzurrissimo si materializzano d’un tratto grigi nuvoloni. Violente raffiche di vento fanno sballottolare la barca annunciando l’imminente scroscio di pioggia. Poi di nuovo il sole. Forte e vigoroso. Ed il mare che cambia ancora una volta colore. Uno spettacolo.

L’indomani  con una moto ci avventuriamo per l’isola alla scoperta di incredibili spiagge bianche e deserte. Mi meraviglio che esistano ancora posti così intatti. Prima del 2004 la regione di Aceh era chiusa al turismo, considerata rischiosa per gli stranieri dal governo di Jakarta (a tutt’ora è uno dei siti sconsigliati dalla Farnesina). Con le devastazioni causate dallo tsunami però, il governo ha dovuto aprire le porte ad Ong e varie associazioni umanitarie avviando così anche un lento sviluppo turistico. Mi rallegro di visistarla ora, prima che fra qualche anno diventi un’altra Bali.

Attraversiamo qualche sonnacchioso villaggio di pescatori. Piu’ passo del tempo con questa gente e piu’ mi convinco di come l’Islam li snaturi. Dietro quella facciata seria e dignitosa che la religione in qualche modo gli impone si celano persone gioiose e genuine. Nei bambini è evidente, ma anche le austere donne con il velo che non vogliono far trasparire emozioni, una volta presa confidenza, si lasciano andare a sane risate. In fin dei conti l’Islam intristisce. Sempre questa pudicità, questo puritanesimo. Tanto rigore, pochi vizi. Non si addice a questa gente. Loro sono asiatici, hanno un spirito diverso, una natura diversa. Ma daltronde quando la mattina ti svegli in un simile incanto di natura come puoi abbracciare tanta austerità. L’Islam va bene per l’Arabia Saudita, per il deserto. Va bene per posti tristi. Qui no.

Raggiunto il capo opposto dell’isola decidiamo di passare per l’interno. A pochi metri dalle spiagge comincia inesorabile la giungla. La strada si inerpica fra colline verdissime completamente avvolte dalla vegetazione. Seguendo il consiglio di un vecchio, ci avventuriamo per un sentiero alla ricerca di alcune cascate. Lasciamo la moto e risaliamo un torrente. La nostra audacia viene ripagata dopo mezz’ora di cammino quando ci ritroviamo finalmente al cospetto delle cascate. Da soli nel cuore della giungla. Sugello ad una magnifica giornata.

Dopo tre giorni lascio Palau Weh e faccio ritorno a Medan. Che non siano tanto abituati ai turisti lo intuisco facilmente dalle attenzioni che ricevo ovunque vada. In pochi resistono alla tentazione di approcciarmi, anche se solo per parlarmi in indonesiano. Pure gli agenti di polizia vogliono sapere eccitati dove vado, di dove sono, se sono un militare per via della mia maglietta verde. Alla fine ci provo gusto e mi spaccio, a seconda, per avvocato, giornalista (il piu’ gettonato ormai), responsabile di una guida turistica, militare e ovviamente calciatore di serie A. A Medan mi trovo un alberghetto di fronte alla grande moschea sulla SM Raya. Splendida quando illuminata di notte ma pessima la sveglia del muezin alle 5 del mattino con i suoi canti di oltre un quarto d’ora.

La sera prima vado a cercare un po di ganja  in un postaccio pieno di brutti ceppi e prostitute. Individuo il tipo. Mi chiede 100,000 Rp. “Ottimo” penso io, ma piu’ per deformazione che per altro intavolo una trattativa poco convinta. “Facciamo 80,000 dai…”. “Ok 70,000” mi fa lui. “70,000?” ripeto io. “Va bene dai 60,000” mi incalza. “Ma… come…” “50,000 last price” sentenzia. Sono tentato di vedere fin dove può arrivare, magari altri dieci secondi me la regalava, ma poi gli do i soldi e lo saluto. Fossero tutte così le trattative sarebbe una pessaeggiata.

Il giorno dopo con un bus me ne vado a Bukit Lawang. Il villaggio è adagiato sul letto di un fiume nel cuore della foresta tropicale di Sumatra. Anche Bukit Lawang ha avuto il suo personale cataclisma, quando nel 2003 l’alluvione di quel fiume uccise 280 persone. Senza pensarci troppo mi prenoto per un trekking di due giorni nella giungla ad osservare gli orangotango. Quella che pensavo fosse una tranquilla scampagnata fra scimmie addestrate ad uso e consumo dei turisti si rivela però ben piu’ impegnativa. Le 8 ore di cammino fra la giungla mettono a dura prova le gambe. I sentieri sono fittizi e pieni di insidie. Ci si inerpica scivolando spesso fra la terra molle per la pioggia. Individuiamo molte scimmie ed anche qualche orango tango. Sono animali mansueti e timidi che si avvicinano con difficoltà. Non tutti però. Una tale Mina, femmina di 15 anni, sembra avere problemi di socializzazione. Nella collina in cui vive, una delle guide ci precede per scongiurare l’incontro. A pericolo passato ci fermiamo qualche minuto per il pranzo quando dal fondo della bottiglia d’acqua scorgo la sua sagoma marrone apparire dietro le spalle dei francesi. Le guide ci intimano di correre e senza farsi troppe domande è quello che facciamo. Ricordo di aver raccattato in un sol movimento zaino e macchinette e di essere scattato come ai tempi migliori ma con un certo rammarico però per il nasi goreng non finito e lasciato in omaggo a Mina. Maledetta.

La notte “pernottiamo” lungo il fiume. Si dorme su una tenda che altro non è che un telo di plastica per terra ed uno sulle teste. Per di piu’ quella notte si scatena il piu’ eclatante temporale a cui abbia  mai assistito, con tuoni che facevano vibrare la terra. Sarà anche affascinante ma la giungla è veramente tostissima. L’indomani si impacchetta tutto e si scende il fiume su dei ciambelloni che un tempo – immagino – erano le gomme di un cammion.

Oggi è ferragosto. Mi godo gli ultimi giorni indonesiani su una grande isola all’interno del lago Toba, nel centro di Sumatra. Passo le giornate in bicicletta fra i sentieri di campagna che attraversano risaie e boschi. Ogni tanto mi fermo a giocare a calcio con i tanti bambini che incontro nei campi. La Lonely Planet lo definisce “the set up for those who want to do nothing”. Io lo trovo semplicemente incantevole.

Come sono lontane le vacanze romane.

Buon ferragosto a tutti!